Grazia Deledda, Nobel di Sardegna

Nel 2026 ricorrono i cent'anni dall'attribuzione del Premio Nobel per la Letteratura (ritirato poi nel 1927) a Grazia Deledda, la scrittrice sarda unica donna italiana a ricevere il prestigioso riconoscimento. 
13 Agosto 2026 | di

Quest’anno ricorrono i cento anni dall’attribuzione del Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda, a oggi l’unica donna italiana a ricevere il prestigioso riconoscimento.

Ma chi fu Grazia Deledda e chi è ancora oggi nel panorama letterario italiano? Difficile definirla, talmente sfaccettata è la sua figura. Cantatrice appassionata della sua terra, alla quale restò indissolubilmente legata per tutta la vita pur sottolineandole le mille contraddizioni (cosa questa che i conterranei le perdonarono solo dopo la sua morte), grande visionaria ma altrettanto fedele cronista delle piccole cose quotidiane, poco più che analfabeta quanto a titolo di studio, ma lettrice onnivora e curiosa, capace di costruire la sua cultura sulle pagine della narrativa, italiana e straniera, contemporanea. Alcuni la definiscono anche autrice gotica, forse l’unica in Italia, per la sua capacità di intessere i suoi racconti di temi cupi, streghe, leggende, visioni fantastiche e per la presenza costante della morte che aleggia sulle sue pagine.

C’è un’immagine che forse più di altre «dice» Grazia Deledda e la dobbiamo a Michela Murgia che, interpretando Deledda nella pièce teatrale Quasi Grazia, scritta da Marcello Fois (divenuta nel 2025 un film per la regia di  Peter Marcias), occupava la scena vestita di un abito giallo canarino che volutamente strideva con il contesto cupo e ostile, mentre si muoveva attorno a un baule, quello che stava preparando per andarsene dalla sua terra, per rincorrere la sua libertà, per trovare finalmente un luogo in cui essere se stessa ed esprimere appieno il suo talento. Sfidando tutto e tutti.

Grazia Deledda nacque il 27 settembre 1871 a Nuoro, nel borgo di San Pietro, alle pendici del Monte Ortobene, quinta figlia di sette di Giovanni Antonio e Francesca Cambosu. La sua casa natale, oggi trasformata nel Museo Grazia Deledda, un’ampia dimora su tre piani con tanto di giardino e corte interna, racconta una vita agiata. La famiglia, infatti, piccola proprietaria terriera, era considerata benestante, almeno fino alla prematura morte del padre (nel 1892), stroncato, si racconta, dal dispiacere per la condotta di alcuni figli maschi che gettarono il disonore sulla famiglia… Andò a scuola solo fino alla quarta elementare, che i genitori le concessero di ripetere per ben due volte proprio per la smisurata passione che la piccola Grazia dimostrava per lo studio. Ma poi dovette ritirarsi: all’epoca le donne non potevano studiare e questo valeva pure per lei, amore o meno per i libri. Nonostante ciò, Grazia aveva le idee chiare: voleva scrivere e nulla e nessuno, neppure il tracollo finanziario della famiglia, riuscì a distrarla dal suo obiettivo, favorita in questo da un particolare fermento culturale, conseguente ad alcune rivolte sociali, che aveva portato Nuoro a essere allora definita l’Atene di Sardegna.

Esordì poco più che sedicenne nella narrativa d’appendice, con notevole successo di pubblico soprattutto femminile. Il primo racconto, Sangue sardo, lo pubblicò, infatti, nel 1888, sulla rivista popolare romana «Ultima Moda», cui seguirono Remigia Helder e il romanzo Memorie di Fernanda. Dall’anno successivo cominciò a collaborare con «La Sardegna», «L’Avvenire di Sardegna», «Vita sarda» e altri periodici dell’isola. Nel 1890, poi, arrivò la prima raccolta di novelle, Nell’azzurro, e, con lo pseudonimo di Ilia di Sant’Ismael, il romanzo Stella d’Oriente.

Continuò la pubblicazione di romanzi e novelle, e anche di materiale folklorico relativo alla Sardegna. Fu proprio in quest’ultimo ambito (con la collaborazione alle riviste «Natura ed Arte» e «Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane») che Deledda avviò la sua riflessione sulla realtà barbaricina, comprendendone la portata culturale e le potenzialità narrative.

Nel decennio 1890-99, Deledda mostrò un’evoluzione notevole sia nella tecnica narrativa che nelle tematiche, che la portò a identificare quell’universo patriarcale che divenne lo sfondo di tutta la sua produzione successiva, così come i temi a lei cari (il senso del peccato, il destino, il dolore e il riscatto) nati dal legame con la sua terra ma capaci di trascendere il contesto locale per parlare all’intera umanità.

Nell'ottobre del 1899 Deledda si trasferì a Cagliari, dove conobbe Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle finanze, di origine mantovana, che sposò due mesi dopo e con il quale si trasferì a Roma. Indimenticabile il suo abito da sposa, che Deledda stessa disegnò: un tripudio di pizzi sbarluccicanti su un abito lilla, quasi a voler gettare in faccia il suo matrimonio ai conterranei che la giudicavano ormai «non maritabile» a causa della sua mania di scrivere. Madesani fu il suo primo (e forse a lungo unico) sostenitore. Convinto del talento della moglie, si licenziò, imparò ben quattro lingue straniere (inglese, francese, tedesco e spagnolo) e dedicò tutto il resto della sua vita a fare da agente letterario alla moglie, della quale ben presto i romanzi e i racconti cominciarono a essere tradotti anche all’estero (in realtà, alcune novelle erano già state pubblicate in francese sin dal 1892).

Fu così che la sua fama giunse fino all’Accademia Svedese che la ritenne meritevole di ricevere il Premio per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Il suo discorso al momento del ritiro del Premio (il 10 dicembre dell’anno successivo, il 1927) fu tra i più brevi della storia dei Nobel, ma capace di dire esattamente chi era questa donna dalle forti radici, dallo spiccato spirito critico, dalla forte ambizione e determinazione, ma animata da un altrettanto forte amore per la sua terra, un amore capace di comprenderne le contraddizioni e la chiusura, ma non per questo meno intenso: «Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così.
Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruì una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.
Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio.
(…) Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo
».

Figlia della Sardegna, Deledda morì a Roma il 15 agosto 1936, stroncata da un tumore al seno. E ora riposa in Sardegna, a Nuoro, nella piccola chiesa della Madonna della Solitudine, ai piedi del Monte Ortobene e a poche centinaia di metri dalla sua casa natale. Una chiesetta spesso non aperta, purtroppo. Quasi a ribadire una sorta di «possessività» della Sardegna per questa sua figlia, considerata a tratti ingrata, per i suoi racconti così ferocemente onesti, ma pur sempre amata. Una figlia da custodire gelosamente anche agli occhi di chi, oggi, vorrebbe rendere omaggio a questa grande donna, ma, ahimé, non gli è concesso.

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Data di aggiornamento: 13 Agosto 2026
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