Afferrare l’eterno

Un anno in compagnia di religiosi e religiose. Una serie di articoli sulla vita consacrata nell'anno che la Chiesa ha voluto dedicarle. Cominciamo con i certosini di Serra San Bruno, in Calabria.
05 Gennaio 2015 | di

«Sentinella instancabile del Regno che viene, cercando di “essere” prima di “fare”, l’Ordine certosino dà alla Chiesa vigore e coraggio nella sua missione, per andare al largo e per permettere alla Buona Novella di Cristo di infiammare tutta l’umanità» (Giovanni Paolo II, Messaggio in occasione del 9° centenario della morte di San Bruno, 14 maggio 2001).
Cominciamo dalla fine, in tutti i sensi. Una piccola porzione del prato del chiostro, una grande croce di pietra, un certo numero di croci di legno, anonime, alcune già consumate dal tempo. Quasi foglie morte planate lì in chissà quale autunno, attorno all’albero a cui insistono ciò nonostante ad appartenere. Siamo nel chiostro principale della certosa di Serra San Bruno, in Calabria, nella provincia di Vibo Valentia. Lungo i suoi quattro lati si affacciano ordinatamente le abitazioni dei monaci, ma anche, nella migliore tradizione monastica, altri ambienti di vita comune o di servizio. Snodo vitale, dove si incrociano i passi furtivi e silenziosi degli abitanti della certosa, grezzi abiti bianchi che si sfiorano frusciando, si riconoscono, si sorridono persino. Ma non si parlano, almeno a voce. Procedono assieme verso la chiesa, sia di giorno che di notte, trattenendo quasi il fiato per le lunghe preghiere che seguiranno da lì a poco, come se dovessero prepararsi a spiccare un grande salto. I bianchi corridoi vedranno poi passare, durante il giorno, carrelli del pranzo (vegetariano e unico nella giornata), indaffarati monaci che si recano a svolgere le proprie mansioni per il bene della comunità, ma anche riviste teologiche che girano per il chiostro, in attesa che l’uno o l’altro se ne prenda una per alimentare le proprie letture formative. Con l’obbligo, sfogliata anche l’ultima pagina, di rimetterla «in circolo».
Onestamente, non si riesce a vedere granché altro qui. Effettivamente, una coltre di greve silenzio sembra abbracciare il monastero. Ti dà persino fastidio, come può darlo a persone che del silenzio non sanno nulla e soprattutto non ne fanno esperienza da chissà quanto.
Eppure intuisci che c’è qualcosa in questo silenzio, e nella vita silenziosa che trascorrono in questo luogo i certosini che vi abitano. In uno stile di vita che mescola sapientemente momenti di fraternità: il pranzo della domenica e delle altre solennità, comunque in silenzio, buona parte della preghiera liturgica, comprese le ore notturne, la messa conventuale, gli incontri ufficiali della comunità; e vita eremitica, in solitudine: la maggior parte della giornata che ogni certosino trascorre nella sua povera ed essenziale… villetta a schiera. Infatti, invece delle tradizionali cellette che ci aspetteremmo in simili luoghi, ogni certosino abita una piccola casetta, autonoma, 100m2 di appartamento, più orto e giardino in esclusiva! Una piccola porzione di paradiso in terra, dove pregare, lavorare, studiare, mangiare, ma anche riposare. Dove santificare una quotidianità persino banale. Che nessuno vedrà.
Così, nel lontano 1084, aveva pensato san Bruno, fondatore della Grande Certosa, dal nome della valle francese, Chartreuse, dove vennero costruiti i primi eremi, e da cui presero nome le altre fondazioni e lo stesso ordine dei certosini. Bruno, per vicende legate al papato, approdò infine proprio qui in Calabria dove, avendo rifiutato di esser fatto vescovo, fondò l’eremo di Santa Maria, poco distante dall’attuale certosa, che era invece il luogo dove avrebbero vissuto i cosiddetti «fratelli» e cioè coloro che non potevano o non desideravano seguire completamente le regole del deserto, e qui morì il 6 ottobre 1101. Oggi le certose nel mondo sono circa una ventina; in Italia ci sono le certose maschili di Serra San Bruno e di Farneta (LU), e femminile di Dego (SV).
Non c’è mai stata una certosa a Roma, dove chiunque ambisce per ovvi motivi a fondare una propria casa religiosa… E poi, la rinuncia pressoché totale a qualsiasi forma di apostolato attivo? Niente predicazione al popolo né confessioni, niente offerta di lectio divina né di direzione spirituale individuale. Mi confida lapidario dom Jacques: «Il silenzio delle labbra diventa il presupposto per un silenzio dei pensieri e del cuore, che si apre all’accoglienza della Parola di Dio fatta carne in Gesù. Quando parliamo o cantiamo dobbiamo fare delle piccole pause di silenzio per poter inspirare l’aria. Il silenzio nella vita del monaco è il dilatarsi di queste pause, è il predisporsi ad inspirare, accogliere, fin nel più profondo del nostro intimo, il soffio dello Spirito Santo».
A Serra San Bruno intanto non c’è nemmeno una foresteria, e la santa Messa viene «aperta al pubblico», rigorosamente maschile, solo a Natale e a Pasqua. D’altro canto, mi dicono che la comunità cristiana di Serra San Bruno è una delle più ferventi della regione: il silenzio che feconda la comunità, davvero un bel paradosso per noi ammalati di attivismo… Poi succede anche che i certosini di Serra San Bruno scelgano, l’8 dicembre 1988, di rompere il loro rigoroso silenzio con una lettera, Vi supplichiamo, contro la ’ndrangheta: «Uomini della violenza desistete dallo spargere il sangue del fratello. Temete il giudizio di Dio!». O che la certosa di Farneta si apra all’accoglienza di profughi ed ebrei durante l’ultima guerra, e dodici suoi certosini vengano per ciò fucilati dalle SS... E poi l’alternarsi, caotico per un estraneo, tra silenzio e parola, vuoto e pieno, bianco e nero, luce e buio, dentro e fuori, che marca anche architettonicamente la certosa, non ti concede mezze misure né pause riflessive. È come sentirsi costretti a scegliere da che parte stare, ma subito dopo essere liberi di passare da un estremo all’altro… Quando poi scopro che fa parte delle consuetudini dei certosini anche una settimanale passeggiata detta «spaziamento», tutti assieme appassionatamente e chiacchierando in giro per i boschi, be’, a questo punto mi arrendo.
San Bruno può cercare di convincermi che a loro interessa «fugitiva relinquere et aeterna captare», afferrare ciò che è eterno, ma la gioia di questa inutile libertà mi interroga. Questo snobismo spirituale allo stato puro: far di tutto per scomparire, quando tutti fan di tutto per apparire. Far di tutto per starsene in silenzio, quando tutti sbavano per dire la loro. «Ciò che trovo “bello” nella vita certosina è la sua estrema semplicità. Capita che, da fuori, la gente immagina che facciamo cose straordinarie. Niente affatto. L’esistenza del certosino si svolge in modo semplice. Semplicità nell’arredamento dell’eremo dove vive il monaco, sobrietà nel cibo, negli abiti con cui ci vestiamo. Semplicità nel canto liturgico e negli addobbi della chiesa. Anche le relazioni fraterne tendono a essere improntate di carità sincera e semplice. Perfino la preghiera personale, con l’andare del tempo, si semplifica diventando innanzitutto atto di amore», conclude dom Jacques.
I certosini sanno qualcosa che noi non sappiamo, o ci siamo nel frattempo dimenticati. E non vogliono dircelo!
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Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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