Il Dottor Salvabimbi

Abruzzese di nascita ma statunitense d'adozione, Berghella si occupa di Medicina perinatale. «La mia soddisfazione più grande è veder nascere tanti bambini sani e normali».
15 Dicembre 2006 | di

Philadelphia

Nato a Teramo, Vincenzo Berghella è cresciuto a Pescara dove ha frequentato il Liceo D’Annunzio. Figlio di un medico ginecologo frustrato dal sistema sanitario italiano, Vincenzo Berghella è approdato a 19 anni negli Stati Uniti dove ha frequentato il College a New York, prima di iniziare Medicina a Philadelphia, in Pennsylvania. Oggi si occupa delle complicazioni legate alla gravidanza, è professore di Ostetricia alla Thomas Jefferson University, e direttore della Divisione di Medicina Materno-Fetale.
Bettero. Come sono stati questi 23 anni negli Stati Uniti?
Berghella
. Molto positivi. Tra le altre cose, tredici anni fa ho avuto la fortuna di conoscere un’italiana che faceva la ricercatrice in America, l’ho sposata e abbiamo avuto due figli. Analogamente posso dire anche dell’aspetto professionale: ho avuto molte soddisfazioni che, onestamente, non so se sarei riuscito a cogliere in Italia.
Lei si è laureato alla Jefferson University. La sua carriera si è sviluppata qui a Philadelphia. Che rapporto ha con questa città?
All’inizio ho fatto due anni e mezzo di College a New York, e poi sono venuto a studiare Medicina qui a Philadelphia. Mi mancava moltissimo New York perché è una città speciale. Però Philadelphia, dal punto di vista medico, è quella che ha più Università e più studenti di Medicina. In America un medico su cinque ha studiato qui. Poi sono tornato altri quattro anni a New York, e ancora a Philadelphia sapendo che era una città in cui potevo lavorare e stare bene con la mia famiglia: far crescere con serenità i miei figli; insomma una città vivibile.
Il suo rapporto con i colleghi medici?
Dove lavoro io siamo in tanti, e io sono l’unico italiano. Ma mi sono sempre trovato benissimo. Tre anni fa sono diventato il capo del mio dipartimento, e questo dimostra che loro sono sempre stati aperti nei miei confronti. Anzi, secondo me, a volte essere «esterni», arrivare da realtà differenti, aiuta. Gli americani sono abituati ad avere persone di diversa provenienza.
Di cosa si occupa in ambito medico e clinico?
A livello clinico e di ricerca mi occupo di gravidanza ad alto rischio: donne incinte che hanno grossi problemi. Seguo le madri e anche il feto: quando, per esempio, la madre è ipertesa o ha il diabete oppure ha avuto un trapianto. Mi occupo del feto se c’è una malformazione o altri problemi, per esempio di crescita.
Lei è un «cervello in fuga» dall’Italia. Perché qui negli Stati Uniti la ricerca funziona e altrove no?
Qui c’è una cultura diversa. La ricerca è incentivata anche dal fatto che i risultati, quando sono positivi, fanno diminuire i costi; nel nostro caso quelli per affrontare una gravidanza: per esempio il tempo che una paziente con una complicazione deve restare in ospedale. Se preveniamo queste complicazioni, riduciamo i rischi per la paziente stessa, per il feto, con un abbattimento anche dei costi sanitari. Un investimento nel campo della ricerca permette di diminuire i costi sul piano clinico e soprattutto consente di salvare molte vite, anche quelle dei nascituri. E per gli americani questo è un investimento.
Com’è il rapporto con i suoi studenti?
Io adoro insegnare e stare con i giovani. Qui c’è una didattica diversa da quella italiana: i giovani iniziano molto presto ad entrare in corsia e ad operare, sempre con la nostra diretta supervisione. È molto bello vedere un ragazzo o una ragazza di 25 o 30 anni affrontare un intervento chirurgico. A mio avviso s’impara molto meglio a 25 o 30 anni che a 40, 50 o 60. In Italia si inizia a fare il chirurgo in sala operatoria a 40 o 50 anni, e dopo aver fatto tanta gavetta. Insegnando, io vedo invece che per i giovani è molto più semplice imparare a 25 anni: a quell’età si può lavorare di più, si è più lucidi, ci si stanca di meno, si ha più entusiasmo rispetto a 40 anni.
C’è un ritratto della Medicina statunitense che è stato consegnato all’immaginario collettivo attraverso la televisione: quello della serie ER che tanto ha giovato alla fama dell’attore George Clooney. Voi vi sentite come i medici di ER?
George Clooney è un attore simpatico, e devo dire che c’è un po’ di vero in quell’atmosfera entusiastica, in quella necessità di essere sempre pronti ad ogni evenienza. Capita spesso di dover seguire una gravidanza alle 3 di notte, e c’è una certa frenesia nello stare svegli e nel dedicarsi completamente all’evento, nell’essere pronti ad ogni emergenza. Questa tensione contribuisce a fare gruppo. Ci si aiuta, si è solidali. Quello della Medicina è fondamentalmente un lavoro di gruppo; non si è mai da soli: ci sono sempre il radiologo, l’anestesista, il cardiologo, le infermiere, gli altri colleghi.
Qual è stato il momento più entusiasmante di questi 23 anni di professione?
Quando sono entrato alla Facoltà di Medicina. Non è facile per gli europei, e io dopo due o tre anni che ero qui negli Stati Uniti, non sapevo ancora se sarei entrato oppure no. Ricordo l’attesa per sapere l’esito dell’ammissione all’Università, e poi l’arrivo della lettera con cui pensavo non mi avrebbero accettato e, infine, la scoperta che ce l’avevo fatta. Fu un grande momento per me perché sapevo che una volta entrato all’Università sarei stato seguito, e la comunità scientifica mi avrebbe aiutato ad andare avanti.
E il momento più brutto?
Il periodo in cui studiavo Medicina. Qui è molto dura, come in Italia del resto. Ci sono periodi in cui lo studio ti prende giorno e notte. Nei momenti peggiori ti ritrovi da solo, con i genitori e i fratelli a casa, lontani; vorresti passare dei fine settimana con loro e, invece, sei da solo.
In che cosa si sente più italiano nella sua vita privata e nel suo lavoro?
Mi sento italiano nella cultura e nei costumi. Io ho due figli: uno di 9 anni, Andrea, e uno di 7, Pietro. Hanno il doppio passaporto, statunitense e italiano, ma io e mia moglie cerchiamo di crescerli con una forte matrice italiana nel modo di parlare, di scrivere, di leggere i nostri classici, ma anche di mangiare. Loro d’estate passano tanto tempo in Italia. Personalmente mi sento italiano come amante dello sport, della natura, delle nostre bellissime città d’arte, e cerco di trasmettere queste passioni anche ai miei figli.
A casa parlate l’italiano?
Sì, parliamo l’italiano. Quando sai bene due lingue, puoi indifferentemente passare dall’una all’altra, e vedo che anche al lavoro non si sente neanche più l’accento. I miei figli fanno benissimo a considerarsi, molto serenamente, sia italiani che americani, ma vorrei che, soprattutto, si sentissero cittadini del mondo.
Che cosa si augura ancora per la sua vita e la sua carriera?
Sono venuto negli Stati Uniti per migliorare la salute di tante persone ammalate, sia mamme che bambini. Spero di continuare a farlo, e di contribuire con la ricerca ad aumentare il numero di bambini che nascono normali e senza malformazioni. Vederli crescere sani e senza problemi è per me la soddisfazione più grande.

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017