CASANOVA AL SANTO

07 Ottobre 1996 | di

In mostra dal 21 settembre al 29 novembre i disegni che il pittore bolognese aveva preparato per gli affreschi che ornano le pareti dell'abside e del prebisterio della basilica del Santo. Una occasione per rivisitare un momento dell'arte italiana, il Liberty, ingiustamente dimenticato.

Affrescare tutte le pareti interne della basilica e creare un museo antoniano avrebbero dovuto costituire due tra i risultati più splendidi del settimo centenario della nascita del Santo, celebrato nel 1895. Le cose andarono diversamente. Il museo ha potuto vedere la luce solo ai nostri giorni, un secolo dopo, e gli affreschi, fortemente voluti dallo scultore Camillo Boito, animatore del Comitato del centenario (sono sue le porte bronzee e l'altare maggiore del santuario), occuparono solo un terzo dello spazio previsto, ornando di schiere di angeli, di santi e di madonne le altissime colonne, le pareti e le volte di presbiterio e dintorni, ma smorzando anche lo slancio ascensionale tipico dell'architettura gotica, che in parte caratterizza la basilica del Santo a Padova.
Quegli affreschi, che fanno stare visitatori e pellegrini ammirati con il naso all'insù, sono di Achille Casanova, un bolognese di Minerbio, dove era nato nel 1862, abilissimo decoratore e restauratore, considerato il più intelligente interprete di quel ramo della scuola Liberty italiana, fiorito a Bologna ad opera di Alfonso Rubbiani.
Il Rubbiani, artista attivissimo e versatile, aveva tratto dalla cultura del medioevo di cui era innamorato, i motivi ispiratori di una propria filosofia artistica, che coniugò con le ricerche del movimento inglese «Arts and Crafts» di cui fu tra i primi estimatori, e di altre scuole italiane che in diverse città  si muovevano sulla stessa lunghezza d'onda. Aveva poi applicato quella filosofia alle varie arti nelle quali si era cimentato: dalla grafica alla pittura, alla scultura, all'artigianato. E anche al restauro, recuperando tra il 1889 e il 1912 alcuni palazzi e monumenti del capoluogo emiliano, facendone emergere, quando c'erano, gli elementi medioevali. Attorno a lui e alle sue idee si era formato un cenacolo di artisti, una «gilda», come la chiamarono a imitazione delle corporazioni medievali, che fece dell'arte floreale il loro pane quotidiano. Di questa «gilda», il Casanova fu, appunto, l'esponente di spicco.
Questa fase dell'arte, che interessò la cultura europea tra la fine dello scorso secolo e parte della prima metà  di quello successivo, ed ebbe estimatori del calibro di Gabriele D'Annunzio, non ha goduto in seguito di molta considerazione. Anzi.
Perché parlarne oggi? Perché se ne sta tentando una rivalutazione o quanto meno si sta cercando di capirla. In questo cammino si inserisce la mostra che la Veneranda Arca, la basilica, i Musei antoniani, e l'associazione di amici che si è formata attorno ad essi, hanno dedicato al «Casanova al Santo», esponendo dal 21 settembre al 29 novembre nel Museo civico al Santo, un nutrito numero di disegni, di cartoni, di studi preparatori effettuati per l'immane impresa della basilica che impegnò l'artista per più di quarant'anni.
Il Casanova era approdato al Santo per un concorso bandito nel 1897 dai frati della basilica e dalla Veneranda Arca per la realizzazione di un vasto ciclo di affreschi in basilica, che avrebbero dovuto ispirarsi alle «decorazioni ornamentali padovane del secolo XIV». Il Rubbiani, che partecipò al concorso con la sua scuola, vinse facilmente, soprattutto perché il suo progetto, meglio di altri, visualizzava l'importanza storica e sociale del Santo e del culto a lui tributato. Quanto allo stile decorativo ornamentale, non c'erano artisti che meglio della sua scuola sapessero interpretarlo.
Fu scelto il Casanova, che un anno prima di questo concorso aveva ottenuto il prestigioso incarico per la decorazione di alcune cappelle nella cattedrale bolognese di San Petronio, a dare concretezza al progetto del Rubbiani. E l'artista bolognese diede fondo a tutta la sua abilità  ed esperienza per raccontare alcuni episodi della vita del Santo, inserendoli in una città  che non corrisponde alla Padova medievale, ma è frutto delle fantasie e delle esaltazioni di un medioevo, interpretato come epoca mitica e felice dove il popolo, radunato nel libero comune, vive la religione e il culto dei santi (da qui le lunghe sequenze di aureolati), del Santo soprattutto, del quale l'intero ciclo è una celebrazione fastosa.
Il Casanova depose i pennelli nel 1943 (morirà  cinque anni dopo), riuscendo ad affrescare solo l'abside e il presbiterio. Di suo aveva aggiunto, non previste dal Rubbiani, alcune figure dell'Antico Testamento, per il resto era stato fedele al progetto, immergendo il tutto in un contesto di decorazioni floreali e medievaleggianti che destano ammirazione per la precisione con cui sono tracciate, ma che i critici hanno sempre bollato come opera sterile, fredda e scarsamente comunitiva. È per questo che, pur essendo stati preparati i disegni per l'intera basilica, l'opera non è poi stata completata.
Morendo, il pittore bolognese aveva lasciato disegni preparatori e studi vari alla Veneranda Arca del Santo, facendosi promettere che il tutto sarebbe stato raccolto ed esposto in un'apposita sala. Ma i gusti nel frattempo erano cambiati e a quella antica promessa solo oggi si dà  compimento, con questa rassegna che offre una larga selezione del materiale grafico lasciato dal Casanova, in gran parte inedito, che comprende sia gli studi preparatori di piccolo formato che quelli più grandi destinati a essere riportati e tradotti in parete, come si usa appunto nell'affresco.
La prima sezione della rassegna propone le tavole del progetto vincitore del 1897 e altri due, di Morani e Balducci, invece solo premiati, per confrontarli e per cercare di capire il perché della scelta allora fatta. Tra le curiosità , il modellino da poco ritrovato dell'impalcatura mobile progettata per lavorare più agevolmente sulle vaste superifici della chiesa.
Con questa mostra - sottolinea Francesca Castellani, che ne è la curatrice - si avvia «la rivalutazione di un artista già  tanto famoso quanto presto dimenticato, nonostante recenti ricerche in area bolognese abbiano in parte ridestato l'interesse su questo momento 'perduto' alla storia dell'arte e del gusto. Allo stesso tempo, la figura del pittore permette di individuare, sia pur tangenzialmente, problemi ancora in parte trascurati dalla critica, ma significativi del passaggio del secolo scorso, quali la decorazione sacra all'interno del simbolismo, il restauro 'interpretativo' e l'eclettismo nazionale».

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017