Alla scoperta del Libro dei libri

Si tiene dal 5 al 26 ottobre, in Vaticano, la XII Assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi. Tema dell’incontro: «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa».
25 Settembre 2008 | di

Era il 15 settembre 1965. Alla fine del Concilio ecumenico Vaticano II (8 dicembre dello stesso anno) mancavano ormai pochi giorni quando Paolo VI, in risposta a un’esigenza espressa proprio dai padri conciliari, istituì il sinodo dei vescovi come organismo permanente del collegio episcopale della Chiesa cattolica. Due gli obiettivi principali: mantenere vivo lo spirito di comunione e confronto maturato durante i lavori del Concilio e dare modo ai vescovi di ogni parte del mondo di incontrarsi periodicamente per meglio coadiuvare, con i loro consigli, il servizio del Papa a capo della Chiesa universale.

In spirito di comunione

La parola sinodo vuol dire assemblea, incontro, convegno, ma se si guarda all’etimologia si nota una sfumatura significativa: il greco synodos è composto da syn (insieme) e odòs (cammino). Il sinodo non è dunque un’istituzione statica, ma un percorso che i Pastori fanno in spirito di comunione. Il documento che regola il funzionamento del sinodo è l’Apostolica sollicitudo, lettera apostolica nella quale Paolo VI, oltre a spiegare le finalità della neonata istituzione («rafforzare con più stretti vincoli la nostra unione con i vescovi»), affermava che nel corso del tempo sarebbe stato possibile modificarne l’assetto per meglio adeguarlo alle nuove necessità.
A più di quarant’anni dalla sua istituzione, il sinodo ha subìto effettivamente qualche modifica, sia per armonizzarlo con le norme del nuovo codice di diritto canonico e con i canoni delle Chiese cattoliche orientali, sia dal punto di vista del funzionamento pratico, con la riduzione della durata da quattro a tre settimane e la facoltà di intervento libero concessa ai padri sinodali al termine di ogni assise giornaliera.
Inalterata resta comunque la sua natura di organo consultivo che deve dare, scriveva Paolo VI, «informazioni e consigli», mentre potrà avere «potestà deliberativa» solo quando «questa gli sarà conferita dal romano Pontefice».


Una riflessione ampia e coraggiosa

Interpretando un sentimento diffuso, un biblista e un pastore come il cardinale Carlo Maria Martini, nella prefazione al libro Gesù di Nazaret. La sua storia, la nostra fede, di Romano Penna (edizioni San Paolo), ha scritto: «Da tanto tempo avevo desiderato e optato per un tale sinodo, che dovrebbe verificare quanto si è compreso e messo in pratica della costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II e quanto rimanga ancora da fare per l’avvenire, sia perché previsto dal Concilio sia perché ci appare oggi, alla luce degli eventi e degli studi successivi, come importante e urgente».

L’arcivescovo emerito di Milano riassume bene il senso dei prossimi lavori sinodali. Si tratta effettivamente di fare una riflessione ampia, e anche coraggiosa, sul ruolo della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa cattolica dopo che il Concilio, con la Dei Verbum, l’ha rimessa decisamente al centro sottolineando il dovere e la necessità, per ogni cristiano, di nutrire la propria fede di tale Parola.

E Gesù scrisse la Genesi…

Con l’espressione Dei Verbum, Parola di Dio, si intende tanto la sacra scrittura quanto Gesù stesso che, come dice Giovanni all’inizio del suo Vangelo, è parola che si è fatta carne. Si capisce bene, quindi, come il prossimo sinodo abbia di fronte a sé un compito di grandissima importanza e alquanto delicato, perché la riflessione andrà proprio al cuore della vita e della missione della Chiesa.

Sul piano quantitativo, per capire la portata del problema, bastano alcune cifre. Secondo l’Alleanza biblica universale (l’associazione, fondata nel 1946, che riunisce centocinquanta società bibliche nazionali), la Bibbia è stata tradotta, per intero o in parte, in 2355 lingue, poco più di un terzo di tutte quelle parlate nel mondo. Il dato può essere interpretato in vario modo, a seconda che si voglia vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Da un lato la Bibbia è senz’altro il libro più diffuso sulla Terra, dall’altro però veniamo a sapere che a tutt’oggi, nell’era della comunicazione globale e quasi seicento anni dopo la stampa della prima Bibbia (che è stata anche il primo libro stampato a caratteri mobili da Gutenberg) si può leggere la Parola di Dio in appena un terzo delle lingue parlate sul pianeta. Se poi si guarda all’Italia ci si accorge che la Bibbia nelle case è abbastanza diffusa, ma resta quasi sempre chiusa. La ricerca più recente, condotta dall’Eurisko e presentata in Vaticano nell’aprile 2008, dice che l’86 per cento degli italiani ignora del tutto le sacre scritture. Appena un italiano su quattro ha letto almeno un brano biblico nel corso dell’ultimo anno (negli Stati Uniti due cittadini su tre) e pochissimi sanno dire se i Vangeli fanno parte della Bibbia, se Gesù è tra gli autori dei libri biblici, se Paolo e Pietro hanno scritto dei Vangeli e chi, tra Mosé e Paolo, è un personaggio dell’Antico testamento.
Durante la presentazione della ricerca il filosofo Massimo Cacciari ha detto che fra i suoi studenti gli sono capitati giovani ottimamente preparati in filosofia, ma completamente a digiuno per quanto riguarda la Bibbia, tanto da arrivare a dire che Gesù ha scritto la Genesi. Alla Bibbia i cattolici italiani, anche i più praticanti, preferiscono altri libri di argomento religioso e soprattutto le trasmissioni televisive che parlano di religione. C’è, nei confronti della Bibbia, una sorta di timore e insieme di sospetto.
«È una sfida alla quale dobbiamo rispondere», ha detto il vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, commentando i risultati. E monsignor Gianfranco Ravasi, grande esperto di Bibbia nonché presidente del Pontificio consiglio per la cultura, ha ironicamente (ma anche malinconicamente) commentato che se il sondaggio avesse incluso la Città del Vaticano si sarebbero avuti risultati sorprendenti in senso negativo.

Perché la Bibbia sta sugli scaffali dei cattolici, ma non viene presa in mano per la lettura se non in rare occasioni? La domanda sarà sicuramente al centro dei lavori sinodali, come ha detto monsignor Nikola Eterovic, l’arcivescovo che è segretario generale del sinodo e che in Vaticano ha presentato ai giornalisti l’Instrumentum laboris. Il sinodo, ha spiegato Eterovic, dovrà «favorire la conoscenza e l’amore della Parola di Dio che è viva, efficace e penetrante, allo scopo di riscoprire la bontà infinita di Dio che si rivela all’uomo come a un amico, si intrattiene con lui e lo invita alla comunione con lui».
Una testimonianza preziosa arriva ancora dal cardinale Martini, che negli anni trascorsi a Milano ha fatto della lectio divina, ovvero della lettura riflessiva e dell’ascolto orante della Bibbia, uno dei suoi impegni più costanti e caratteristici, ottenendo risultati impensabili anche in termini numerici, come può testimoniare chi ricorda il duomo strapieno di giovani per le lezioni dell’arcivescovo. Martini, all’epoca, propose di creare uno spazio di ascolto realmente sacro, nel senso di preservato dalle interferenze esterne, per recepire la Parola di Dio nel silenzio e nella contemplazione. Un bisogno, questo, oggi assai diffuso, come si può rilevare dal successo dei corsi biblici proposti da vari ordini e gruppi religiosi anche sotto forma di vacanze spirituali.
Ma il sinodo dei vescovi, come ha detto ancora monsignor Eterovic, dovrà riflettere anche su come la Bibbia è recepita nel mondo ecclesiastico. Il segretario generale del sinodo ha parlato di lacune, parzialità, errate interpretazioni, omissioni, aggiungendo che «forse la Dei Verbum non è stata sufficientemente accolta».

Dio interviene nella storia


Entriamo qui in un campo specialistico non facile per chi studioso non è. Molte le questioni sul tappeto, ma a grandi linee (e chiedendo preventivamente scusa agli esperti) potremmo dire che la Chiesa cattolica è ancora alle prese con il grande problema del rapporto fra magistero ed esegesi. Da un lato c’è l’insegnamento con il quale la Chiesa cattolica conserva e trasmette il deposito della fede anche sotto forma di dottrina che non può essere messa in discussione, dall’altro c’è l’interpretazione critica dei testi. Sono due universi che si compenetrano ma che, a volte, entrano anche in conflitto. E, di fatto, in passato il conflitto c’è stato, come sanno bene quegli studiosi cattolici che, diversamente dai loro colleghi protestanti, per lungo tempo non furono liberi di applicare il metodo storico-critico all’analisi della Bibbia perché impediti dalla Commissione biblica vaticana che agiva, in quanto strumento del Magistero, imponendo dall’alto norme che non potevano essere discusse.

Partire dall’esegesi


La svolta decisiva è stata determinata dal Concilio Vaticano II e ha poi portato come frutto concreto, nel 1993, il documento L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, con il quale la Commissione biblica indica il campo specifico d’intervento degli esegeti rispetto al Magistero, oltre a determinare i criteri che indicano la via per una interpretazione adeguata del testo biblico.

Oggi la posizione che Benedetto XVI, in quanto Papa ma anche in quanto teologo, chiede di rispettare è la seguente: sebbene il metodo storico-critico sia non solo ammesso ma da ritenere decisivo, occorre essere consapevoli, da un lato, che la mera oggettività storica non esiste e, dall’altro, che la Bibbia per il cattolico non è un testo qualsiasi ma è Parola di Dio, e dunque su di esso la fede deve poter dire qualcosa. La Bibbia, insomma, non è una faccenda da riservare all’esperto in senso tecnico. Anche il Pastore può e ancor più deve parlare. Un’ermeneutica (vale a dire un’interpretazione) biblica completa si ottiene proprio dall’unione di queste due visioni e sensibilità. Bastano questi accenni per capire come, proprio a partire dall’esegesi biblica, si aprano orizzonti che coinvolgono la fede stessa e il rapporto tra la fede e il mondo in cui viviamo.
Con una certezza, che per il credente è imprescindibile: un Dio che non interviene nella storia dell’uomo non è il Dio dei cristiani e non è il Dio della Bibbia.       

Brevi

Maratona della Parola

La Bibbia letta per sette giorni e sei notti, in diretta televisiva. Dal 5 ottobre – proprio in occasione dell’apertura dei lavori del sinodo – nella Basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, prenderà il via una lettura-maratona delle sacre scritture, trasmessa da Raiuno e Rai Educational. Ad aprire la diretta sarà lo stesso Pontefice che, dal Palazzo apostolico, verso le 19, leggerà i primi 33 versetti del Libro Sacro, senza alcun commento. A lui seguiranno altri 1200 lettori, tutti volontari, tra i quali figurano anche personalità di spicco di altre confessioni religiose (per esempio, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni). La lunga diretta prevede 81 stacchi musicali, affidati ad altrettanti cori provenienti da tutto il mondo. La manifestazione sarà trasmessa anche all’esterno della Basilica attraverso megaschermi. La conclusione della maratona televisiva sarà affidata al Segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, che leggerà alcuni passi dall’Apocalisse.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017