Il Granducato dei sogni

I figli e i nipoti dei primi operai emigrati convivono oggi con i «nuovi arrivi», targati in gran parte Comenius ed Erasmus, dal nome dei protagonisti di scambi scolastici internazionali.
16 Novembre 2009 | di

lussemburgo
Chissà quanti bambini attenderanno quest’anno l’arrivo di Kleeschen, ovvero Saint Nicolas, per le strade del Lussemburgo. Di sicuro avranno timore del suo accompagnatore, l’oscuro Père Fouettard (Housecker in lingua lussemburghese) che indagherà sul comportamento da loro tenuto durante l’anno e stilerà il giudizio da dare a Babbo Natale per i doni. Tutti, il 6 dicembre, aspetteranno con ansia il loro regalo sotto l’albero, dopo aver ammirato Kleeschen seduto sulla carrozza trainata da splendidi cavalli. Fra loro ci saranno anche tanti figli di italiani che in Lussemburgo hanno scelto di costruire la loro vita, mantenendo fede alle tradizioni.
Lontani dai confini nazionali ma ben dentro all’Europa. E pronti a difendere con orgoglio le loro origini tricolori. I figli e i nipoti degli operai che scesero dai treni con le valige di cartone, oggi convivono con i «nuovi arrivi», targati in gran parte Comenius ed Erasmus, progetti scolastici e universitari che hanno aperto molte prospettive ai giovani italiani in cerca di un futuro.
«Mi chiamo Emanuela Bartolini – ci racconta una di loro – lavoro all’Istituzione finanziaria europea per gli investimenti in Lussemburgo. Sono arrivata per ripiego. Volevo fare l’Erasmus a Parigi o a Lione, ma non c’era posto».
Laureata in Lingue moderne per interpreti e traduttori all’Università di Bologna, Emanuela Bartolini ha perfezionato a Ginevra il suo percorso tecnico e ha imparato a respirare l’amicizia del mondo. Grazie all’attività di baby sitter, intrapresa per vivere nella città, ha avuto modo di conoscere varie opportunità di lavoro, per accettare, infine, la proposta di un istituto di credito del Lussemburgo.
«Il lavoro alla Banca europea per gli investimenti è arrivato per caso. Cercavano una persona che abitasse a Lussemburgo e che conoscesse bene le lingue. Era l’ultimo giorno valido perinviare la candidatura, e mi sono detta:perché no? Mi hanno chiamata la mat-tina dopo: mi volevano da subito. E pensare che quando è arrivato il mio curriculum, stavano già chiudendo le selezioni. Non ho avuto tanto tempo perscegliere, ma alla fine ho accettato».
Quella di Emanuela è solo una delle tante storie di successo che costellano il piccolo Stato del Benelux. Tanti gli italiani che raccontano con orgoglio il loro percorso formativo.
«Sono arrivato in Lussemburgo – spiega Sabino Parente – principalmente perché spinto da due forze: amore e ambizione. Dopo essermi laureato a Milano in Comunicazione visiva, ho provato a inserirmi nel mondo del lavoro e in un anno mi sono trovato davanti a una realtà abbastanza deprimente, fatta di guadagni al di sotto delle aspettative, lavori poco gratificanti, crescita professionale pari a zero. Allo stesso tempo, la mia ragazza ha cominciato un master in Economia in Lussemburgo e ha subito trovato lavoro, convincendomi dunque a lasciare l’Italia per un Paese dove la professionalità e le competenze vengono riconosciute e ripagate. L’impatto è stato piuttosto morbido, avendo trovato subito lavoro ed essendomi circondato di connazionali nella mia stessa situazione».
Fondatore e direttore di «Italiansinlux», un magazine mensile divenuto nel tempo un blog, Sabino Parente si è integrato nel tessuto sociale lussemburghese e ha mantenuto strettissimi legami con l’Italia, non rinunciando alle sue radici e alle sue abitudini da italiano con tanto di pregi e di difetti.
«Se rimarrò per sempre qui trasmetterò le abitudini e le tradizioni italiane ai miei figli. Inoltre amo cucinare e sono legato alla gastronomia italiana con tutte le sue particolarità.Per cui sto prendendo tutte le ricette di mia madre per continuare a mangiare i nostri sani e semplici piatti. Con il progetto «Italiansinlux» cerco di mantenere viva l’identità italiana, condividendo opinioni e notizie con altri italiani, aiutando i nuovi arrivati come a suo tempo fecero con me e coinvolgendoli in qualche simpatica iniziativa».
Uniti dall’amore per il loro Paese d’origine, gli italiani di Lussemburgo non risparmiano critiche che hanno quasi sempre l’educazione civica come comune denominatore.
«Non sono più abituata a tremare prima di attraversare sulle strisce pedonali o a rimanere paziente in coda un’ora in un ufficio postale, per inviare una semplice lettera ordinaria, o ancora a passare da uno stage a un altro, di sei mesi in sei mesi, senza arrivare mai a un contratto definitivo. Troppi giovani lasciano l’Italia per costruirsi un futuro all’altezza, vorrei proprio che fosse l’Italia a cominciare a offrir loro quell’altezza che meritano».
Myriam Dardanelli ha lasciato Biella per tuffarsi in un’avventura al centro dell’Europa. Laureata all’Università Bocconi di Milano le hanno offerto uno stage di sei mesi nel Granducato. Si è trasferita nel dicembre 2006, incontrando in Lussemburgo una serena atmosfera di Natale e un’amica italiana pronta a coinvolgerla in un gruppo di connazionali affiatati.
«Dopo tre anni sono ancora qui, più contenta che mai della mia scelta. Lussemburgo mi ha accolta bene fin da subito e continua a farmi sentire bene. I primi ad accogliermi e a farmi sentire a casa sono stati i componenti del coro della missione scalabriniana, che non hanno esitato a invitarmi a unirmi a loro e ad aiutarmi in ogni modo, sempre e per qualsiasi cosa. Sono senza dubbio loro la mia prima famiglia lussemburghese».
Chi sarà chiamato presto a trasmettere attivamente le proprie reminiscenze italiane sarà Andrea Di Iorio, in attesa di diventare presto papà. Nato in Lussemburgo da genitori abruzzesi, Andrea rappresenta la generazione «di mezzo» di quell’italianità che ha attecchito le radici in tanti Paesi del mondo e che ha allargato i propri confini verso un cosmopolitismo totale.
«Mia moglie è thailandese – racconta – e io lavoro nel Comune di Lussemburgo come ingegnere e architetto. Dopo aver compiuto i miei studi a Essen, in Germania, ho scelto di evitare l’Italia, non solo per la mia difficoltà di parlare correttamente l’italiano, ma anche per mantenere il mio impegno agonistico nel taekwondo. In Germania potevo, infatti, mantenere un buon livello agonistico pur continuando gli studi universitari».
Andrea ha trasformato la sua passione per questo sport orientale in un vero e proprio percorso professionale. Per poter gareggiare ad alti livelli ha anche scelto la cittadinanza lussemburghese togliendosi molte soddisfazioni in campo internazionale e aprendo una propria palestra. Ma non ha mai rinunciato alle tradizioni italiane.
Identici i costumi che accompagnano la vita di Giuliana Andreini, giunta in Lussemburgo per seguire il marito, dopo una lunga esperienza nel campo della psico-oncologia.
Bergamasca e madre di due figlie, Giuliana si è laureata in Psicologia a Padova, con una tesi sugli operatoridei reparti di oncologia. Dopo un’esperienza nell’assistenza domiciliare all’interno di una Asl, per conto di una cooperativa sociale di Bergamo, si è specializzata nelle patologie invalidanti. Trasferitasi in Lussemburgo, ha lavorato prima al Foyer Reckental come psicologa d’equipe, quindi all’ospedale di Kirchberg. Oggi lavora con pazienti ospedalizzati che soffrono di vari disturbi mentali: depressione, dipendenza da sostanze, ansia, psicosi e disturbi del comportamento.
«Ho trascorso molti anni tra studio e lavoro – confessa Giuliana – e non mi sono mai pentita di aver scelto la psichiatria, né di essermi trasferita in questo Paese, anche perché ritengo che la nostra legge Basaglia sul recupero sociale dei malati mentali rimanga un faro per la psichiatria moderna e anche qui in Lussemburgo l’orientamento è verso le strutture di recupero sociale e l’inserimento lavorativo».

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017