La Chiesa ha rischiato di perdere la «bellezza»

05 Maggio 2000 | di

 Ogni opera d`€™arte può esprimere dei sentimenti religiosi, ma non è automaticamente già  arte liturgica. Lo afferma padre Marko Rupnik.

Una bimba gioca con un coniglio. Una tavola è apparecchiata con tre sedie vuote. Una donna abbraccia una croce e accarezza una ferita. Blu, rossi, gialli, colori caldi, forti, corposi esplodono dalle tre tele affiancate sulla parete. «L`€™arte coglie delle soste simboliche nella vita dell`€™uomo e tutte le generazioni si ritrovano lì. Per questo l`€™arte è uno spazio di incontro e quindi di evangelizzazione. Questo trittico, per esempio, vuol dire che tutti abbiamo giocato con i conigli, tutti abbiamo aspettato una persona e tutti arriviamo davanti alla croce. O la si accarezza, o la si combatte, non è possibile evitarla».
Padre Marko Rupnik sceglie con cura le parole, mentre illustra i quadri e i mosaici in lavorazione nell`€™atelier del «Centro Aletti». Gesuita, sloveno, 46 anni, oltre a insegnare teologia e a scrivere testi di spiritualità , Rupnik, assieme ai suoi assistenti, ha realizzato la maggior parte dei mosaici che oggi ricoprono la cappella papale Redemptoris Mater, inaugurata il 14 novembre scorso. Lo abbiamo intervistato.
Msa. A quali condizioni l`€™arte può essere di aiuto all`€™evangelizzazione?
Rupnik. Bisogna stare attenti a non fare dell`€™arte una specie di cartone animato, L`€™opera d`€™arte deve rimanere simbolica, perché ciò che la tiene in piedi è proprio la parte atemporale, quella che sfugge. Noi siamo abituati a spiegare subito tutto, ma il simbolo si svela lentamente, piano piano ognuno dà  il nome a ciò che sente. Oggi il mondo è allergico alle forzature, alle pressioni, alle argomentazioni. L`€™arte affascina e si svela.
Qual è il rapporto tra arte spirituale e arte liturgica?
C`€™è differenza e dobbiamo stare attenti a evitare il rischio di trapiantare l`€™arte dalla galleria direttamente nello spazio liturgico. Spesso si è scelto un manierismo anemico, che non può ricordare la vita perché non ce l`€™ha. È vero che oggi esistono le condizioni perché l`€™artista si riavvicini al discorso spirituale, ma questo non può essere funzionale direttamente all`€™arte sacra: insomma, non si può mettere subito l`€™arte di chiunque si avvicina alla Chiesa nello spazio liturgico. Ogni opera d`€™arte può esprimere dei sentimenti religiosi, ma non è automaticamente già  arte liturgica.
Ritiene che oggi esistano le condizioni perché l`€™artista si riavvicini a un discorso di fede?
«Oggi è un momento molto favorevole. In questi ultimi secoli l`€™artista ha percorso un cammino di indagine sull`€™uomo senza grande apertura all`€™alterità  e alla trascendenza. Oggi, come si è visto in alcune opere all`€™ultima biennale di Venezia o a grandi esposizioni internazionali, l`€™artista è pronto anche a fare grandi sacrifici per trovare una via d`€™uscita da questo guscio soggettivista in cui si trova. In passato, sembrava che dovesse essere più importante la forma del contenuto. Oggi, invece, l`€™arte vuole comunicare, e quindi si orienta anche alla religione, ai contenuti eterni dell`€™uomo.
E qual è il rapporto tra Chiesa e artisti?
La Chiesa ha corso il grosso pericolo di trovarsi senza bellezza. E una Chiesa senza bellezza è noiosa, non attira e non affascina. Rischia astrattismi, concettualismi, discorsi di stampo etico-morale che non hanno la forza trasformatrice della vita, del vissuto, del mondo. Questo pericolo lo ha avvertito Paolo VI, che ha chiesto apertamente perdono agli artisti. Oggi la lettera di Giovanni Paolo II, che ha fatto da sfondo al Giubileo degli artisti, fa vedere che la Chiesa è decisa a fare tutti i suoi passi per riaprire un dialogo.
Il Papa, nella sua lettera, parla di bellezza. Cos`€™è la bellezza per un artista credente?
L`€™arte moderna e contemporanea non è sulla scia di quello che spesso i teologi e i sacerdoti intendono quando parlano di bellezza. Ci sono degli artisti che potrebbero offendersi se gli si dicesse che la loro opera è bella, perché la bellezza è stata rinchiusa nelle scuole neoromantiche, idealistiche, filosofiche, spiritualiste. Si è esagerato. L`€™artista ha un approccio più esistenziale, vitale e quindi drammatico. Per questo l`€™arte del XX secolo non può riconoscersi all`€™interno di una visione della bellezza che oscilla tra l`€™idealismo e l`€™estetica. La bellezza è drammatica. Un`€™efficace sintesi teologica sulla bellezza la dà  Pavel Florenskij: «La verità  rivelata e l`€™amore realizzato è bellezza».
Dunque la bellezza è l`€™assunzione del mondo nell`€™amore. E noi sappiamo che l`€™amore si realizza in modo drammatico, cioè attraverso il triduo pasquale. Oggi porre la questione della bellezza nell`€™arte contemporanea vuol dire parlare della salvezza dell`€™uomo. In tante correnti di arte contemporanea l`€™artista urla e protesta per l`€™assenza di questa bellezza, si confessa in modo drammatico e quindi salvifico. Nell`€™arte assume la fragilità . Noi cristiani siamo chiamati a guardare l`€™arte contemporanea con molto rispetto, perché, anche se sembra desacralizzante, esprime qualcosa di sacro, cioè la confessione del cuore umano.
L`€™artista credente sente la responsabilità  di fronte a tutti i linguaggi di questo secolo e guarda il mondo con un occhio spirituale, cioè nella sua arte cerca di mettere in evidenza i nessi nascosti che tengono insieme quella vita che a occhi profani appare tanto frammentata.

   
   
     

            «La Chiesa ha bisogno dell`€™arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell`€™invisibile, di Dio. Deve, dunque, trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora l`€™arte ha una capacità  tutta sua di cogliere l`€™uno e l`€™altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni ...»
(Giovanni Paolo II, Lettera gli       artisti, 1999).
      

 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017