Per capire l’Albania Dove il clan detta legge

Tutto quello che è successo in Albania ha del paradossale: dall’esperienza comunista all’invasione dei profughi kosovari all’esplosione della criminalità. Eppure è un paese con cui l’Italia deve fare i conti...
03 Luglio 1999 | di

L'Italia e l'Albania, per forza della geografia e della storia, hanno un futuro comune. Non è la retorica delle manifestazioni italo-albanesi, ma una realtà  da cui spesso si vuole sfuggire in una politica italiana verso l'Albania che è ancora troppo frammentaria e non dotata di strumenti idonei a una sua conduzione lineare. Due generazioni di italiani si sono abituati a considerare l'Albania lontana per l'artificio del muro comunista, ma questo paese è tornato a essere quello che per secoli ha rappresentato per l'Italia, mentre l'Adriatico ha ripreso la sua vita di lago italo-balcanico che ha avuto da tempo immemorabile. L'albanese è passato a essere, per l'italiano, da quel parente lontano e sofferente che era, il parente invadente e forse - se è consentita la generalizzazione - un immigrato difficile perché vicino. La realtà  è che esiste una comunicazione profonda e naturale tra i due paesi e le due società , di cui bisogna prendere atto.
La storia recente albanese e la costruzione dello stato comunista albanese mostrano come tutto quello che avviene in questo paese sia spinto al paradosso. Paradossale è stato il comunismo. Ma anche il post-comunismo. L'attesa mitica del benessere attraverso l'apertura al mercato si è accompagnata alla scarsa cultura del lavoro. Le delusioni si sono proiettate sulla vicenda delle piramidi con la fede provvidenzialistica nella fortuna che ha coinvolto l'intera società  albanese, governo e opposizione. Il tutto è stato accompagnato dalla crisi di fiducia nello stato e in un destino comune nazionale. Il senso nazionale albanese è irredentistico, umiliato rispetto alle tristi vicende del Kosovo. Ma lo stato è altra cosa rispetto alla nazione. Le distruzioni della proprietà  pubblica, la crisi del sistema educativo, quella del sistema sanitario, la mortificazione della figura dell'impiegato pubblico e dell'insegnante, mostrano per intero la crisi dello stato.
L'albanese non crede più nello stato e si è visto nella crisi del 1997 quando ha ripreso le armi: un gesto che, per chi conosce un po' l'antropologia albanese, ha il significato profondo e rituale della fine della tregua. La criminalità  si ricollega al sottofondo di banditismo tribale mai cancellato, anche se sopito con il comunismo. Così riemerge il ruolo dei clan, mai scomparsi, che si collegano spesso a partiti o mafie. L'idea di un destino comune, rappresentata dallo stato, è entrata da tempo in crisi, sia perché imposta violentemente da Enver Hoxha, il dittatore comunista, sia per una gestione della politica sullo schema del bipolarismo dell'odio: il partito che vince scaccia il personale dell'opposizione dall'amministrazione, perfino gli impiegati, e mette in prigione o sotto pressione l'opposizione. Oggi, infatti, nel parlamento albanese l'opposizione si astiene dalla partecipazione ai lavori.
Questo avviene in un paese giovane, dove il 35 per cento della popolazione ha meno di 15 anni e solo il 6 per cento ne ha più di 60: quindi un paese della scarsa memoria di quello che è avvenuto tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta. Ciò non vuol dire che non persista un malessere, seppure senza memoria. Infatti gli anni Novanta sono stati contrassegnati da una carenza di ricostruzione morale del paese: lo si vede nell'assenza di cultura del lavoro o nell'emigrazione vissuta come scelta esistenziale dai tratti della disperazione (quando in Albania non si muore di fame, grazie a un'agricoltura che ancora funziona). La politica e i partiti non hanno avuto una funzione di ricostruzione. Il sistema educativo, con lo scarso investimento, non ha funzionato in questo senso. Le tre religioni, musulmana, ortodossa, cattolica, hanno avuto vicende diversificate e di difficile avvio dopo l'ateizzazione dello stato, soprattutto le prime due, mentre una componente religiosa di origine islamica, i bektashì, quasi il 15 per cento della popolazione, è in crisi.

Il mito del clan

È riemersa l'anima albanese del clan con un forte senso della famiglia, con un innesto di usi tribali sradicati dall'ambiente e immessi in una modernità  selvaggia. Se gli anni comunisti hanno avuto effetti devastanti, anche gli anni Novanta sono stati, a loro modo, devastanti. Viene da chiedersi chi saranno i giovani albanesi dopo questo decennio, sotto il profilo morale, del senso civico o della cultura del lavoro. Sicuramente nella cultura giovanile prevale un certo disinteresse per lo studio. Resta la dimensione dell'«onore» che, però, si salda a identità  di gruppo molto primarie. Questo mette in luce come la questione morale sia decisiva, in un paese povero, dove pullulano le mafie locali e straniere, dove la corruzione è divenuta un metodo di far politica e di sopperire alle poche risorse degli impiegati statali. Anzi la mafia si pone quasi come una modernizzazione del clan tradizionale. Ma quali sono gli agenti di questa questione morale? Quali le figure di riferimento in una cultura che ha sempre avuto una venerazione per i letterati? Viene da pensare alla scuola e all'università .

 Naturalmente non si può scindere questo discorso dall'economia albanese o dall'affermazione dello stato sul piano dell'ordine pubblico, ma non può essere nemmeno sottovalutato, perché saranno gli albanesi od i protagonisti del loro futuro politico o economico. E l'Albania, nonostante le difficoltà , resta un paese con una notevole fascia di qualificazione culturale e professionale. Resta da riflettere sulla parte dell'Italia, proprio a partire dal fatto che non vuole e non può sostituirsi agli albanesi. Sarebbe devastante trasferire in Albania le logiche politiche degli schieramenti italiani, come, purtroppo, talora è avvenuto. D'altra parte, il vicinato e la comunanza di destini impone di ritagliarsi un ruolo in cui le responsabilità  siano costanti e capaci di porre basi solide per il futuro albanese.
Oggi l'Albania è alle prese con l'afflusso di centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Kosovo in fiamme. Con le sue poche strutture cerca di far fronte a una carenza continua e a un flusso in costante aumento. La crisi del Kosovo è pure una crisi albanese, anche se non si può pensare che i profughi del vicino paese si fermeranno in Albania. L'Italia è in prima linea su questo fronte, con la presenza del suo esercito e di migliaia di volontari. Ma al termine dell'emergenza, si tratterà  di costruire un modello di partnership fra Italia e Albania differente dalle relazioni internazionali del nostro paese. Sicuramente è un capitolo inedito che necessita di investimento di idee e di riflessione.

 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017