Francesco, Papa della tenerezza

L’essenzialità è il tratto distintivo di papa Bergoglio, il quale è però anche uomo di governo, in grado di cogliere i bisogni della comunità. Un uomo per cui lo stile dell’annuncio evangelico è sostanza.
27 Marzo 2013 | di

Ha scelto il nome Francesco e questo è già un segnale eloquente. Ma papa Francesco ne ha lanciati subito molti altri. Ha chiamato i cardinali «fratelli» evitando di ricorrere a ogni formula curiale, come «eminentissimi». Ha definito se stesso come vescovo di Roma, mai come romano Pontefice, ricordando che il Papa è tale proprio perché pastore della Chiesa romana e non viceversa. Ha chiesto al popolo di pregare per lui e si è inchinato davanti alla folla (ma, se avesse potuto, si sarebbe inginocchiato). Ha pregato nel modo più semplice ma anche più vero: il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria.

Nella sera dell’elezione ha chiesto il silenzio e tutta la piazza, che era totalmente gremita, non ha fiatato, creando un’atmosfera inedita e impressionante. Ha detto di venire dalla «fine del mondo» per richiamare le sue origini sudamericane, ma con quella sua espressione ha voluto anche dire che lui è uomo, in un certo senso, periferico, lontano dal centro del potere curiale. Francesco viene da una cultura e da una spiritualità, quella ignaziana, che puntano all’essenzialità evangelica e alla testimonianza personale, evitando ogni orpello, ogni inutile aggiunta che rischi di offuscare la nettezza della sacra parola. L’essenzialità è proprio il tratto distintivo di papa Bergoglio, il quale è però anche uomo di governo, in grado di cogliere i bisogni della comunità, come ha dimostrato guidando una diocesi grande e complessa come quella di Buenos Aires e la famiglia gesuitica dell’Argentina.

Il papato guarda all’America Latina e cerca nuova linfa in quelle terre belle e complicate, in quel continente che anche dal punto di vista religioso e spirituale è come un pentolone in ebollizione, dove i cattolici sono ancora tanti, vivi e vivaci, ma sempre più stretti tra nuove forme di religiosità e sempre più attraversati da tensioni.
Papa Francesco è un uomo semplice, ma sa che cos’è la complessità. E sa che cosa vuol dire governare la barca di Pietro in un mare agitato. Ha dalla sua la forza tranquilla del Vangelo. È in grado di guidare la Chiesa senza retorica, senza proclami, ma con gesti e decisioni essenziali. Già nelle congregazioni generali, prima del conclave, si è guadagnato stima e considerazione con un intervento coraggioso e sincero. Coraggioso proprio perché sincero.
 
Misericordia al centro
Bergoglio è entrato in seminario a 22 anni ed è diventato prete quando ne aveva 33. Non ha mai nascosto di essersi innamorato di una ragazza, ma poi un’altra chiamata ha prevalso e un altro amore lo ha conquistato.
Quando fu nominato cardinale, chiese ad amici e pa­renti di non seguirlo a Roma e di destinare i soldi del biglietto aereo alle necessità dei poveri. Lo stesso ha fatto in occasione della sua prima Messa da Papa. Le sue parole preferite sono «fratellanza», «amore», «cammino», «croce». Ma ce n’è una che prevale su tutte: «misericordia». Nella Messa celebrata la mattina del 17 marzo nella parrocchia vaticana, Sant’Anna, ha chiesto di perdonare: chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra. Ha detto anche che il Signore non si stanca mai di avere misericordia. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Non sono formu­le buoniste. È la semplicità evangelica di Francesco, semplicità evangelica che smuove le montagne. «Quando camminiamo senza la croce siamo mondani», ha detto nella sua prima omelia, nella Cappella Sistina, all’indomani dell’elezione. «Possiamo essere vescovi, preti, cardinali, ma non discepoli di Gesù». Ha par­lato a braccio, senza testo scritto, per pochi minuti. Ma ogni parola è andata dritta al cuore dei presenti. La credibilità non si costruisce con la retorica.
Di lui colpisce la semplicità. Ma colpisce anche la profonda spiritualità del gesuita, e in questo ricorda il confratello Carlo Maria Martini. Sappiamo che ama cucinare da solo e spostarsi usando i mezzi pubblici anziché l’auto blu. Lo stile è sostanza.
Ricorda il dialetto piemontese della famiglia d’origine e parla quell’italiano dolce, simpatico e un po’ strascicato, che abbiamo imparato dai calciatori argentini come Diego Armando Maradona e Javier Zanetti.
I gesuiti hanno una spiritualità complessa, fatta di studio e di testimonianza, di missionarietà e di curiosità, di rigore e di testimonianza. È il ritratto di papa Francesco.
Quando lo vidi, nel 2001, mi venne un pensiero: sembra il gemello di Carlo Maria Martini. Non tanto fisicamente, ma per il carattere, per il modo di porsi nei confronti delle altre persone. Apparentemente austero, riservato, quasi timido, si rivelò semplice nel tratto, umile e curioso. La curiosità è una caratteristica distintiva dei gesuiti: sono studiosi ai quali è chiesto di approfondire la conoscenza delle Sacre Scritture, ma senza mai allontanarsi dalla vita reale delle persone, senza mai ritirarsi in una torre d’avorio. D’altra parte, come il torinese Martini, Bergoglio si può ben dire piemontese. È vero che è nato in Argentina, ma non ha mai spezzato i legami con la terra d’origine della sua famiglia.
 
Un Papa vero
Nel 2001 Bergoglio era appena diventato cardinale e si muoveva, mi parve, un po’ a disagio in quella veste paonazza. Temeva di darsi troppa importanza. Lui indossa più volentieri il clergyman, senza particolari segni distintivi. L’unico simbolo che gli sta veramente a cuore è quella semplice croce pettorale, fatta con un materiale povero, senza gemme preziose. Pensai: appena uscirà di qui, andrà subito a cambiarsi.
Eravamo nel Palazzo apostolico, in Vaticano, in mezzo a pareti e pavimenti di marmo. Un cardinale, dopo essere stato nominato, riceve le cosiddette «visite di calore» da parte di amici, conoscenti, altri prelati. Lui era gentile e disponibile con tutti, ma mi sembrò anche un po’ affaticato e vagamente in imbarazzo.

Già allora il cardinale Bergoglio si considerava vecchio, anche se veramente non lo era. Però si trincerava dietro l’idea della vecchiaia quasi per schermirsi, per allontanare da lui la possibilità, magari, che gli venisse assegnato qualche incarico nella curia romana, quella curia che lui vedeva come un luogo fatto di ufficialità, di cerimonie, di potere.
Gli chiesi se la speranza, per il futuro della Chiesa cattolica, potesse venire dal Sud America, e lui rispose che la speranza viene da qualunque posto, a patto che lì ci sia il Signore. La grande ricchezza della Chiesa, disse, è la devozione della gente semplice, dei fedeli, e questa devozione va portata avanti con la preghiera e con la testimonianza. «L’unica vera speranza – scandì – la può dare Gesù Cristo».
Parlammo anche dei fondamentalismi religiosi, perché il terrorismo imperversava, e lui rispose che il fanatismo religioso nasce quando i problemi vengono visti in base alle ideologie politiche. In questo modo l’aspetto umano viene messo da parte.
Come abbiamo visto, Bergoglio è entrato in seminario a 22 anni ed è diventato prete quando ne aveva 33. Ha studiato chimica e quindi conosce il linguaggio e la logica della scienza empirica. È anche tifoso di calcio, del San Lorenzo de Almagro, storico club di Buenos Aires. Possiede pure una tessera della squadra e si è lasciato fotografare con la maglietta azulgrana. Non si può essere argentini senza amare il calcio, e lui si ricorda i nomi dei giocatori di quando era ragazzo. Ma gli piace tutto lo sport, perché aggrega i giovani e insegna che cosa sono il sacrificio e la lealtà.
Quando lo incontrai, per i suoi modi semplici, mi ricordò anche papa Luciani. Sono quelle persone che nei luoghi del potere non si trovano a loro agio.
Qualcuno ha detto che ora abbiamo il Papa nero, perché è gesuita. Forse è meglio dire che abbiamo un Papa vero.
 
L’intervista
La gioia dei frati di Assisi: la parola a fra Mauro Gambetti

a cura di Laura Pisanello

Quando si è appreso che il nome scelto dal nuovo Papa era «Francesco», ad Assisi più che altrove si è esultato con «letizia e ammirazione». «Francesco ancora addita la via dell’umiltà e della semplicità evangelica, la via tracciata da Cristo povero e crocifisso, la via che il nuovo Pontefice ha indicato con le prime parole rivolte alla Chiesa. Quella Chiesa, che per Francesco ha il volto della tenerezza, incontra ogni uomo riconoscendolo come fratello» ha detto fra Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi. Gli abbiamo chiesto le prime impressioni dei frati della Basilica che in Assisi custodisce il corpo del Poverello.

Msa. Come state vivendo questo inizio di Pontificato?
Gambetti. Soprattutto nella preghiera. Ogni giorno preghiamo per il Papa, abbiamo pregato anche assieme al vescovo e alle altre Famiglie francescane. Cerchiamo di accompagnare il suo servizio affidandolo a san Francesco. Direi poi che si sente già vivo l’affetto per il Papa anche da parte dei tanti pellegrini che vengono in Assisi per attingere alla spiritualità di san Francesco.

C’è stato un aumento di fedeli ad Assisi dopo l’elezione di papa Francesco?
C’è stato un intensificarsi del flusso di pellegrini, non so se sia la primavera che avanza o la primavera della Chiesa!
Si avverte questa ricerca di un contatto con il sacro, credo ci sia effettivamente una crescita.

Quali i segni che l’hanno maggiormente colpita e che evidenziano il legame del Papa con san Francesco?
Una delle cose che mi ha colpito maggiormente, la sera dell’elezione, è stato il fatto che, prima di dare la benedizione, il Papa ha chiesto ai fedeli di pregare per lui. Leggo in questo una comprensione e una concezione della Chiesa davvero come «popolo di Dio», secondo quanto indicato dal Concilio Vaticano II. Ma questo si pone anche nella scia di quell’intuizione che san Francesco aveva avuto di un popolo di Dio tutto chiamato alla santità, ciascuno col suo ruolo e con i compiti che gli sono stati assegnati. Poi, del Papa mi colpiscono molto la sua prossimità alla gente, i suoi atteggiamenti, ma anche la semplicità con cui si accosta alle persone, il fatto che tenda a «scavalcare» un po’ il protocollo, il modo in cui incontra gli altri… Mi sembra una caratteristica molto vicina alla nostra spiritualità.

Gli ordini religiosi in questo momento sono chiamati a «sorreggere» la Chiesa?
Più che a sorreggere, credo che siano chiamati a «condividere con la Chiesa», impastati sempre di più nella Chiesa per far fermentare questo anelito di santità che c’è nella gente, di santità intesa non come perfezionismo morale, ma come desiderio di comunione con Dio. Questa è una stagione che pare tanto difficile, ma che è forse anche tanto semplice, perché molte barriere e schemi mentali non hanno più ragion d’essere. La gente è forse ora più disponibile e aperta a questo incontro con l’Assoluto, con la spiritualità.


L’intervista
a cura di Alberto Friso

Papa gesuita, Papa di tutti
 
Papa Bergoglio è già uomo dei primati: primo Pontefice sudamericano, primo di nome Francesco. Ma anche, primo Papa gesuita della storia. Che cosa significa? Lo abbiamo chiesto a un gesuita «famoso», padre Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica».
 
Da quando Ignazio di Loyola, nel 1534, fondò il suo ordine religioso, non era mai capitato che un membro della Compagnia diventasse Papa. È comprensibile allora come la sorpresa e la gioia, tra i gesuiti, non siano calate, anche a distanza di qualche settimana. Lo conferma padre Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica», studioso ed esperto di comunicazione digitale.

Msa. Che effetto le ha fatto la salita sul soglio di Pietro del primo Papa gesuita?
Spadaro. È stata una grande emozione. Nessuno di noi avrebbe immaginato una cosa del genere, perché in fondo la Compagnia di Gesù nasce per servire il Papa. Ora noi sappiamo che Francesco è il Papa di tutti, ma allo stesso tempo personalmente mi sono interrogato su quale sia il significato spirituale di quanto accaduto, e in fondo sul perché sant’Ignazio abbia voluto che l’ordine fosse così legato al Papa. Il nostro fondatore vedeva nel Pontefice la persona che ha cura della Chiesa nella sua universalità, che ha presente i suoi principali bisogni, dovunque essi si esprimano. Per questo Ignazio si è posto sotto l’obbedienza diretta del Papa circa missiones, ovvero per le missioni. Alla luce di ciò, mi piace pensare a Francesco come a un Papa che servirà la Chiesa con uno sguardo globale alle urgenze e alle grandi sfide dell’oggi.

Papa Francesco ha invitato a «portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra». Sembra un accenno alla sua provenienza geografica, ma non richiama forse anche una caratteristica della Compagnia di Gesù, di essere sulle frontiere fisiche e culturali della contemporaneità?
C’è un bellissimo pensiero del cardinal Bergoglio espresso qualche mese fa nel corso di un’intervista: «È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima». Parla proprio di raggiungere le persone lontane. Papa Francesco immagina una Chiesa molto aperta e dinamica.

Quali altri elementi della spiritualità ignaziana possiamo aspettarci che papa Francesco sottolinei?
Penso alla povertà. È un accento francescano, ma in realtà è anche parte della spiritualità gesuitica. Sant’Ignazio teneva molto a uno stile di vita personale povero. L’esperienza francescana sta alla radice della vocazione di Ignazio, che si è convertito chiedendosi: «E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco?». Un’altra dimensione viene dalla nostra formula dell’Istituto, dove si trova l’espressione: Curet primo Deum, «Anzitutto curati di Dio». Quando il Papa si è affacciato dalla Loggia delle benedizioni si è chinato come a ricevere la preghiera della gente, ma chiaramente chinandosi si chinava davanti a Dio. Questo gesto di assoluta semplicità evidenzia il primato del rapporto con Cristo.

Quali parole utilizzate dal Papa l’hanno colpita di più?
Sono rimasto stupito in particolare dallo stile. Ho notato che tende non tanto alla comunicazione di un contenuto, quanto alla comunicazione di una presenza. Le sue parole sono brevi, appassionate, pronunciate con decisione, ma anche rese dolci dall’accento argentino.
Mi è risuonata nel cuore la definizione dei giornalisti, ai quali si è rivolto dicendo: «Voi avete la capacità di raccogliere ed esprimere le attese e le esigenze del nostro tempo, di offrire gli elementi per una lettura della realtà». Papa Francesco con questa alta lettura del compito del giornalista allo stesso tempo dice anche una sua preoccupazione personale: annunciare il Vangelo sapendo però prima raccogliere le esigenze delle persone. Così, al termine di quell’incontro non ha conferito la benedizione canonica. «Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio», ha affermato. È stato un atto di lettura della realtà. Questo gesto, in maniera silenziosa, diventa esso stesso paradossalmente annuncio del Vangelo.
 
Il Papa argentino
 
Dulce y fuerte

di Carmen Lasorella

 
Orgullo! Alegría, Emoción! Il popolo argentino ha salutato con infinita gioia e con lacrime e veglie di preghiera il suo Papa argentino, il primo latinoamericano, il primo gesuita, il primo che ha assunto il nome del Poverello di Assisi. Nella sorpresa generale, Jorge Mario Bergoglio è apparso sulla Loggia di San Pietro, mentre a Buenos Aires scorreva un pomeriggio affacciato sul primo autunno: erano le 15.57. Poi è stato il caos e la festa: i fedeli che accorrevano nella cattedrale, le piazze che si riempivano, i clacson confusi con le campane, i titoloni on line, le edizioni straordinarie in tv e alla radio, il messaggio di congratulazioni della presidente, Cristina Fernandez de Kirchner, (per la verità, partito dalla Casa Rosada solo un’ora più tardi). Nella parrocchia di San José de Flores, nel quartiere dove il Papa è nato, padre Gabriele ricordava commosso che, all’età di 17 anni, José Bergoglio, allora studente di chimica, aveva avuto una rivelazione che lo avrebbe indotto a prendere i voti e parlava del suo apostolato tra la gente e dei grandi cambiamenti che aveva portato. È stata poi una pioggia di aneddoti. La sua passione per il tango che ballava da ragazzo con la fidanzata; la tessera 88235 dei cuevos, i tifosi del San Lorenzo de Almagro, la squadra di calcio di periferia; l’abitudine di girare a piedi o sui mezzi pubblici, già vescovo; il suo studio spartano; la cucina, dove si preparava da solo la cena; la vita quasi monacale: a letto alle 21.30, la sveglia all’alba.

Ma sono partite anche le critiche. Che cosa aveva fatto Bergoglio durante la dittatura golpista, tra il ’76 e l’83? E dopo? Horacio Verbitsky, giornalista e scrittore molto noto in Argentina, ha consegnato alla stampa mondiale la storia dei due sacerdoti che furono arrestati, torturati e rilasciati dopo cinque mesi, mentre Bergoglio era superiore provinciale della Compagnia di Gesù. E cercando la verità sui desaparecidos e i nietos, si è aggiunta la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, Estela Carlotto: l’arcivescovo di Buenos Aires poteva fare di più. Vicende tragiche, ancora vivissime nella memoria argentina, benché proprio lui nel 2000 avesse chiesto alla Chiesa del suo Paese un atto di pubblica penitenza per le colpe commesse durante la dittatura e poi, nel suo libro autobiografico El Jesuita (scritto con Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin), raccontando dei due sacerdoti, avesse respinto le accuse. Sono emerse anche polemiche più recenti: i contrasti con i presidenti Kirchner, prima Nestor e ora Cristina Fernandez. Polemiche a tratti dure, per l’opposizione dell’arcivescovo alla legge sul matrimonio gay, due anni fa, e contro l’aborto. In effetti, un contrasto ancora più radicale, perché Jorge Bergoglio si è strenuamente battuto contro «il debito immorale, ingiusto e illegittimo» causato dalla politica argentina degli ultimi anni e contro i poteri finanziari, difendendo «la povertà dimenticata».
Papa inatteso, dunque, ma inviato dalla provvidenza per i più e di sicuro anche per la Chiesa di Roma, uomo capace di grandi cambiamenti, dulce y fuerte.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017