Bella Italia... non solo a parole

L'auspicio è che le nuove generazioni possano esprimere leaders politici di qualità in grado di dare un impulso all'Italia, al rinnovamento delle sue istituzioni, e a un nuovo corso dell'italianità nel mondo.
16 Ottobre 2008 | di

«Bella Italia, amate sponde pur vi torno a riveder!». Con questo saluto, denso di nostalgica meraviglia, il poeta Vincenzo Monti, rientrava in patria dall’esilio. Bella Italia è divenuto il titolo di una rivista, il marchio di progetti imprenditoriali e di promozione turistica, di aziende di viaggio, ristoranti e hotel, ovunque nel mondo. Auspichiamo che sia proprio questa esclamazione il simbolo programmatico e il carattere dell’atmosfera della prima Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani all’estero che si terrà a Roma nel mese di dicembre.
Il progetto della Conferenza era partito alla grande, con una carica di entusiasmo alimentata dal sottosegretario Danieli, del precedente governo Prodi, e dal Consiglio Generale per gli Italiani all’Estero, CGIE. In un primo tempo si parlava di mille giovani, poi la cifra è stata ridimensionata a quattrocento, e forse saranno anche meno. Per molti giovani non solo non si tratterà di un ritorno dall’esilio, ma di una prima visita al Paese dei loro genitori o nonni, emigrati da ogni Regione, e verso tutti i continenti. Ci saranno quindi rappresentanti dell’Europa e delle Americhe, dell’Australia e dell’Africa, Asia e Oceania. Spetterà a loro dire che cos’è l’italianità per le giovani generazioni, come vivere il rapporto con l’Italia e i suoi governanti.
Sulla sfida di costruire una nuova italianità a cui sono chiamati i giovani d’oggi residenti all’estero, abbiamo colto le opinione del senatore Nino Randazzo e del deputato Marco Fedi, eletti al Parlamento di Roma nella Circoscrizione Oceania-Africa-Asia e Antartide.
«Il CGIE auspica, propone e prepara da vari anni questo incontro, ripetutamente rinviato, sia per ragioni di bilancio del Ministero degli Affari esteri, sia per le lentezze e le riserve di taluni esponenti della macchina burocratica – esordisce Randazzo –. Ora che, al termine di una serie di studi, ricerche, dibattiti e consultazioni del CGIE con rappresentanti delle seconde e terze generazioni dei gruppi etnici italiani nel mondo, si giunge al risultato concreto della Conferenza del prossimo dicembre, tocca proprio ai giovani partecipanti inventarsi il lavoro, giustificare la loro presenza e le loro attività con idee, proposte e richieste concrete e ragionevoli».
I giovani dovranno assumersi responsabilità impegnative?
Randazzo
. Secondo me una questione centrale dovrebbe essere l’apertura di finestre in Italia per la grande creatività italiana nel mondo, di emigrati di prima generazione e di oriundi. Le iniziative culturali e le informazioni restano strettamente a senso unico: dall’Italia verso l’estero. Sarebbe ora di avviare un movimento di giovani intellettuali, artisti, creativi, manager d’origine italiana dall’estero verso l’Italia, dalle nazioni multiculturali di loro residenza alla nuova Italia multiculturale. La valorizzazione in Italia delle culture italiane nel mondo – e uso di proposito il plurale – potrebbe costituire l’obiettivo di maggiore impatto della Conferenza. Altrimenti temo che né i media né l’opinione pubblica dell’Italia odierna riserveranno attenzione all’evento, al di là di qualche nota di colore. E temo che una nuova «struttura operativa» o «istituzionale» al di fuori di un punto di riferimento preciso per valorizzare le culture italiane nel mondo, sia difficilmente ipotizzabile. I giovani delle comunità italiane nel mondo, o si fanno sentire e si sanno imporre loro per virtù propria, o nessun intervento dall’alto, nessuna autorità istituzionale, potrà dare loro veramente forza e spazio. Questa Conferenza sarà una cartina di tornasole per la presenza degli oriundi italiani nel mondo.
Quindi si riparte da dove hanno fallito le istituzioni e le associazioni di italiani all’estero?
Gli italiani all’estero, al pari di quelli in patria, non hanno ancora digerito la necessità del ricambio generazionale. Ma bisogna anche riconoscere che si è assistito ad esperienze disastrose, un po’ ovunque all’estero, di gestioni giovanili fallimentari, all’insegna dell’inesperienza e dell’avventatezza. E ammettiamo pure che in un’associazione dove non si riesce più a comunicare in lingua italiana, non ha più senso parlare di trasmissione dell’italianità.
 Cosa sta succedendo alle Associazioni?
Fedi
. Non credo che si possa parlare di fallimento da parte delle Associazioni. Si è trattato di fallimenti annunciati. I tentativi di aggregazione sono falliti perchè si proponevano modelli vecchi e superati. Anche per i trentenni, i quarantenni o i cinquantenni. Perchè è difficile aggregare tutti, figuriamoci i più giovani che cambiano lavoro, abitazione, corso di studi o Paese con molta facilità e velocità. L’associazionismo tradizionale ha ancora un ruolo, anche se è in crisi profonda. Per uscire dalla crisi deve anch’esso re-inventarsi.
Corsi di lingua italiana, borse di studio, interscambi culturali e gemellaggi di scuole sono iniziative importanti per costruire una nuova italianità?
Randazzo. L’insegnamento della lingua italiana non solo è importante, ma è essenziale. E questo è uno dei problemi centrali. Il numero degli italofoni tra gli oriundi italiani, non solo è esiguo, ma continua a diminuire. Occorre invertire quell’esiziale tendenza, scaturita da taluni ambienti accademici, secondo cui sarebbe possibile trasmettere e promuovere la cultura italiana a prescindere dalla lingua. È un dato di fatto d’ogni giorno sotto gli occhi di tutti: con la morte della lingua finisce con il morire anche la cultura, che nella lingua ha la sua espressione e la sua cifra essenziale. Poi, i corsi d’immersione in lingua e cultura di maggiore durata in Italia, invece delle solite «toccate e fughe», potrebbero dare risultati più evidenti per studenti dei vari ordini di scuola dei Paesi ospitanti le principali collettività d’origine italiana.
Fedi. Lingua e cultura sono profondamente legate, e la valorizzazione della lingua italiana rafforza anche le prospettive del sistema Italia nel mondo. Per quanto riguarda l’Australia, l’italiano è la lingua più studiata a scuola, e la più parlata nelle famiglie dopo l’inglese. Dobbiamo fare in modo che rimanga tra le lingue prioritarie e stiamo facendo azione di lobby con il governo federale australiano.
Dal 5 al 7 settembre scorsi, nel Queensland, lo Stato che ha Brisbane per capitale, l’Associazione GIA, Giovani Italiani Australia, ha tenuto la Conferenza nazionale in vista di quella mondiale di Roma, e a seguito di altri incontri in vari Stati australiani. Ha aperto i lavori l’ambasciatore d’Italia a Canberra, Stefano Starace Janfolla, e tra gli oratori ospiti figurava anche l’onorevole Marco Fedi.
Fedi. La mia impressione sulla Conferenza nazionale è assolutamente positiva. Non solo perchè circa ottanta giovani provenienti da tutta l’Australia si sono ritrovati sulla Gold Coast dedicando un fine settimana – a loro spese – al tema del rapporto con l’Italia, non solo perchè hanno deciso di organizzare questo incontro prima ancora che venisse predisposto il decreto per l’organizzazione della Conferenza Mondiale dei Giovani e hanno preso la decisione di andare avanti con o senza questo appuntamento di fine anno, non solo per la determinazione a far vivere il network dei giovani oltre la Conferenza, ma soprattutto per le idee e le proposte emerse dai lavori. Non vi è traccia di assistenzialismo, ma si richiama l’Italia ai propri doveri, alla propria responsabilità, alla necessità di avviare un rapporto concreto con le nuove generazioni. Ho anche percepito interesse per la partecipazione politica: un segnale che la rappresentanza degli italiani all’estero nel Parlamento italiano può continuare anche con le nuove generazioni.

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017