Il dolore e l’incanto della vita

Non si può parlare ai bambini della morte senza raccontare loro la bellezza del vivere. Per farlo occorre una mano adulta sicura, alla quale aggrapparsi e nella quale avere fiducia.
28 Ottobre 2009 | di

Ma, sicuramente, una cosa è rimasta profondamente aggrappata ai nostri ricordi: l’immagine semplice e innocente di un bambino con un basco rosso che accarezza la bara di suo padre. L’abbiamo sentita tutti quell’accelerata del cuore, guardando la scena. Poi, pensando ai nostri figli, abbiamo tirato un sospiro di sollievo: quel dolore per noi è comunque distante, ci siamo detti, e forse non ci toccherà mai.
Il basco rosso è lì, puntato nei ricordi, appeso al cuore e alla vita di Martin Fortunato, sette anni. Un bambino come tanti al quale è capitato di dover entrare suo malgrado nel bosco nero del lutto. Cosa diremmo a quel bambino se fosse nostro figlio?

A lui come a molti altri che non conosceremo mai vorremmo sussurrare che ci sono storie che parlano della vita e ci spiegano la morte. Storie, da ascoltare e da raccontare, che curano l’anima, la sollevano e le regalano un paio di ali per spiccare il volo verso l’alto, dove solo la fantasia può arrivare. Crediamo che ogni bambino dovrebbe poter approdare proprio lassù e poi tuffarsi senza paura nelle profondità del proprio cuore e del proprio dolore, dove il mistero buono dell’esistenza si svela.


Ascoltare il mondo interiore

Non si può infatti parlare ai nostri bambini della morte senza raccontare loro l’incanto della vita. Per farlo occorre una mano adulta sicura alla quale aggrapparsi e nella quale avere fiducia, una mano che voglia volare e poi attraversare con i più piccoli quel bosco oscuro. «Il bambino vive in un mondo più grande di lui, in un mondo misterioso perché non comprensibile – afferma lo scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt –. Spera di sapere e spera che gli venga spiegato quello che gli sta accadendo, e nonostante tutto entra senza sforzi, oserei dire con facilità e fiducia, nel mistero dell’esistenza». Nei momenti drammatici i bambini non chiedono altro se non di poter sentire le parole giuste, per comprendere la nostalgia che stringe loro forte lo stomaco o il dolore che sentono dentro, tanto intenso da farli a volte svenire. David Almond, nel suo libro, Skellig, spiega questo concetto attraverso le parole di uno dei bambini protagonisti: «Anche William Blake sveniva ogni tanto. Diceva che l’anima era in grado di saltare fuori dal corpo per un po’ e poi saltarci dentro di nuovo. Diceva che le cause possono essere forte paura o enorme dolore. A volte poteva essere per troppa gioia. È possibile essere sopraffatti dalla presenza di tanta bellezza nel mondo». È vero: la bellezza avvolge il mondo anche nel momento del dolore, e tesse la tela della vita di ognuno con una storia. Che cos’è, dunque, il tempo della nostra vita se non un grande spazio da riempire di tante storie e tante vite? Attraverso quello spazio i nostri bambini possono entrare in confidenza con le trame a volte dolorose della loro storia, per capirla e non negarla. Quando leggiamo o raccontiamo loro una fiaba o una poesia li abituiamo in modo naturale all’esercizio del silenzio e all’ascolto del loro mondo interiore; raccontando possiamo offrire loro uno spazio intimo per trovare anche la parte più bella di sé. Possiamo infine educarli a non avere paura delle loro emozioni creando una «comunione» tra chi legge e chi ascolta in una dimensione dove il tempo non esiste: i grandi possono diventare bambini e condividere con i propri figli il suono dolce o tagliente delle parole, magari accoccolati insieme la sera tra le coperte. In ogni luogo al mondo, attraverso la tradizione orale o la parola scritta, le storie accompagnano da sempre l’uomo. E dove non arriva la scrittura, ecco la grande invenzione dell’illustrazione che è capace di evocare, attraverso il tratto e il colore, emozioni indescrivibili a parole. Il grande pittore Vincent Van Gogh, per esempio, in una delle sue lettere al fratello Theo, prima di dipingere Notte stellata sul Rodano, scrisse: «Ho un bisogno terribile di… la chiamerò con il suo nome: religione. Allora vado fuori di notte a dipingere le stelle. Sentire le stelle è sentire l’infinito in alto, in modo chiaro. In quel momento la vita è quasi incantata!». Questo incanto della vita raccontata in un disegno, questo sguardo stupito dell’artista sulla realtà è una delle caratteristiche dell’illustrazione per l’infanzia.


Come parlarne ai bambini?


Anche attraverso le storie è possibile generare in senso spirituale, ma qualsiasi azione educativa rischia di barcollare di fronte a esperienze come il lutto e, spesso, gli adulti sperimentano il loro disagio nel fare i conti con il dolore.
«Tendiamo a non pensare alla morte e crediamo che i piccoli vadano messi al riparo da tutto ciò che ci causa angoscia – afferma la dottoressa Marisa Bonomi, psicoterapeuta infantile –. Tuttavia, l’ineluttabilità del fine vita, la necessità di affrontare nel corso della nostra esistenza molte separazioni, pur di diversa intensità, ci spinge a non lasciare i bambini soli di fronte a esperienze che possono essere traumatiche. Tentare di nascondere un evento luttuoso, ad esempio la morte di un nonno, dietro pietose bugie, non serve a difendere il bambino da esperienze dolorose che noi temiamo essere per lui insostenibili, ma, piuttosto, a renderlo più fragile di fronte alle separazioni che pur fanno parte del normale processo della crescita. Inoltre, la negazione della perdita non permette al bambino di fare una preziosa esperienza di elaborazione del lutto, accompagnato da adulti con i quali è possibile trovare espressione e contenimento al proprio dolore».
«Può essere difficile per i genitori – continua la psicoterapeuta – dare calore, stare vicino e confortare il proprio piccolo, perché anch’essi sono contemporaneamente colpiti dalla perdita che può portarli a rivivere affetti penosi, legati ad antichi lutti non elaborati, rimasti congelati nella propria storia. Quando il lutto riguarda la perdita di un genitore e colpisce il bambino nei primi anni di vita, può divenire un’esperienza catastrofica ed essere all’origine di patologie gravi, in quanto il piccolo perde chi lo conteneva e gli presentava il mondo, prima di aver raggiunto una sua identità e separatezza».

I bambini che vivono la sofferenza non hanno a volte gli strumenti per comunicarla ai grandi che li circondano, e chiedono aiuto attraverso segnali e campanelli d’allarme. «L’impatto dell’evento luttuoso sul bambino – sottolinea ancora la dottoressa Bonomi – dipende da vari fattori: l’età del piccolo, la qualità dei legami con la persona prima della scomparsa, la modalità della morte, la disponibilità e la capacità dell’ambiente a capirne e a sostenerne i sentimenti. L’espressione del dolore comporta vari stadi, dalla protesta alla tristezza, dal ritiro emotivo all’intensificarsi delle ansie, dalla rabbia alla regressione nelle tappe dello sviluppo... Dobbiamo allarmarci soprattutto quando il piccolo rimane troppo a lungo in una fase, senza mostrare la capacità di far evolvere i suoi sentimenti; quando chiude la comunicazione con l’ambiente circostante e tende a isolarsi; quando esprime sentimenti (allegria, iperat­tività, euforia…) inadeguati al momento che sta vivendo. Allora bisogna che i genitori si interroghino su ciò che sta succedendo e, all’occorrenza, ricorrano a una persona che può aiutare sia loro che i bambini». Figura idea­le in tale senso può essere uno psicologo dell’età evolutiva, che è in grado di aiutare il genitore rimasto solo e il suo bambino ad affrontare l’elaborazione del lutto.
A tale proposito, la dottoressa Bonomi conclude: «Alla morte di un genitore, il coniuge superstite deve affrontare non solo la sofferenza del suo piccolo, ma anche la propria: sono entrambi “orfani”, spesso stretti in una nuova coppia, in una vicinanza adesiva che li ripara dal vuoto e dalla solitudine. Può essere perciò molto utile il ricorso a un terapeuta, che si troverà ad accogliere non solo il bambino, ma anche le parti infantili del genitore, che deve poi sostenere come adulto i propri piccoli. Si tratta di percorsi terapeutici molto complessi, che portano alla radice del proprio dolore, ma, alla fine, permettono di ritrovare una speranza».


Zoom. Cosa dire o non dire?

- Non raccontare bugie al bambino: serviranno solo a confondergli le idee e a rendergli ancora più incomprensibile la perdita.

- Non spingere il bambino verso uno stato di falsa vitalità: in questo modo gli trasmettiamo solo il divieto di manifestare la propria sofferenza.

- Far partecipare il bambino, tenuto conto della sua età, a quei riti che la nostra cultura religiosa ha elaborato per salutare colui che se n’è andato, per pensare a un’altra dimensione in cui nulla va perso, per contenere e dare
un senso al dolore di chi resta.

- Mantenere un buon ricordo di chi se n’è andato: con foto, oggetti, racconti di cose condivise.


I libri


Il cerchio della vita, di K. Meinderts, H. Jekkers,

P. Grobler, ed. Lemniscaat, Il Castello (dai 4 anni)

Il grande re Leone ha molta paura della morte e così la fa imprigionare, ma si accorgerà ben presto che la vita non può staccarsi dalla morte e alla fine la paura si trasformerà nella consapevolezza che ogni esistenza, un giorno, inevitabilmente, finirà.


La carezza della farfalla di Christian Voltz, ed. Arka (dai 4 anni)

Dove vive la nonna ora che non è più con il nonno? Forse è rimasta nel giardino, leggera come una farfalla…


Il mare del Cielo di Cosetta Zanotti, ed. San Paolo (dai 5 anni)

Il pesciolino Lino vive nel mare d’acqua, ma è molto incuriosito dal mare del cielo dove sono andati a nuotare molti pesci. La mamma gli spiega che ogni creatura ha un tempo felice da passare nel mare d’acqua e uno, ancor più lungo e felice, da passare nel mare del cielo. Non è però facile arrivarci, bisogna aspettare...


Uomo nero, verde, blu di Guido Quarzo e Anna Vivarelli, ed. Interlinea (dai 7 anni)

Pepe e Calì si recano tutti i giorni nel cortile del condominio per giocare con il loro amico Lalò. Un giorno Lalò scompare. I due amici decidono allora di cercarlo attraverso un viaggio immaginario e, di racconto in racconto, riusciranno infine a trovare una risposta, seppur amara, alle loro domande.


…e dopo mille? di Anette Bley, ed. Motta Junior (dai 7 anni)

Lisa può chiedere tutto ciò che vuole al suo amico Ettore, perché lui ha una grande esperienza e conosce benissimo il principio e la fine di ogni cosa. Ma un giorno lui non esce più in giardino: è ammalato e Lisa dovrà dirgli addio.


Oscar e la dama in rosa di E. E. Schmitt, ed. RCS libri (dai 10 anni)

Oscar ha solo dieci anni, ma la sua vita sta per finire: la leucemia lo sta uccidendo. E lui lo sa, ma non può parlarne con nessuno, perché i grandi, per paura, fanno finta di non saperlo. Nell’ospedale in cui passa le sue giornate, solo l’anziana signora vestita di rosa che va sempre a trovarlo capisce la sua voglia di risposte.


Skellig di David Almond, ed. Salani (dagli 11 anni)

Nel garage della sua casa Michael scopre qualcosa di magico: una creatura un po’ uomo un po’ uccello che sembra aver bisogno di aiuto. Si chiama Skellig, ma non sapremo mai chi sia veramente. L’importante è che lui ci sia per Michael e la sua sorellina, che è in ospedale sospesa tra la vita e la morte.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017