Il futuro del lavoro? Nell’informatica

04 Ottobre 1998 | di

Formazione permanente, impegno civile, dialogo tra genitori e figli, apertura al multiculturalismo. Prendendo coscienza della propria identità , oggi gli italiani sono i più europeisti tra i belgi.

Bruxelles

Silvana Panciera, a cui nel 1994 è stato conferito le «Prix femmes d'Europe» per il Belgio, è direttrice del Centro di formazione professionale per le nuove tecnologie della comunicazione informatica. È una delle iniziative del Casi-Uo, Centro di azione sociale italiano-Università  operaia di Bruxelles, che si caratterizza per le sue attività  culturali-formative avviate in origine per i nostri connazionali, ma poi estese a tutti gli immigrati presenti in Belgio. Dopo una serie di interventi a Namur e a Liegi, l'attività  del Centro si è concentrata nei diciannove comuni della regione di Bruxelles. Ne abbiamo parlato proprio con Silvana Panciera.

Quando è nato il Casi-Uo e come si è sviluppato?

È nato nel 1970 ad Anderlecht, un quartiere di Bruxelles con forte densità  di popolazione italiana. Nel primo anno di attività , un nostro operatore era aiutato da un'assistente sociale che già  lavorava per gli italiani, ma nei fine settimana lo raggiungevo assieme ad altri giovani studenti dell'Università  di Lovanio, per operare una serie di inchieste sull'emigrazione italiana. La nostra iniziativa è partita da queste inchieste, risultate come strumenti indispensabili per conoscere in profondità  il fenomeno migratorio che negli anni Settanta era ancora occulto; e si è subito qualificata per il suo impegno formativo e culturale. L'aiuto assistenziale e sociale ci sembrava un modo troppo individualizzato di gestire i problemi migratori: non volevamo dare un'assistenza materiale, ma aiutare gli emigrati a crescere come persone, rendendole capaci di assumere una coscienza critica delle difficoltà  che dovevano affrontare e risolvere. Dopo aver lavorato con le indagini, abbiamo agito a livello scolastico: l'Università  operaia è nata per poter intervenire nelle situazioni di esclusione scolastica e culturale. Ricostruendo la coscienza della persona e arricchendola anche di discipline universitarie, noi pensiamo di aiutarla a divenire fiera di se stessa e della propria storia.

Quali sono oggi le iniziative del Casi-Uo?

Inizio da «Réussir ensemble»: un doposcuola frequentato da adolescenti della scuola media e superiore, ai quali oltre a lezioni di supporto per le materie più difficili, offriamo la possibilità  di sperimentare una vita di gruppo e di partecipare a rappresentazioni teatrali, musicali o a gite. La seconda iniziativa: «Groupe Parents», è rivolta ai genitori con periodici incontri su problemi educativi e con dibattiti su un tema molto attuale a Bruxelles: come costruire oggi un'apertura alla multiculturalità . La terza iniziativa è un ciclo triennale di formazione all'impegno civile, con incontri a scadenza settimanale. L'obiettivo è quello di far conoscere ai giovani le dinamiche di gruppo, le realtà  e le problematiche emergenti, ma anche di aiutarli ad assumere degli impegni concreti. Anche per loro l'esperienza teatrale o musicale è un'occasione per approfondire lo spirito di gruppo. Nel Centro, è operativa ormai da cinque anni «Radio Sì», diretta da un'associazione formata da italiani, portoghesi e spagnoli che trasmette programmi in queste lingue e in francese. Ci sono poi due cooperative e «Solidarité Nord/Sud»: un progetto che ha lo scopo di promuovere rapporti di collaborazione e di interscambio tra i nostri giovani e quelli dell'Ajpad, associazione giovanile del quartiere della Patte d'Oie di Dakar, in Senegal. Per gli italiani del Belgio e per i belgi che si interessano di realtà  italiane, sono nate altre due iniziative. La prima: «Italia Oggi», consiste in una settimana di informazione su temi politici o economici-commerciali, con dibattiti e mostre d'arte in collaborazione con un centro culturale di Bruxelles che ci ospita. L'altra: «Osservatorio italiano», è rivolta a un gruppo di persone legate all'Italia, che si incontra a scadenza quindicinale. Ricordo, infine, la mia scuola orientata sulle professioni dell'informatica, frequentata ogni anno da un centinaio di giovani, destinati a divenire dei tecnici e degli impiegati informatici polivalenti. Il Centro ha anche un suo mensile d'informazione: «La Piazza» e ha pubblicato alcune tra le più interessanti indagini sull'evoluzione dell'emigrazione italiana.

Sul piano dell'occupazione, quali sono le fasce d'età  più a rischio?

Nella regione di Bruxelles - ma il fatto è estensibile a tutto il Belgio e forse all'Europa - , le fasce d'età  al di sotto dei 25 anni sono più colpite di quelle dai 25 ai 40. Inoltre, coloro che trovano lavoro con maggiore difficoltà  sono gli immigrati. Le ragioni sono diverse: non si creano sufficienti posti di lavoro e dove c'è una possibilità , i giovani sono quelli che hanno meno esperienza, perché escono da scuole non collegate al mondo del lavoro. Gli immigrati subiscono una serie di discriminazioni culturali e sociali, sia perché hanno frequentato le sedi scolastiche meno importanti con un numero di bocciature maggiore della media, sia per l'emarginazione subita per la paura del diverso, i disagi ambientali e le difficoltà  collegate all'organizzazione del lavoro.

Alla luce di questo, come vede il futuro?

C'è innanzitutto una forte attesa che il Belgio, in conformità  al trattato di Maastricht, attui l'impegno di concedere agli immigrati il diritto di voto alle elezioni comunali, superando le paure espresse soprattutto dai fiamminghi di trovarsi scalzati nei nuovi equilibri che potrebbero nascere con le elezioni allargate. Nonostante tanti episodi e sommosse che hanno implicato in questi ultimi anni giovani immigrati, coinvolti dall'emarginazione sociale e dalla mancanza di lavoro, sembra prospettarsi qualche passo positivo. Recentemente, il primo ministro ha espresso la volontà  di allargare il diritto di voto a tutti i residenti, e ciò dovrebbe attuarsi per le elezioni comunali del 2006. Devo infine ricordare la politica di naturalizzazione avviata da alcuni anni, che cerca di integrare i giovani nati in Belgio o venuti ancora bambini.

La vostra attività  è limitata al Belgio?

No. Siamo in contatto con altri centri europei, con i quali collaboriamo attivamente a livello di informazione e di scambi sulle iniziative di formazione professionale. Da alcuni anni siamo spesso interpellati come «esperti» sull'emigrazione italiana. Il nostro presidente Bruno Ducoli è stato invitato dalla Caritas lombarda e io sono stata relatrice in vari convegni sul fenomeno migratorio organizzati dal Cesm del Veneto.

Oggi com'è la situazione degli italiani in Belgio?

Dopo gli accordi del Protocollo del 1946, è indubbio che i cinquant'anni di emigrazione, seppur pagati a caro prezzo, hanno inciso positivamente sulla vita degli italiani, che oggi non rappresentano più le fasce migratorie in senso stretto. Il loro livello di vita è cresciuto, i comportamenti delle nuove generazioni sono più standardizzati, parlano il francese e si sentono cittadini europei. Per la proprietà  delle case, gli italiani superano la media della popolazione belga, e nel settore professionale c'è stato uno slittamento verso il terziario.

All'interno dell'Unione europea, la caduta delle barriere in applicazione dell'accordo di Schengen facilita la circolazione della forza lavoro?

Facilita solo la circolazione provvisoria dei cittadini dei Paesi d'Europa o degli immigrati stabilmente residenti, e crea uno spazio europeo più tangibile. Il fenomeno migratorio va comunque considerato come un fatto permanente in scala mondiale, con il quale bisogna coabitare finché esisteranno nazioni povere e nazioni ricche. L'accordo di Schengen non ha cambiato la politica migratoria dell'Europa del Nord, che vive ormai da 25 anni su un'ipotesi di limitazione massima di immigrazione anche se, sotto la pressione migratoria e sindacale, e per combattere il lavoro nero, si regolarizzano periodicamente i clandestini. Tante industrie non si reggerebbero senza la manodopera degli immigrati. Purtroppo, sul campo delle assunzioni non vedo prospettive positive. Il Belgio ha una disoccupazione elevata come l'Italia; la Germania ha circa quattro milioni di disoccupati e la Francia non ha meno problemi. L'informatica sta cambiando radicalmente strutture e ruoli lavorativi, e sta bloccando l'inserimento delle mansioni subalterne. Le poche prospettive si basano sulla formazione e riqualificazione professionale, nonché sulla diminuzione dell'orario di lavoro che alcuni stati europei stanno coraggiosamente e faticosamente cercando di avviare. Questa trasformazione sociale in corso ci spinge ogni anno a varare programmi culturali e iniziative formative atte a renderci capaci di attraversarla con impegno e chiarezza.

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017