Con i poveri per la pace

Nostra intervista ad Andrea Riccardi, uno dei fondatori della comunità di Sant’Egidio, per parlare di poveri, di ecumenismo, di impegno per la pace...
03 Dicembre 1997 | di

Andrea Riccardi, umbro di origine, professore di storia del cristianesimo all'università  'La Sapienza' di Roma, è tra i fondatori e attuale presidente della Fondazione per la pace della comunità  di Sant'Egidio di Roma. Una comunità  avviata nel Sessantotto da un gruppo di ragazze e ragazzi del liceo 'Virgilio' della capitale, che nella ricerca di un senso da dare alla propria vita, s'erano ritrovati insieme a leggere e a meditare la parola di Dio e a pregare. Parola di Dio e preghiera erano diventate la chiave di volta della loro esperienza, che prese poi la strada dell'impegno, prima tra i baraccati della periferia, poi tra i poveri, i barboni, gli anziani soli della città , e via via dilatandosi a cerchi concentrici a mano a mano che si affacciavano nuove emergenze: immigrati, drogati, malati di Aids, prostitute, non solo a Roma e non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

L'incontro con i poveri del mondo, afflitti oltre che dalla miseria, anche dalle divisioni e dalle guerre, li ha fatti diventare mediatori di pace, riuscendo (Mozambico) dove più potenti organismi internazionali non erano risuciti. L'incontro con altre religioni ha fatto loro intraprendere la strada del dialogo, dell'ecumenismo, della preghiera per la pace. Inserendosi nell'iniziativa lanciata da Giovanni Paolo II, che nel 1986 aveva chiamato ad Assisi esponenti delle religioni di tutto il mondo a pregare per la pace, Sant'Egidio ripete ogni anno quegli incontri (Uomini e religioni) di riflessione e preghiera. L'ultimo s'è svolto lo scorso ottobre a Padova e Venezia.

Per questo impegno a migliorare la qualità  della vita di migliaia di persone e per gli sforzi volti a promuovere la riconciliazione tra gli uomini, lo scorso settembre il Consiglio mondiale metodista ha consegnato alla comunità  il premio per la pace.

Al professor Riccardi, che di recente ha raccontato nel libro: Sant'Egidio, Roma e il mondo (Edizione Paoline) la storia della comunità , abbiamo rivolto alcune domande.

   

   

Msa. Il premio per la pace del Consiglio mondiale metodista che cosa significa per la comunità ?      

Riccardi. Si dice che i premi non si meritano. È vero, non lo meritiamo. Però ne abbiamo bisogno, perché lavorare per la pace non è facile: essere sostenuti è molto importante. C'è poi l'aspetto ecunenico. L'Unione metodista mondiale ha dato un premio a un'associazione cattolica, che è parte della chiesa di Roma. Il significato è che nell'impegno per la pace i cristiani si possono trovare ecumenicamente assieme non solo come azione, ma come gusto dei valori.

Come è iniziata l'avventura di Sant'Egidio?

Penso a quell'esperienza come a un essersi messi attorno al Vangelo prendendo sul serio la parola di Dio; di averci provato, almeno, da ragazzi. Questo mi sembra il nucleo di quell'esperienza inziale. Poi è venuta la scoperta dei poveri, dell' 'altra' Roma: le baracche, gli anziani, gli immigrati...

Di tanti gruppi sorti in quegli anni pochissimi sopravvivono, mentre il vostro è più vegeto che mai. A che si deve questa resistenza?

Non so a che cosa attribuire la nostra sopravvivenza; credo alla fedeltà  alla parola di Dio, alla preghiera quotidiana. Non che gli altri siano stati infedeli, ma il cuore della nostra comunità  è trovarsi insieme attorno alla parola di Dio e provare a viverla nel proprio tempo. Non disprezzo un gruppo che lavora con gli anziani eccetera, perché anche noi lo facciamo; però se mi si chiede la caratteristica di Sant'Egidio, io dico: la preghiera! È questa il filo rosso che ci ha accompagnati fin qui.

Come riuscite a conciliarla con l'impegno nel sociale?

Per noi l'azione è una dimensione diversa della preghiera. Il pastore Valdo Vinay nel commentare l'episodio del buon Samaritano lo legava alla vicenda di Marta (l'azione) e Maria (l'ascolto di Gesù). Perché il Samaritano si fermò a soccorrere il malcapitato percosso dai ladroni? Perché era uno che sapeva ascoltare il Signore. Maria, scegliendo di ascoltare il Signore, ha scelto i poveri. Credo che se non avessimo avuto questa dimensione della fede, ci saremmo o ideologizzati oppure ognuno se ne sarebbe andato per i fatti suoi.

Avete inziato con i poveri delle baraccopoli romane, poi il raggio di azione si è ampliato sia territorio che nella tipologia degli interventi. Quali sono stati i momenti che hanno determinato le scelte successive?

Il punto di maturità  in ogni comunità  si raggiunge quando si vive la fraternità  spirituale con tutti, quando il 'dentro' e il 'fuori' non esistono più. Sono contario all'idea di sentirsi gruppo messianico, portatore di salvezza, mentre gli altri sono o chiese di serie B o nell'errore. Bisogna guardare alle altre chiese con simpatia, con amicizia: è quello che noi cerchiamo di vivere a Sant'Egidio.

I punti salienti del vostro cammino?

Prima i poveri della baraccopoli romana, poi abbiamo cominciato a camminare per la città  di Roma con occhi nuovi, a scoprire i barboni, i malati di Aids, gli stranieri. Infine, la solidarietà  con il Sud del mondo: gli aiuti al Mozambico, all'Albania dove stiamo collaborando alla ricostruzione del sistema sanitario. Sono iniziative che nascono sempre dal non sentire frontiere nel nostro lavoro. I poveri si possono servire in tanti modi, noi preferiamo quello di vivere con loro un'amicizia: i poveri come amici, come parenti, le cui situazioni non ci sono estranee.

Uno dei versanti del vostro impegno è l'immigrazione: un fenomeno che ha cominciato a inquietare gli italiani, perché nato e cresciuto disordinatamente, senza un controllo. Che ne pensate: dobbiamo porre un freno, cacciare i clandestini o lasciare le cose come stanno?

I problemi sono reali. Credo però che noi stiamo proiettando negli stranieri tutte le nostre inquietudini: sul futuro, sull'economia, sul benessere che sembra in crisi, sui nostri figli che non sappiamo in che mondo vivranno... Non sappiamo più con chi prendercela per questo, non ce la prendiamo più nemmeno con il governo, e allora proiettiamo le nostre angosce sugli stranieri che ci vengono a togliere il posto di lavoro...

Molti stranieri sono clandestini e vivono situazioni strane, difficili. Però penso che abbiamo bisogno degli stranieri perché il paese sta invecchiando. Il problema è come 'gestirli': lo dobbiamo fare in forma brutale, solo economicista o in modo accogliente? L'emigrato è una persona con problemi e difficoltà , e questo lo dovremmo sapere, essendo anche noi un popolo di migranti. Bisogna accoglierli e farli lavorare per farli uscire dai giri brutti. Capisco il disagio, e penso che si debbano stabilire delle quote di entrata; però occorre promuovere lo sviluppo dei paesi da cui provengono, per limitare in origine l'emigrazione. Quella dall'Albania, ad esempio, si può in parte risolvere, affrontando il problema degli stagionali (molti albanesi dopo il periodo di lavoro vogliono tornare a casa) e favorendo lo sviluppo del paese. Il problema dell'Africa è più complesso.

Poi, teniamo aperta la porta ai profughi politici. La qualità  di un paese non si misura solo sulle strade ripulite, ma anche sulla qualità  dell'accoglienza.

Com'è iniziato il dialogo con le altre religioni? Lo spirito di Assisi, le religioni che si incontrano... Si può già  tracciare qualche bilancio?

Il discorso parte da lontano, dal concilio Vaticano II, da un mondo cambiato nel quale genti di religione diversa vivono insieme. Il dialogo tra religioni diverse promosso dal concilio ha avuto una fase di grande ottimismo, come se si dovesse arrivare a risultati immediati: un'ingenuità . Il dialogo richiede una pazienza 'geologica', esige cambiamento di mentalità , superamento di pregiudizi, dell ignoranza reciproca... E poi i mondi religiosi non sono eserciti che si spostano se un generale vuole. È seguita una fase di delusione, e oggi ci sono in giro molti delusi del dialogo che prefigurano scenari di lotta tra mondo islamico ed Europa, tra Oriente e Occidente. Ma non bisogna perdere la speranza. Il dialogo è una scelta che non deve dipendere dai risultati. La chiesa del concilio si presenta con la propria identità , ma restando aperta al dialogo. L'identità  non si contrappone al dialogo. Il dialogo è come la carità : non vi si rinuncia solo perché l'altro non è riconoscente.

Poi c'è stata l'intuizione geniale e creativa di Assisi. Giovanni Paolo II, in un periodo già  di delusione e ancora nel pieno della guerra fredda, ha 'rilanciato', invitando uomini di religioni diverse a pregare gli uni accanto agli altri per la pace: una grande idea, divenuta più preziosa dopo il 1989, quando le religioni sono ritornate sulla scena come fattori di conflitto, oltre che di incontro. Per questo è significativo mettere insieme uomini di religioni diverse che affermano di non volere la guerra ma la pace.

Quale religione è più disponibile al dialogo?

Tutte e nessuna. Ogni religione ha più anime: una più attenta, più aperta al dialogo, disponibile, e un'altra che non lo è affatto.

Molti ritengono impossibile il dialogo con l'Islam. Che ne pensa?

Il dialogo con l'Islam è molto difficile. L'Islam sta passando una fase di grande riscoperta di sé, connotata dal fondamentalismo [un'intransigenza che giunge alla soppressione fisica degli avversari, vedi l'Algeria, ndr]. Però il nostro atteggiamento non cambia (vogliamo fare una crociata?): un attegiamento aperto, un dialogo forte che nulla nasconde della propria identità . Però anche il musulmano deve imparare a conoscere il mondo cristiano. Ricordo la meraviglia di un musulmano a Varsavia di fronte alla piazza gremita di gente in preghiera: era convinto che i cristiani, toccati dal materialismo, non pregassero più...

Infine la pace, un impervio cammino per mettere pace in paesi dilaniati dalla guerra. In Mozambico vi è andata bene. E in Algeria?

A muoverci è stata la cultura della pace e della riconciliazione. Tutto è partito dal Mozambico dove facevamo cooperazione, ma non serviva a niente in un paese devastato dalla guerra, con milioni di morti, di mine antiuomo... La sola cosa veramente utile da fare era la pace: parlare con la guerriglia e il governo e convincerli. Ci abbiamo provato e dopo due anni e mezzo di trattative qui a Sant'Egidio, ce l'abbiamo fatta. E il giorno di San Francesco di cinque anni fa è stata firmata la pace.

Durante le trattative abbiamo visto il guerrigliero trasformarsi in politico, e l'uomo di stato, autoritario e marxista, recuperare il senso del pluralismo: abbiamo assistito a una miracolosa trasformazione. Come abbiamo fatto? Con la forza della persuasione. Il quotidiano francese 'Le Monde' ironizzava sul nostro lavoro, ma poi altri paesi si sono uniti a noi, anche l'Italia, e ne è nata una sinergia vincente. È stata un'esperienza importante anche da un punto di vista religioso, perchè abbiamo costatato che le comunità  cristiane posseggono una grande forza di pace e di riconciliazione.

E in Algeria?

Dopo aver lavorato nel Kossovo per l'apertura della scuola, nel Burundi, in Mozambico... ci siamo sentiti di dover fare qualcosa per l'Algeria, per tentare di porre fine al massacro. La nostra idea è stata di chiamare le parti in conflitto in due momenti successivi, quindi anche l'opposizione con la quale abbiamo dialogato. Ma non è piaciuto al governo, che si è opposto duramente. Questo avveniva nel gennaio del 1995, e ancor oggi c'è chi polemizza o ironizza sull'accordo di Sant'Egidio. Da allora non s'è fatto più niente, ci sono stati 'solo' 20 mila morti in più.

La politica vi interesssa?

L'impegno per la pace potrebbe essere preso per uno scendere in politica. Certo, tutto è politica, ma la nostra prospettiva è di chiesa, di attenzione ai poveri, di lavoro per la riconciliazione. Non ci identifichiamo con nessun partito politico, ma la politica è dimensione importante e ci interessa sia quella nazionale che quella internazionale. Però il nostro approccio è un altro...

Che ne pensa della divisione del mondo cattolico?

Nella divisione del mondo cattolico, nelle polarizzazioni leggo l'espressione della nostra povertà , per cui dovremmo tutti riscoprire il linguaggio biblico ed evangelico e la dimensione liturgica, che fa l'unità  della chiesa. Poi, per il resto, siamo diversi. È anche bello che abbiamo idee diverse, sensibilità  diverse; ma il vero problema è ritrovarsi uniti nella preghiera... l

   
   
C ome si conciliano diplomazia e preghiera, parola di Dio e apertura al mondo, impegno civile,  solidarietà  con i poveri e vita di tutti i giorni? A queste e ad altre domande risponde Andrea Riccardi in questo libro-intervista nel quale ripercorre la storia della comunità  romana e del suo aprirsi in amicizia con il mondo. Edizioni S. Paolo, pagine 240, lire 24.000.
Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017