Il privilegio di Ulisse

Molisano, docente universitario e giornalista, Tanelli studia da anni l’opera di Dante Alighieri. La scelta della emigrazione è stata per lui un investimento culturale.
01 Ottobre 2000 | di

Verona, New Jersey
Incontro il professor Orazio Tanelli nella sua casa, a Verona: una cittadina del New Jersey che si stende tra laghi e parchi e che forse ha assunto questo nome per un legame storico e culturale dei suoi abitanti con una delle più belle città  italiane. Nato a Macchia Valfortore, in provincia di Campobasso, nel 1936, e dopo un'infanzia vissuta negli anni della seconda guerra mondiale, che lasciò nella sua memoria tracce incancellabili, Tanelli si dedicò agli studi umanistici iscrivendosi all'Università  La Sapienza di Roma. Lasciò l'Italia nel dicembre del 1961 per raggiungere suo padre Nicola che, emigrato in Venezuela, si era trasferito negli Stati Uniti. Prima di partire, Orazio si era sposato con Franca Rosa Di Iorio che gli diede due figli: Nicola e Pasquale. Il primo è dottore in legge alla Columbia University di New York, il secondo, dottore commercialista alla Montclair State University. Stabilitosi nel New Jersey, Tanelli si laureò nel 1965 all'Upsala College a East Orange, nel New Jersey; conseguà il master in francese e spagnolo alla Ruthers University, e nel 1975 prese il dottorato in Letteratura italiana nella medesima università . Per oltre venticinque anni ha insegnato lingue e letterature (latino, italiano, francese e spagnolo) nei licei statali, nei corsi serali del Montclair High School poi divenuta Montclair State University. Ora è professore effettivo presso questa università  e al Ramapo College. Il nostro colloquio inizia dalle sue prime esperienze di docente.

 Msa. Quali sono i ricordi dei primi anni d'insegnamento?
Tanelli.
Ricordo con nostalgia i diciotto anni di scuola di latino alle High School, in cui ho avuto i miei migliori studenti. Purtroppo, l'interesse per il latino ora è sceso a causa delle scelte e dei nuovi interessi di una società  che si allontana sempre più dalla cultura classica. Cresce invece l'interesse per la lingua italiana. Quando ho iniziato a insegnare, la lingua italiana era al quinto posto, mentre oggi è risalita al secondo, dopo lo spagnolo e prima del francese e del tedesco. È un fenomeno che si riscontra in tante università  americane e testimonia l'interesse per la nostra lingua e cultura di tanti studenti americani, che però non sono figli di italoamericani. Nei primi anni d'insegnamento la situazione era diversa: la maggior parte dei giovani d'origine italiana che frequentavano questi corsi parlavano l'italiano anche in classe, mentre ora le nuove generazioni, nate in Usa e totalmente integrate nella società  americana, hanno perduto l'interesse per la lingua dei padri e stanno allontanandosi anche dalla cultura, dalle tradizioni e dai valori familiari, sociali e religiosi legati all'identità  italiana. È uno dei segni della crisi che sta intaccando anche le famiglie italiane.

Coltiva altri interessi oltre l'insegnamento?
Anche se sono conosciuto come docente universitario di lingue e letterature straniere, esperto dantista e critico letterario, da diversi anni mi dedico anche al giornalismo. Fin dal mio arrivo negli Stati Uniti, ho incominciato a pubblicare saggi, articoli e poesie su riviste italiane e sul Progresso Italo-americano. Nel 1980 assunsi, su invito del proprietario, la direzione della rivista La Follia di New York, un periodico fondato nel 1892. Dopo dieci anni, stimolato da tanti amici e collaboratori, iniziai la pubblicazione de Il Ponte Italo-Americano, una rivista internazionale di cultura che raggiunge tanti connazionali residenti in Usa, in Italia e in altri Paesi del mondo. Ricordo il primo numero di sole 32 pagine in bianco e nero, e le prime difficoltà  economiche. Io sono un idealista e vorrei occuparmi solo della parte culturale e letteraria, mentre purtroppo ci sono le preoccupazioni finanziarie che a volte tarpano le ali.

Come si caratterizza la sua rivista?
Il ruolo de Il Ponte è di stabilire rapporti d'amicizia e di cultura tra istituzioni, associazioni e personaggi italiani (insegnanti, scrittori e artisti), impegnati nella promozione dell'italianità  in Usa. Mantengo un rapporto privilegiato con le associazioni che considero come base e continuazione della cultura italiana. I loro fondatori, e oggi i loro membri, hanno portato dall'Italia le tradizioni, le feste folkloristiche e religiose del paese d'origine, con le quali sono nati e vissuti, cercando di farle rivivere all'estero. Nel New Jersey ci sono molte associazioni, sorte per salvaguardare l'identità  dei paesi d'origine. Sono nate, come in tanti altri Stati d'America, come Società  di mutuo soccorso, ma oggi sono divenute artefici di tante iniziative culturali e sociali, oltre a rimanere luogo d'incontro per tanti anziani che nei club hanno la possibilità  d'incontrare i paesani, parlare il dialetto: la lingua dei nonni che mantiene lo spirito della terra d'origine. Dedico molto tempo per animare la vita delle comunità  e le iniziative delle associazioni italiane, convinto che la mia presenza sia un aiuto umano e culturale.

Che radici ha il suo amore verso Dante?
Il grande poeta fiorentino mi ha appassionato fin dagli anni del liceo, tanto da imparare a memoria undici canti della Divina Commedia. Miti classici nella Divina Commedia, pubblicato nel 1975, fu uno dei miei primi saggi, seguito da altri scritti. Nel 1999 pubblicai: Miti nella Divina Commedia, in cui ho cercato di presentare l'opera di Dante dentro la luce e l'energia creatrice del mito. Precedentemente, ho curato altre pubblicazioni tra le quali: La poesia di Francesco Lalli (1980), Mito e realtà  nella poesia e nella narrativa di Sabino d'Acuto (1981), Vincenzo Rossi: Fedeltà  alla terra, del 1991. In tanti anni d'attività , ho scritto libri e saggi di critica storico-letteraria su Leopardi, Manzoni, Benedetto Croce, Alberto Moravia, Piero Bigongiari e su altri scrittori italiani. Ho pubblicato diverse raccolte di poesie, tra le quali mi piace ricordare: Poesie molisane del 1981, Canti dell'esule del 1984, Canti del ritorno del 1986, Canti del Sud e Canti d'oltreoceano del 1994. È forse nella poesia che emergono i miei sentimenti più profondi: quelli di un esule che non ha mai dimenticato il richiamo della terra d'origine: il Molise. Ho lasciato anch'io l'Italia per trovare «la terra promessa»: una scelta che non è stata facile per le difficoltà  della lingua e dell'inserimento nella nuova società . Penso però che la scelta di aver seguito mio padre ed essermi trasferito negli Stati Uniti sia stata positiva. Se fossi stato in Italia, non avrei raggiunto le mete che ho potuto raggiungere qui nel New Jersey. Sul piano culturale la mia emigrazione è stata un investimento.

Come mai il tema del mito è ricorrente nei suoi scritti?
L'interesse dei miti classici e soprattutto dei miti nella Divina Commedia di Dante, è legato ai miei studi storici sugli antichi popoli asiatici, sulle religioni assiro-babilonesi ed ebraico-cristiane. Ho scoperto che Dante ha attinto dalla mitologia e dalle religioni antiche molti elementi e simboli che ho ritrovati poi anche nei testi dei Padri della Chiesa, per illustrare il messaggio evangelico. Nella vita, siamo tutti spinti, come Ulisse, a «seguir virtute e conoscenza», con lo sguardo rivolto all'«alto mare aperto».


   
   
  I miti di Dante nel libro di Tanelli      

di   Germano Bertin   

L     'ultima opera del professor Orazio Tanelli si è concentrata su Dante Alighieri. Il libro Miti nella Divina Commedia si presenta certamente come un lavoro scientifico, ma comunque avvicinabile anche dai «non addetti ai lavori».
               Tanelli interpreta la triplice cantica dantesca cercando di cogliere i miti «laici» o «profani» utilizzati e «cristianizzati» dal poeta fiorentino. L'autore, rifacendosi a Cesare Pavese, è convinto che «il mito è ciò che accadde-riaccadde infinite volte nel mondo sublunare eppure è unico, fuori del tempo, così come una festa ricorrente si svolge ogni volta come fosse la prima (... ); il mito fu un comportamento significativo, un rito che santificò la realtà , (... ) il luogo dov'è accaduta un giorno una manifestazione del divino». Dante, secondo Tanelli, ha portato nella Divina Commedia molti personaggi della mitologia, interpretandoli come anticipazione del trascendente.
            Per questa ragione, forse, chiunque si avvicini alla lettura del poema dantesco, riesce facilmente a riconoscersi in qualcuno dei tanti personaggi raccontati. Il lungo viaggio dell'esule fiorentino, soprattutto, richiama l'esperienza di ogni uomo, in particolare di quanti sono stati costretti a lasciare la propria terra. Non deve essere certamente un caso, infatti, se l'autore di questo libro, anch'egli figlio di emigrati, abbia voluto dedicare un intero capitolo al mito di Ulisse.
                            «Dante poteva sentire affinità  con Ulisse - scrive Tanelli - perché vedeva sé stesso come un marinaio, ansioso e vigile, in cerca di virtຠe conoscenza». Considerate la vostra semenza: / - si legge nel XXVI canto dell'Inferno - fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza. E, sottolinea Tanelli, «la conoscenza non sarà  mai del tutto raggiunta senza la grazia di Dio». Dante, tuttavia, non ha mai avuto paura di mettere in luce i limiti e gli errori dei suoi miti. Mentre Ulisse abbandonò la sua Itaca, la sua Penelope, Telemaco e l'anziano padre, Dante fu invece costretto all'esilio, e mai dimenticò la sua patria e la sua famiglia. Potremmo dire che Dante, anzi, si sente piຠvicino ad Enea, «approdato in Italia per fondare la nobile stirpe romana. Dante - precisa Tanelli - pur dichiarando di non essere Enea né san Paolo, scopre in sé un Enea che va nell'oltretomba e un Paolo rapito alla visione di Dio».
         Quando Dante ripropone il mito egizio della Madre Cosmica, chiamata «donna del pane», «creatrice delle cose verdi», «signora dell'abbondanza», appare subito evidente come egli stia pensando proprio alla «donna vestita di sole» dell'Apocalisse: Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta piຠche creatura, termine fisso d'eterno consiglio; tu sei colei che l'umana natura nobilitasti s', che il suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura (Par. XXXIII, 1-6).
               Tanelli, dunque, con questo suo libro mette in luce come il mito per Dante abbia sempre un significato didattico-religioso, insieme comunque ad un alto valore poetico. Dante, ricorda l'autore, si propone quale pilota e nocchiero di una nave pronta a solcare mari nuovi e misteriosi, affascinanti e insidiosi, ma che conducono alla verità  di sé e all'incontro con Colui che è, da sempre, Fonte e Porto ultimo di ogni esistenza. A ciascuno la scelta di intraprendere una navigazione che alla fine, soprattutto, richiede il coraggio per affrontare una sincera trasformazione di sé.

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017