Il giornale degli italobrasiliani

«In un'Italia che progetta di adottare lo ius soli abbandonando lo ius sanguinis, di non dare risposte alle istanze degli italobrasiliani potrebbe rivelarsi un errore fatale».
23 Novembre 2006 | di

Ci vogliono passione e mestiere per confezionare un buon giornale. Doti che non mancano certo a Desiderio Peron: fondatore, direttore e anima di Insieme, il periodico che ogni mese da Curitiba raggiunge la comunità italiana in ogni angolo del Brasile.
Figlio di agricoltori d’origine trevigiana, Peron ha frequentato gli studi in Comunicazione sociale con abilitazione al Giornalismo a Curitiba, capitale dello Stato del Paraná, iniziando il suo percorso professionale nel 1968 come giornalista radiofonico.
Per dodici anni, dal 1979 al 1991, ha guidato il sindacato di categoria nel Paraná, ruolo che l’ha poi portato a dirigere anche la Federazione Nazionale dei Giornalisti Professionisti. Nonostante questo forte impegno a servizio della categoria, Peron non ha mai abbandonato la professione, e negli ultimi tredici anni si è fatto apprezzare come autorevole editorialista sulle pagine del quotidiano O Estado do Paraná. Ma la passione, quella profonda, ha origini lontane e arriva da Castelfranco Veneto, nel cuore della marca trevigiana, da dove molti anni fa partì il nonno. Le radici italiane, al pari di tanti altri discendenti di italiani giunti in Brasile, sono sempre state un tratto fondamentale nella vita di Peron. E così, dall’unione fra la professione di giornalista e la passione per il Bel Paese, è nata, nel 1994, la bella avventura di Insieme che oggi viene considerata una delle più autorevoli testate rivolte alla comunità italiana in Brasile.
Meneghini. Qual è il profilo dei lettori di Insieme?
Peron
. Età, provenienza geografica, estrazione sociale e livello culturale dei nostri abbonati sono fra le più varie. Sintetizzando, potrei dire che il lettore di Insieme è quell’italo-brasiliano orgoglioso della propria cultura e soprattutto delle proprie radici. È colui il quale vuole mantenere dei legami duraturi con la sua terra d’origine, per quanto labili essi possano essere. Molti dei nostri lettori hanno frequentato dei corsi di lingua italiana, e proprio per questo, il fatto che tutti gli articoli siano pubblicati in italiano e in portoghese, è un utilissimo strumento per tenere in allenamento chi già padroneggia in qualche modo la nostra lingua.
Insieme ha preso posizione su temi che coinvolgono direttamente la comunità italiana in Brasile, come ad esempio la spinosa questione della cittadinanza italiana.
Ricordo che quando pubblicammo, anni fa, un vademecum per l’ottenimento della cittadinanza italiana, qualcuno minacciò di portarci in tribunale perché la possibilità di procurarsi la doppia cittadinanza era considerata, fino a non molto tempo fa, come un’opportunità per pochi. Un know-how in mano ad un ristretto numero di avvocati. Piuttosto, il problema è un altro: come garantire questo diritto? Solamente nell’area di giurisdizione del Consolato di Curitiba ci sono 80 mila cittadini che hanno già presentato le loro pratiche e stanno attendendo da anni il passaporto. E il numero continua a crescere. Allora, a nulla valgono i proclami – che ho sentito troppe volte – secondo i quali gli italiani all’estero rappresentano una grande risorsa per l’Italia, se poi, di fatto, si impedisce a centinaia di migliaia di persone di diventare cittadini italiani.
A proposito di temi scottanti, abbiamo visto sul vostro sito Internet (www.insieme.com.br) un interessante sondaggio sulla soppressione del Ministero per gli Italiani nel Mondo…
Dopo tanti anni, gli italiani nel mondo erano riusciti ad avere un loro Ministero. Per carità, un Ministero senza portafoglio, però pur sempre un Ministero. Ironia della sorte, in concomitanza con lo storico primo voto degli italiani all’estero, è stato abolito quel dicastero e, per di più, nell’assoluta indifferenza dei nostri neo-eletti rappresentanti. Qualcuno ha detto che piuttosto di un Ministero senza portafoglio è meglio un vice-ministro, come quello che abbiamo attualmente. Ma a questa affermazione potrei replicare con un’altra domanda: e perché non istituire un Ministero vero e proprio?
Nel sondaggio che abbiamo proposto sul nostro sito Internet, l’85% delle persone ritiene che l’attuale Governo dovrebbe riconsiderare la soppressione del Ministero per gli Italiani nel Mondo.
Milioni di oriundi italiani, a distanza di oltre un secolo dai grandi flussi migratori, sono ancora tenacemente legati alle loro radici. Qual è, secondo lei, il motivo di tanto attaccamento, che poi è un tratto caratteristico della presenza italiana in Brasile?
Qualcuno pensa che tutto questo amore per l’Italia derivi semplicemente da opportunismo e da crisi economiche che periodicamente interessano il Brasile. Sciocchezze. La grande maggioranza degli oriundi italiani in Brasile non ha mai pensato di «invadere» l’Italia in una sorta di emigrazione di ritorno. Piuttosto, sogna semplicemente di poter tornare «a casa» per turismo, per vedere i luoghi dove nacquero nonni e bisnonni.
In Brasile ci sono oriundi polacchi, tedeschi, africani, francesi, olandesi, giapponesi… che formano un coloritissimo e pacifico quadro multirazziale. Ma gli italiani rappresentano realmente un unicum. Nonostante fosse stato loro vietato, durante la Seconda Guerra mondiale, di parlare e trasmettere la lingua madre; nonostante le confische dei beni; nonostante la chiusura di molte scuole, associazioni e ospedali italiani (soprattutto durante la dittatura, il cui motto era: «O ami il Brasile oppure te ne devi andare»); nonostante nei primi anni gli italiani in Brasile fossero così oberati di lavoro da non aver avuto il tempo di preservare le proprie tradizioni; ebbene, nonostante tutte queste avversità, una volta terminati i tempi oscuri della dittatura militare, l’amore per l’Italia è prepotentemente tornato a galla. E questo amore è stato manifestato in molti modi, soprattutto dalla parte più acculturata della nostra grande comunità, che nel frattempo aveva abbandonato i campi per riversarsi nelle città per studiare e occupare ruoli di assoluto prestigio.
Di lì si è innescato un processo che ha via via contagiato centinaia di migliaia di famiglie, milioni di persone: l’orgoglio delle origini italiane. Va detto che fino a poco tempo fa, il 90% dei nostri oriundi ignorava la città, la provincia e perfino la regione d’origine dei propri avi arrivati in Sud America.
Ecco allora che il fenomeno della rincorsa al riconoscimento della cittadinanza italiana non è che l’ultimo anello di questo processo, quasi un coronamento di tutte le scoperte fatte riguardo al proprio passato, alle proprie origini. E il poter ostentare il passaporto italiano fra gli amici o fra i colleghi di lavoro, è oggi una sorta di status symbol.
Ma c’è di più. Chi diventa cittadino italiano si appassiona ancora di più per tutto ciò che richiama il paese d’origine: dalla cultura alle tradizioni popolari; dalla musica alle notizie riguardanti l’Italia; dalla cucina all’uso di espressioni tipicamente italiane.
Lei pensa che i rappresentanti degli italiani all’estero che siedono nel Parlamento italiano, potranno veramente dar voce alle tante istanze della cosiddetta «altra Italia»?
È necessario chiarire subito che non è stata la grande comunità italiana a rivendicare il diritto di voto. Tuttavia, si è votato e penso che questo sia comunque un fatto positivo. Faccio notare che quasi tutti, fra gli eletti, sono nati in Italia, e che nel corso della campagna elettorale ha prevalso il carisma dei candidati sui programmi. Per i neo deputati e senatori c’è molto da fare, innanzitutto per sintonizzare le reali aspirazioni delle nostre comunità con il mondo politico italiano.
Aspirazioni che i nostri rappresentanti hanno il dovere di trasmettere a Roma, anche se provengono da quella parte che non ha avuto modo di votarli. Solo per fare un esempio, dei 30-35 milioni di oriundi in Brasile, meno di 200 mila hanno ricevuto il certificato elettorale. Ci sono molti interessi in gioco. Uno di questi, è bene ricordarlo, è il problema del riconoscimento della cittadinanza italiana.
Parliamo di nuove generazioni. Cosa potrebbe fare l’Italia per conservare il senso di italianità e l’amore per la terra-madre dei loro genitori e dei loro nonni?
Sono finiti i tempi nostalgici del Massolin di fiori. E non trova nemmeno più terreno fertile l’immagine – tramandata dai nonni – di quell’Italia che non esiste più. Le nuove generazioni formate da studenti universitari, professionisti di 30-40 anni, tecnici specializzati, artisti, ecc., rivendicano la parificazione dei titoli di studio, vogliono venire in Italia a perfezionarsi, a frequentare dei master, a imparare. Per fortuna, ci si sta muovendo nella giusta direzione, ma è necessario fare di più se non vogliamo perdere l’enorme patrimonio (non solo affettivo) costituito dalla grande comunità italiana in Brasile, a cominciare dall’insegnamento della lingua.
I media sono di fondamentale importanza, oggi, nel processo di avvicinamento dell’altra Italia alla madrepatria e proprio per questo trovo assurdo che Rai International non possa essere seguita gratuitamente da tutti.

 

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017