IL GIUBILEO È AMORE

Monsignor Gianfranco Ravasi: «L’impegno cristiano deve tendere verso la grandezza e l’infinito dell’amore di Dio».
06 Luglio 1996 | di

C è una bellissima espressione nel libro del Deuteronomio che è posta proprio in correlazione al Giubileo, almeno in maniera indiretta: nel capitolo XV si dice: «Tra di voi non deve esserci nessun povero, nessun indigente. E se per caso qualcuno dovesse trovarsi in questa situazione, tu non indurire il tuo cuore e non stringere la tua mano ma stendila verso il tuo fratello». Il Giubileo è questo segno di amore e di giustizia. Ne abbiamo parlato, in questa intervista, con monsignor Gianfranco Ravasi, sacerdote della diocesi di Milano e membro di numerose accademie culturali italiane e straniere, nonché autore di importanti opere di esegesi biblica.
Monsignor Ravasi il Giubileo si colloca nel discorso di alleanza tra Dio e il suo popolo. Dove si radica il Giubileo e quali significati originari si possono ritrovare nella bibbia?
«Le radici del Giubileo vanno cercate in una pagina ben precisa dell'antico testamento: nel capitolo XV del libro del Levitico dove si racconta una celebrazione particolare di Israele. Dopo che erano trascorsi 49 anni, nel cinquantesimo si celebrava una ricorrenza tutta particolare nella quale erano tre gli elementi fondamentali abbastanza sorprendenti: da un lato le terre, come le case che erano state alienate, ritornavano ancora ai legittimi proprietari di partenza; la terra, cioè il terreno di Palestina riposava per un anno; e gli schiavi venivano liberati. Si tratta di un tentativo di riportare ancora alle origini Israele dopo cinquant'anni di vicende storiche tormentate in cui magari alcuni erano diventati molto poveri e avevano perso case e terreni, altri invece si erano arricchiti esageratamente. Si tratta dunque di un tentativo di riportare ancora il popolo a un punto di partenza per poter ricominciare da capo nella giustizia, nella libertà  e in una fraternità  diversa».
Nell'insegnamento di Gesù si trovano temi e indicazioni di dimensioni nuove nel rapporto di Dio con l'umanità  e la storia. In questo contesto come va riletto il senso del Giubileo?
«Naturalmente, quando all'orizzonte appare la figura di Cristo, come dice il vangelo di Giovanni nel capitolo I: 'Il Verbo si fa carne» cioè Dio stesso si intreccia con la vicenda umana in maniera ormai direttissima, immediata, totale, assoluta, radicale. Ed è per questo motivo che anche il rapporto tra gli uomini deve mutare. Cristo, infatti, annuncia sostanzialmente 'due' nuovi Giubilei: da un lato c'è il Giubileo dell'amore assoluto e totale; non più soltanto un rigore di giustizia ma anche una donazione che non conosce confini nei confronti del proprio prossimo. E poi c'è una seconda considerazione che dobbiamo fare: la liberazione che Egli viene a portare è una liberazione integrale. Ormai Cristo presenta una salvezza i cui confini sono trascendenti, vanno cioè oltre la totalità  di tutto l'essere: spirito e corpo vengono avvolti in questa salvezza, in questo manto di gioia e di speranza: il Giubileo cristiano».
Nella società  e nella cultura attuali, si può comprendere una proposta come quella del Giubileo; quale carica profetica può avere ancora nel mondo d'oggi?
«Noi abbiamo quella frase di Gesù, nel discorso della montagna, che dice: 'Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro che è nei cieli'. La tensione cristiana non è semplicemente verso una filantropia burocratizzata, ma deve tendere verso la grandezza e l'infinito dell'amore di Dio. È per questo motivo che il Giubileo cristiano è qualcosa di più della semplice norma sociale, del semplice impegno di carità  concreta. È l'amore nella sua purezza».

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017