Ancora sangue nella terra di Gesù

Ogni popolo ha il diritto di avere una patria certa entro confini sicuri. Se ce l’hanno gli ebrei in Israele, non può essere negato ai palestinesi.
01 Novembre 2000 | di

Nella terra di Gesù è tornato a scorrere il sangue. È bastata la provocatoria passeggiata, sulla Spianata delle Moschee, dell' ex generale Ariel Sharon, capo dei conservatori del Likud, i «falchi» di Israele, per far esplodere la polveriera mediorientale, già  incandescente di suo. Ed è stata di nuovo Intifada. Le pietre dei palestinesi contro i carroarmati di Israele. Con morti, feriti e atrocità  varie che, trasmesse dalle tv, hanno suscitato raccapriccio e indignazione. E messo in fibrillazione mezzo mondo perché, ancor prima della globalizzazione, quel che succede in quella delicata regione non è mai senza conseguenze. Tant' è vero che le diplomazie che contano, sollecitate e guidate dal presidente americano Bill Clinton, hanno fatto di tutto per costringere i leader delle due fazioni in lotta a un accordo per far almeno cessare le violenze, come primo passo per la ripresa di quelle trattative, di recente naufragate, che dovrebbero portare la pace nella regione.
L' intesa trovata nel vertice di Sharm el-Sheik è stata, però, un' intesa «zoppa», poco autorevole, perché poco autorevoli sono ormai coloro che l' hanno trovata, sia l' israeliano Barak, sia il palestinese Arafat (ma anche Clinton, ormai ex presidente), ambedue prigionieri dei rispettivi estremismi, contrari a ogni intesa, convinto ognuno che la soluzione del problema stia nell' eliminazione dell' avversario. Per questo vivono, combattono e muoiono. A questo educano i loro figli. Tant' è vero che, insensibili agli appelli di cessare la violenza, gli estremisti arabi hanno proclamato che «la battaglia continua», mentre i coloni israeliani chiedevano armi
«per salvare Israele». Insomma, la pace continuerà  a essere un sogno.
La crisi è complessa, viene da lontano, dai giorni in cui agli ebrei, dopo duemila anni di diaspora, le grandi potenze concedevano di ritagliarsi una patria in quella che era stata la terra dei loro padri. Lo fecero, ma cacciando, e con brutte maniere, chi quella terra abitava da secoli, i palestinesi appunto, agli occhi dei quali gli ebrei sono diventati i «ladri che hanno strappato loro la madrepatria», con relativi sentimenti di rivalsa e di odio, puntualmente trasmessi ai figli. Sentimenti generosamente ricambiati dalla controparte. E trasmessi. In realtà , c' è anche chi tenta esperienze di convivenza e lotta per la pace, ma attualmente sembra non contare.
Situazione intricatissima, ma una cosa ci sembra certa: ogni popolo ha il diritto di avere una patria certa entro confini sicuri. Se ce l' hanno gli ebrei in Israele, non può essere negato ai palestinesi. Su questo principio erano state avviate le trattative cui accennavamo, interrotte dalla morte di Rabin e poi proseguite stancamente tra mille difficoltà  ed equivoci. Era chiaro che entrambi per la pace avrebbero dovuto pagare alti prezzi, ma qualcuno pensava di poterla avere gratis e altri non erano disposti a pagarli, convinti che con il nemico non si tratta. Lo si annienta.
Non abbiamo noi, certo, qualcosa da proporre. Figuriamoci. Anche il Papa, con la sua proposta di una Gerusalemme città  aperta e internazionale, ha fatto un buco nell' acqua. Non possiamo che esprimere il nostro profondo rammarico perché quella Terra santa, che ha fatto da sfondo all' annuncio della Buona Novella di Gesù, novella di pace, di amore per tutti, perfino per i nemici, è diventata terra della discordia, dell' odio, della violenza che ha quasi sempre tra le sue vittime i più deboli, i più poveri, gente innocente.
Non possiamo fare nulla perché laggiù la situazione cambi, ma possiamo fare qualcosa, anzi tanto, per impedire che nelle nostre vite, nei nostri rapporti con gli altri, abbiano il sopravvento sentimenti di astio, di ostilità . Si sentono in giro tante parole di disprezzo verso chi è estraneo e diverso per non temere che queste un giorno si possano tradurre in peggiori sentimenti e in azioni conseguenti. Gli italiani non sono capaci di odiare, si dirà . Non si sa mai. Meglio vigilare. Su noi stessi soprattutto. _

fra Luciano Bertazzo
direttore editoriale

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Mentre chiudiamo quest' editoriale ci giungono le drammatiche notizie della disastrosa alluvione che ha colpito le popolazioni della Val d' Aosta, del Piemonte e della Lombardia: case distrutte, morti, sfollati, tanti drammi che ci hanno commosso profondamente. Desideriamo esprimere a tutti coloro che sono stati toccati dall' infausto evento la nostra fraterna e solidale vicinanza, in particolar modo agli amici lettori del «Messaggero di sant' Antonio». Uniamo l' assicurazione della nostra preghiera e l' augurio che la ricostruzione possa avvenire in tempi rapidi e in modo efficace.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017