Il calcio italiano ha perso la testa

Quello del calcio sembra proprio un mondo fuori dal mondo, con regole tutte sue. E con troppi scandali e ripetute crisi. Che fine ha fatto il gioco del pallone?
28 Settembre 2004 | di

La vicenda del Calcio Napoli - un glorioso passato cancellato da debiti, fallimento e conseguente retrocessione - è l'emblema della crisi che attraversa il calcio italiano. Perché se anche una delle società  più amate e seguite non riesce più a risollevarsi, allora significa che la misura è colma e che le contromisure finora studiate sono servite a poco.
Neanche l'esempio di un altro club nobile, la Fiorentina, è servito da deterrente. Due anni fa i viola sono ripartiti dalla C2 per l'impossibilità  di reperire i fondi utili a iscriversi al campionato, evitando i Dilettanti solo per un atto di magnanimità  della Federcalcio. Poi è arrivata la caldissima estate del 2003, e non solo dal punto di vista climatico. Tre mesi rocamboleschi, al termine dei quali la società  pilotata da Della Valle ha spiccato un salto doppio verso la B, senza passare per la C1. Con buona pace di chi si era guadagnato il diritto a disputare sul campo il torneo cadetto.
Senza dimenticare la Lazio, che si è salvata all'ultimo tuffo. Sul ciglio del baratro per le valanghe di debiti, lascito dell'era Cragnotti, il club capitolino è sopravvissuto grazie all'intervento in extremis dell'imprenditore romano Claudio Lotito. Per non parlare del Parma, finito in amministrazione controllata dopo il crac dell'impero Tanzi-Parmalat. O dell'Ancona, fallito dopo aver giocato l'anno scorso in serie A, con il suo ex patron Pieroni finito in manette con l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato.
Il crollo dei prezzi di mercato negli ultimi due anni è il segnale inequivocabile di un'inversione di tendenza, non sufficiente, però, a rimettere in sesto i bilanci dissestati dei club. E allora al traballante carrozzone del pallone non è rimasto che chiedere aiuto allo Stato. Con il varo del cosiddetto Decreto Salvacalcio - pardon, Spalma ammortamenti, come hanno tenuto a precisare i vertici federali - le società  hanno la possibilità  di spalmare, appunto, nell'arco di dieci anni, le perdite derivanti dalla perdita di valore del parco giocatori. Il calcio non costa allo Stato, ma rende, ha fatto notare il presidente della Federcalcio, Franco Carraro. Carraro ha ricordato che dal 1946, attraverso i concorsi pronostici e le scommesse, lo Stato ha incassato 20 mila miliardi e il Coni 15 miliardi di vecchie lire. Come dire, più o meno, che è arrivata l'ora di riscuotere.

In contrasto con le leggi europee

Ma tale legge è in palese contrasto con le normative europee. Si prefigura come un aiuto di Stato, quindi non può essere applicata, fu la stroncatura dell'allora commissario alla concorrenza, Mario Monti. E il 7 luglio di quest'anno, la Commissione europea ha chiesto formalmente all'Italia di modificare il decreto Salvacalcio perché viola la normativa dell'Unione in materia di contabilità .
Anche in Italia non sono mancate le alzate di scudi, con richiami forti sul fronte politico. La situazione del calcio è scandalosa e immorale, ha sentenziato l'ex ministro per le Politiche comunitarie Rocco Buttiglione, auspicando l'autoriduzione degli stipendi dei giocatori, d'accordo con le società . Ed effettivamente i plurimiliardari eroi della domenica hanno cominciato a tagliarsi gli ingaggi (che restano comunque alti) per venire incontro alle esigenze di club giunti alla canna del gas.
Il giro di soldi è diventato ancora più vertiginoso da quando sulla scena hanno fatto irruzione le pay tv. In principio era Telepiù, poi costretta a fare i conti con la concorrenza di Stream. Finché il magnate australiano Rupert Murdoch non ha messo tutti d'accordo, fondendo le due società  in un unico soggetto, Sky Italia. I miliardi incassati per la cessione dei diritti televisivi hanno finito per ingolosire le società , grandi e piccole, capaci di sperperare in una stagione gli introiti di un triennio. E proprio il nodo dei diritti tv ha ritardato l'avvio del campionato lo scorso anno. Una volta trovato l'accordo sulla spartizione della torta, i tornei hanno preso regolarmente il via.
In nome del dio denaro abbiamo rinunciato alla contemporaneità  delle partite, che rendeva più affascinante il campionato italiano rispetto ai tornei esteri. Tra A e B le gare sono spalmate tra venerdì e lunedì. E per un soffio siamo scampati alla partita della domenica alle 13: ma per quanto?


L'ingresso del pallone in Borsa

E non va trascurato il capitolo Borsa. L'ingresso di Lazio, Roma e Juventus a Piazza Affari non ha dato gli esiti sperati, anche se non era mancata qualche voce fuori dal coro di chi aveva applaudito all'iniziativa, indicata come la nascita di una nuova era. Quella di Victor Uckmar, ad esempio. L'ex presidente della Covisoc - l'organo di controllo e vigilanza sulle società  della Federcalcio - aveva ironicamente fatto presente che nel prospetto informativo delle offerte di azioni dei club sarebbe stato giusto aggiungere l'avvertenza titolo sconsigliabile alle vedove e agli orfani. Nel calcio il rischio è doppio, c'è quello normale e quello molto più aleatorio del risultato sportivo, secondo lo stesso Uckmar. Oltre al fatto che l'ingresso in Borsa rappresenta un'ulteriore prova di come il calcio si sia trasformato in un'industria, poiché, spesso, il risultato sportivo passa in secondo piano.
Uckmar non è stato il solo a mettere tutti in guardia sull'ingresso dei club in Borsa. Anche Zdenek Zeman aveva espresso le proprie perplessità  a riguardo, nello stesso modo diretto con il quale in precedenza aveva denunciato il fenomeno del doping nel calcio, al quale le nostre squadre parevano estranee. Col tempo sono venute a galla le magagne sui controlli antidoping, tanto che è stata necessaria una completa ristrutturazione del sistema e, per un certo periodo, le provette sono state analizzate all'estero. E negli ultimi anni i casi di positività  sono aumentati soprattutto in serie A, a conferma che in precedenza l'iter per eseguire i test non era poi così irreprensibile. Nel frattempo, però, lo scontro tra Zeman e la Juventus (squadra chiamata direttamente in causa dal tecnico boemo) è proseguito a suon di querele e controquerele e la società  bianconera è finita in tribunale.


Sul doping Guariniello indaga

Il problema doping, però, investe tutto il calcio italiano. L'inchiesta del pm di Torino, infatti, parte da lontano. Dagli anni '50 a oggi si sono verificati 480 decessi di calciatori per malattie professionali e la metà  è stata causata dal morbo di Gehrig, dal nome di un famoso atleta americano di baseball che morì nel 1941. Una malattia tremenda, che distrugge in modo progressivo i neuroni del cervello e del midollo spinale addetti al controllo dei muscoli. L'esempio più eclatante è quello dell'ex capitano del Genoa, Gianluca Signorini, morto di recente.
Poi ci sono gli scandali che minano profondamente gli ultimi bagliori di credibilità  del mondo pallonaro. Se la pazzesca estate del 2003 aveva portato alla ribalta anche l'affaire delle fideiussioni false, quest'anno ha segnato il rientro in grande stile del Calcioscommesse. Non che negli anni passati fossero mancati gli episodi di combine, veri o presunti, ma le dimensioni dell'ultima tornata rischiano di essere seconde solo a quella ormai celebre del 1980: quando, tanto per citare le sentenze più eclatanti, Milan e Lazio furono retrocesse in B e vennero squalificati Rossi, Giordano, Manfredonia e Albertosi.
Tutto è cominciato con le intercettazioni telefoniche della Procura di Napoli nell'ambito di un'inchiesta sulla camorra. Al di là  del verdetto finale, l'inchiesta federale, appurando il coinvolgimento di dodici società , ha deferito trentatré persone, tra giocatori, allenatori e dirigenti. Il tutto però è finito in una quasi bolla di sapone.
Ma cosa può indurre i calciatori, specie quelli di serie A, a scommettere per alterare i risultati col rischio di compromettere la carriera? Si ha quasi la sensazione che i protagonisti non abbiano paura di sfidare le regole - perché a volte si sentono onnipotenti - e vogliano dimostrare che sul pallone aleggia l'impunità  e che agli eroi della pedata spesso è permesso tutto. Caratteristiche di un mondo fuori dal mondo.
Come quello delle tifoserie organizzate, gli ultrà . Gruppi spesso finanziati dagli stessi club per organizzare trasferte e coreografie, che non di rado hanno avuto un peso decisivo nelle scelte societarie agitando la minaccia della contestazione. Come è avvenuto negli anni passati in alcune piazze che non avevano gradito l'acquisto di calciatori di colore o ebrei. Ma forse il clou è stato raggiunto lo scorso marzo durante Lazio-Roma, quando le due curve hanno chiesto, e ottenuto, la sospensione del derby in seguito alla voce, rivelatasi poi infondata, della morte di un bambino.


Le ricette anti-crisi

Il superamento della crisi del mondo del pallone passa anche attraverso la riscoperta dei vivai. Una politica seguita all'inizio degli anni '80, che ha condotto il calcio italiano al trionfo nel Mundial di Spagna (1982).
Ma poter contare su un buon vivaio può anche significare un grande vantaggio economico. Allevare campioni in casa a costo zero vuol dire risparmiare eventuali investimenti onerosi sia in Italia che all'estero, potendo contare, inoltre, su elementi con un forte senso di appartenenza al proprio club.
Oggi si lamenta la mancanza di calciatori bandiera come Rivera, Mazzola, Riva o Baresi (uniche eccezioni: Totti nella Roma e Maldini nel Milan). Forse la causa sta proprio nell'alto numero di stranieri che giocano nelle nostre squadre. Il presidente del Coni, Petrucci, ha tracciato le linee guida per il futuro: squadre composte da italiani almeno per la metà . No grazie, è stata la replica dell'Unione europea: è una violazione delle leggi comunitarie. E se provassimo ad applicare il buon senso?

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017