Epidemie in agguato

Il presidente della Fondazione mondiale per la ricerca e la prevenzione dell’Aids lancia un allarme: non sottovalutiamo le patologie virali emergenti.
04 Febbraio 2000 | di

Dall'inizio dell'epidemia di Aids, nel mondo i morti per Sindrome da immunodeficienza acquisita sono stati almeno 14 milioni. E ogni giorno 16.000 persone contraggono l'infezione da HIV. La ricerca sul fronte della terapia ha fatto passi da gigante, ma in attesa di un vaccino efficace non bisogna abbassare la guardia.
Tuttavia l'Aids ha anche un altro risvolto. Questa patologia deve essere considerata alla stregua di un campanello d'allarme per l'umanità . Come altri pericolosi virus, i cui focolai sono stati finora circoscritti geograficamente (è il caso di Ebola), o la cui diffusione è in preoccupante aumento (l'epatite C), l'HIV è lì a ricordarci che il «laboratorio biologico» della natura è sempre attivo, e rischia di farci nuove e pericolose sorprese.
Degli scenari che il nuovo secolo può riservare all'umanità , abbiamo parlato con il professor Luc Montagnier che nel 1983 isolò il virus dell'HIV.

Msa. L'epidemia di Aids si è fermata?
Montagnier. No. E quel che è peggio è che oggi l'Aids sembra essere passato di moda. Purtroppo, ai pericoli prima o poi ci si abitua. Eppure è ancora più pericoloso pensare che l'epidemia si sia fermata solo perché negli Stati Uniti o in Europa occidentale è sotto controllo. In Africa (particolarmente nello Zimbabwe, in Botswana, Mozambico, Sud Africa, Zaire), in Cina, in molti Paesi del Sud America e del Sud Est asiatico (soprattutto in India, Cambogia, Tailandia), l'epidemia va invece diffondendosi a causa di comportamenti sessuali a rischio e di un'insufficiente educazione preventiva.

 L'Aids sarà  presto curabile?
Innanzitutto bisogna dire che l'Hiv (Aids) è un retrovirus, cioè usa il suo Rna (acido ribonucleico) per replicarsi e determinare un Dna che nasconde nelle cellule, restando così invisibile. In questo modo l'Hiv sfugge alla caccia del sistema immunitario umano, neutralizza le cellule che dovrebbero ucciderlo e si mimetizza in altre.
Ora, a mio avviso, per arrivare alla sintesi di un vaccino contro l'Aids, la ricerca dovrebbe focalizzarsi sulle parti poco mutanti del rivestimento del virus. Queste sono meno riconoscibili dal nostro sistema immunitario ma possono essere manipolate perché possano essere viste. Un'altra linea di intervento dovrebbe riguardare quelle proteine prodotte dal virus che facilitano la diffusione progressiva dell'infezione. Sappiamo che le proteine più importanti sono Tat, Nef e Rer.
Partendo da queste premesse, un eventuale vaccino potrebbe immunizzare dal virus e anche potenziare le difese immunitarie dei soggetti già  contagiati, ma soltanto dopo che si è intervenuti con la triterapia: senza la triterapia il sistema immunitario non è in grado di opporre alcuna resistenza al virus dell'Aids. Per ora dobbiamo accontentarci della triterapia (che comunque non raggiunge tutte le parti del corpo), e dell'interleukina 2 che, associata agli anti-retrovirus può conferire efficacia al sistema immunitario dei soggetti malati. Un vaccino doterebbe il sistema immunitario di una memoria genetica con la quale potrebbe combattere l'Hiv in caso di contagio.

Dobbiamo aspettarci che in natura si manifestino altri virus come quello dell'Aids?

Attualmente conosciamo appena un decimo dei virus presenti in natura. Il contatto sempre più frequente tra uomo e animali, anche in zone rimaste remote o isolate per decenni o secoli, può favorire il passaggio di questi virus dagli animali all'uomo: pensiamo alle febbri emorragiche di Lassa, Marburg, Ebola, Hantaan. Gli stessi due ceppi dell'Hiv: Hiv1 e Hiv2 (quest'ultimo è il più aggressivo), sono passati dagli scimpanzé all'uomo subendo una serie di mutazioni. Ci sono effettivamente virus che non devono farci abbassare la guardia dei controlli, anche perché non esistono né vaccini né terapie specifiche. Virus che potenzialmente potrebbero scatenare su scala planetaria epidemie dagli esiti oggi imprevedibili.
Tuttavia, credo che i virus più pericolosi e temibili si celino nel nostro organismo, dove albergano i cosiddetti retrovirus, nascosti nelle cellule o nei cromosomi, e che si rendono invisibili, rimanendo latenti o semi-attivi. Questi retrovirus accompagnano la nostra specie da migliaia di anni. E sappiamo che quando si attivano possono dare luogo a infezioni, malattie nervose e anche tumori.

Perché accade questo?

Io penso che i retrovirus, paradossalmente, siano utili proprio all'individuo e alla specie. Perché nuovi esseri umani possano nascere e prosperare, devono poter disporre dello spazio e delle risorse di chi li ha preceduti. E lo strumento che regola «arrivi» e «partenze» in questa sorta di «aeroporto biologico» sono proprio i retrovirus. La morte, per quanto il dato possa apparire sconcertante e macabro, è necessaria e, direi, vitale per la sopravvivenza e il ricambio della specie.
Se una volta questi virus endogeni, capaci di innescare un processo degenerativo o patologico in grado di condurre alla morte, servivano appunto a creare un turn-over generazionale perché sussistevano già  condizioni igieniche, alimentari e sociali che giocavano a favore della morte di molti soggetti deboli, oggi gli avversari della morte sono il benessere e la medicina, anche perché, grazie alla ricerca sui virus Hiv, oggi sappiamo molto di più sugli effetti dei retrovirus. Ma poiché i retrovirus devono in qualche modo tenere sotto controllo la crescita demografica e la longevità  della specie umana, non è escluso che madre natura usi questi e altri virus contro l'umanità  per compensare l'anomalo incremento demografico di questo secolo.

È possibile che virus rimasti inattivi od ospiti di portatori sani, possano all'improvviso manifestarsi in modo inatteso e devastante?

I retrovirus possono essere trasmessi sia per via ereditaria, quando sono infettate le cellule riproduttive, sia quando sono infettate le cellule somatiche. Il loro potere patogeno è in genere attenuato. Alcuni di questi, però, potrebbero produrre particelle virali in grado di indurre o aggravare patologie degenerative, in particolare di natura autoimmunitaria. È il caso del diabete insulinodipendente e della sclerosi a placche. Recentemente è stato dimostrato che un nuovo retrovirus, prossimo al virus dei tumori mammari, può avere un ruolo nel diabete. E meccanismi analoghi potrebbero essere identificati in altre malattie di origine autoimmune come il lupus eritematoso, la psoriasi, la malattia di Gougerot-Sjoergren, la poliartrite reumatoide.
Va detto che ogni agente infettivo che persiste a dispetto delle reazioni del sistema immunitario è potenzialmente patogeno. Ogni infezione genera infatti una reazione di ossidazione che distrugge l'agente infettante ma che nelle basi del Dna delle cellule conduce a mutazioni e a riparazioni da cui può originarsi il cancro.

Nel prossimo secolo dobbiamo aspettarci pandemie apocalittiche come le grandi pestilenze del passato?

Questo è già  successo nella storia dell'umanità : penso alle epidemie di peste, di sifilide, di tubercolosi, di spagnola, e non è escluso che possa accadere ancora. Quando, non possiamo saperlo, né prevederlo. Oggi, in caso di focolai localizzati si stendono cordoni sanitari, ma è pur vero che la rapida circolazione delle persone sul pianeta, per lavoro o per turismo, favorisce anche la repentina conseguente diffusione di malattie virali contagiose.
  Ci sono poi le epidemie influenzali che partono dall'area asiatica, che costituiscono sempre un'incognita biologica e che non devono essere prese solo come un malanno di stagione. Ma dobbiamo stare attenti anche ai generi alimentari, spesso veicoli subdoli di virus e batteri talvolta mortali. E riprendere anche le buone abitudini igieniche che ora non sono più osservate come una volta.
   Comunque, per prepararsi ad affrontare i virus del XXI secolo, dobbiamo organizzare una cooperazione scientifica più efficace tra Paesi industrializzati e Paesi del terzo mondo. È quello che ci siamo prefissi di fare con la Fondazione Mondiale per la Ricerca e la Prevenzione dell'Aids cui ho dato vita, insieme a Federico Mayor, direttore generale dell'Unesco, che ha già  creato vari centri di ricerca in Europa, Stati Uniti, Africa e Sud America. Questi centri, oltre all'Aids, serviranno anche da «sentinella» per altri pericoli futuri.

   
   
  Fondation Mondiale Recherche et Prévention SIDA (AIDS)
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Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017