Abderrahmane Sissako. La voce degli umili

Sissako è uno dei maestri del cinema africano. Nel suo ultimo film, «Timbuktu», ripropone ciò che è accaduto nel nord del Mali, per denunciare l’oppressione di quanti prendono a pretesto una fede per sottomettere intere popolazioni.
19 Luglio 2015

Ci accorgiamo dei registi di valore soprattutto quando i premi internazionali li consacrano nel panorama della celebrità. Così è successo anche per Abderrahmane Sissako, il cui ultimo film, Timbuktu, ha letteralmente conquistato il vecchio e il nuovo continente, aggiudicandosi lusinghieri riconoscimenti. Tra i più recenti impegni del regista mauritano ricordiamo il ruolo di presidente della giuria al Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina, organizzato a Milano lo scorso maggio, dove lo abbiamo incontrato. E poi, a Cannes, alla 68esima edizione del Festival, la presidenza della Cinéfondation e della giuria di valutazione del miglior cortometraggio.
 
I film di Sissako si distinguono non solo per la grande bellezza formale e le immagini poetiche, ma anche per l’umorismo, il senso di profonda solidarietà con i sofferenti del mondo e per il suo costante lavoro d’inchiesta quasi filosofica nelle relazioni tra l’Africa e il resto del mondo. La sua filmografia apolide (che vaga tra Russia, Tunisia, Angola e Mali) ha saputo ridare voce alla cinematografia della Mauritania, tra le più povere di tutto il continente. Nella sua opera si rinvengono alcune tematiche costanti, come il viaggio e lo sradicamento dalle proprie radici, di cui il regista ha reso testimonianza attraverso l’esperienza personale sia nelle forme del diario-documentario che in quelle della fiction.
 Msa. Che cos’è l’identità?
Sissako. Credo che la vita sia fatta di cose semplici e che l’identità di ognuno inizi nel seno di una famiglia e di un luogo che non si scelgono. La mia nazione di nascita e la mia numerosa famiglia hanno contribuito di certo a costruire la mia identità. Ho quattordici tra fratelli e sorelle, ma con noi vivevano anche numerosi cugini e cugine, zii e zie. Siamo arrivati a essere anche in venticinque in famiglia e inevitabilmente condividevamo molte cose. Io dico sempre di aver avuto fortuna a crescere in un luogo dove si andava a dormire a turno. Ho imparato che si può sempre dare qualcosa all’altro. L’infanzia mi ha dotato di una certa sensibilità, di cui vado fiero. Provengo da un mondo che non è facile per molte persone.
 Da piccolo, è emigrato con la famiglia dalla Mauritania al Mali. Lo considera un esilio?
Tutte le persone che sono partite per vivere altrove sono in esilio. Ma l’esilio non è solo uno spostamento geografico: io mi sono sentito straniero e questa è diventata la mia identità. Ho sempre pensato di essere stato scelto per partire e di aver fatto poi della mia vita quello che ho potuto. Ognuno porta nella sua vita ciò che può, nel modo che gli è proprio.
 Qual era il suo sogno da bambino?
La bicicletta. Lo si vede, ad esempio, nel film La vita sulla terra, in cui erro per strade e campi mostrando la realtà.
 Che rapporto coltiva con il cinema?
Non sono un appassionato di cinema. Faccio i film quando capita, ecco perché passa molto tempo tra un’opera e l’altra. Ci metto tanto sentimento in quello che realizzo, ma al contempo non è importante quanto faccio. Eppure, questa è la vita che ho scelto, che mi interessa e che mi consente di essere veramente libero. Penso che tale libertà mi derivi dall’essere africano.
 Com’è diventato regista?
Mia madre aveva un figlio che, partito a 21 anni per l’Algeria, non vide per anni (si sono ritrovati per caso, dopo molto tempo, in Senegal). Mi diceva sempre che studiava cinema. Penso che, volendomi sostituire a lui, a 14 anni ho preso la mia decisione. Poi, quando a 18 anni dal Mali mi sono trasferito di nuovo in Mauritania, sono andato ad abitare vicino a un centro ricreativo, il cui direttore mi proponeva libri di autori russi. Li ho letti, anche se erano difficili: Delitto e castigo, I fratelli Karamazov e anche opere di Gogol’, Turgenev. Un giorno mi ha parlato di una scuola di cinema a Mosca, che elargiva delle borse di studio…
 Gli anni a Mosca sono stati formativi (ha studiato per sei anni alla VGIK con il mae­stro Marlen Chuciev), ma anche duri. Com’è riuscito a frequentare la scuola?
Ovviamente c’era un concorso da superare. Ho trascorso un anno in Russia per imparare la lingua. Poi, all’esame mi diedero tre titoli su cui preparare uno sketch. Uno chiedeva di raccontare il mio ultimo giorno nel mio Paese. Io, invece, decisi di raccontare il mio primo giorno in Russia: quando ero arrivato nella mia stanza, avevo incontrato il mio compagno e ci siamo presentati pur non condividendo la stessa lingua. La commissione mi disse che il mio sketch rispettava tutte le leggi della drammaturgia: pause, silenzi, senso di angoscia. Prima di entrare mi fecero anche un colloquio. All’inizio è stata dura, perché non avevo gli stessi riferimenti culturali dei miei compagni e la percezione che avevo di me stesso corrispondeva alla negazione dell’altro.
 Ci parli dei suoi maestri…
Non sono un cinefilo e prima della scuola russa avevo visto solo tre film: la trilogia di Sergio Leone. Poi ho scoperto il cinema neorealista, e i film di John Ford e di John Cassavetes. I titoli che più di altri mi hanno segnato, però, sono La strada e Prova d’orchestra, di Federico Fellini, e Lo specchio, L’infanzia di Ivan e Andrej Rublëv di Andrej Tarkovskij. Anche il cinema di Ingmar Bergman è stato importante. Più che gli interi film, però, mi hanno segnato singole scene. Penso che le pellicole d’autore siano importanti, ma altrettanto lo siano quelle di «serie B». Dal realismo ho imparato a filmare le cose come le vedo e le sento e anche l’uso del parlato.
 Che cos’è il cinema per lei?
È un linguaggio che serve a essere compresi e a iniziare un dialogo.
 Una volta lei ha detto che il cinema è viaggio. È il viaggio della sua vita?
Sì, anche perché il cinema è uno scambio con le persone, ha a che fare con la vita. Ripeto: il cinema non è indispensabile. Nella vita non è indispensabile fare un film né andare a vederlo. Indispensabili sono gli incontri. Per me ha senso ciò che la gente mi dà.
 Cosa non le piace del cinema?
Non mi piace girare il film. Ci vogliono molte settimane.
 Qual è l’immagine dell’Africa che emerge dal cinema?
È un continente raccontato così male! Si vedono sempre le stesse cose: sfortuna, guerre, carestie. Mancano totalmente alcuni temi, come il jihad o la migrazione. Vivendo in Africa si percepisce con intensità la dimensione umana. La particolarità di questo continente non sta nella sua differenza, ma nella somiglianza con altri Paesi. Esiste una «dimensione Africa» che è moltitudine, non unitarietà, e che va sottolineata. A parlare di Africa si finisce poi per appartenerle. Quando si soffre per qualcosa che succede in Africa, si soffre per qualcosa che c’è nel mondo intero. Se oggi un emigrato annega in mare, tutta l’Africa annega con lui e tutta l’Africa è solidale con lui.
 Qual è il suo approccio rispetto alla ricerca estetica?
La mia ricerca estetica passa attraverso argomenti difficili. La bellezza formale appartiene alla bellezza dei luoghi. Scelgo gli sguardi giusti, i volti dei personaggi, ma poi la bellezza vera mi è offerta dai luoghi in cui giro. La bellezza è l’eternità del cinema. È fragilità e anche speranza.
 Qual è il compito dell’artista?
Facendo cinema desidero creare un mondo migliore. Quello che i registi raccontano è rarefatto: sono poche le parole che passano attraverso il grande schermo e che non vengono ascoltate. Inoltre, anche le voci africane sono rare. Per questo la scelta di ogni mio film è importante e mi assumo questa responsabilità. L’artista si rivolge a persone anonime per raccontare gli umili. Nel suo ultimo film Timbuktu narra di una città nelle mani dei jihadisti, nella quale resistenza e amore si confrontano con terrore e paura.
Di questo film vorrei ribadire la scelta di un soggetto difficile e sottolineare due aspetti: la fragilità delle persone (l’umanità presa in ostaggio) e il tema dei divieti. Non si possono mettere sulla stessa bilancia i buoni e i cattivi. Entrare nel luogo comune che i jihadisti siano cattivi è facile. In realtà, non esiste il prototipo del cattivo; sono gli atti a essere barbari. Questo film respinge la violenza e la barbarie. I jihadisti sono nati buoni, ma sono scivolati in qualcos’altro. Però, tutti hanno la possibilità di un riscatto. Umanità è anche avere la facoltà di perdonare: è questa la speranza che cerco di portare in ogni mio personaggio.
 Crede nell’essere umano?
Ci credo qualsiasi cosa succeda. Il regista cerca di avere ragione, ma l’atto di creazione non è un atto di verità.           
  
LA SCHEDABiografia
 
Abderrahmane Sissako (forma francesizzata di ’Abd al-Rahmān), nato in Mauritania e cresciuto in Mali, si è diplomato nel 1989 al VGIK, la prestigiosa Moscow Film Academy che ha prodotto registi eccezionali come Tarkovskij, Sokurov e Parajanov. Ora Sissako vive e lavora in Francia come regista e scrittore. È membro della giuria di festival (Cannes 2000, e presidente di giuria 2003 e 2015), ed è presidente della commissione di ammissione del French Film Academy La Fémis. Dopo alcuni cortometraggi (tra cui Le Jeu e Octobre), ha raggiunto un’ampia notorietà con i film La vie sur terre (1998), in cui filma il suo ritorno al villaggio in Mali e la ricerca di suo padre, e Bamako (2006), cronaca di una coppia che va in frantumi anche a causa della globalizzazione monetaria. Con il film Timbuktu, sottotitolato Le Chagrin des oiseaux («La sofferenza degli uccelli»), in cui evoca il dramma della popolazione di questa antica città del Mali e dei suoi dintorni sotto l’occupazione islamica tra il 2012 e il 2013, ha ottenuto la candidatura all’Oscar come miglior film straniero, e ha vinto il Premio della giuria ecumenica a Cannes 2014 e 7 César, tra cui miglior film, regista e sceneggiatura originale.
 
 
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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