La cultura dell’avere

10 Settembre 2000 | di

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Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di asservire la vita alla ricerca di un  benessere solo materiale. I beni ci sono dati non perché li accumuliamo, ma perché li condividiamo. Non devono farci dimenticare il Regno di Dio, la comunione piena con il Padre.
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L'episodio del Vangelo di Luca (12,13-21), illustrato nell' articolo precedente, è di grande attualità . Non è infrequente che anche nelle nostre famiglie esista un fratello avido che vuole appropriarsi di tutti i beni paterni, non curandosi dei diritti degli altri. Quanti odi e rancori tra fratelli e parenti a causa della «divisione» dei beni paterni! Quante energie - spesso una vi-a intera - spese per fare soldi, per cercare un benessere materiale sempre più elevato!
Quanti giovani vengono indirizzati dai genitori verso professioni che portino ad alti livelli di reddito economico, anziché verso professioni cariche di umanità ! Quanti sono gli operai che scioperano soltanto per un aumento di stipendio e non invece anche per la qualità  della vita!
Quanti i professionisti che nelle loro rivendicazioni misurano il loro livello economico sui colleghi della Svizzera e della Svezia e non sulle pensioni minime degli anziani che stentano a raggiungere la fine del mese! Quanti sono i commercianti che tendono esclusivamente ad aumentare il loro guadagno e non si accontentano del giusto prezzo del mercato!

I frutti della cultura dominante. Questa mentalità  è tenuta viva dalla cultura dominante oggi nei paesi occidentali: una cultura «caratterizzata» da due principi economici:
- è necessario avere sempre di più: la ricchezza deve produrre ricchezza;
- occorre massimizzare i profitti, cioè tendere al massimo profitto possibile.
Dietro questi principi c' è l' illusione che, aumentando il benessere e la ricchezza, si realizzi la felicità  dell' uomo. In realtà , dietro questi principi c' è tanto egoismo, avidità , insensibilità  e anche tanta stupidità . Infatti, la cosiddetta «civiltà  dei consumi» ha finito per determinare una duplice povertà :
da una parte, le povertà  del sottosviluppo: fame, malattie, analfabetismo;dall' altra, le povertà  del soprasviluppo, di cui soffrono i popoli dei paesi ricchi e i cui segni drammatici sono: violenza, criminalità , emarginazione sociale, droga, Aids; i giovani rischiano di essere soffocati dai rifiuti della civiltà  dei consumi.

Uno sviluppo solo economico. Il Papa, facendo la diagnosi dello squilibrio sociale ed economico, mediante l' enciclica Sollicitudo rei socialis, lancia un grido alla coscienza degli uomini di oggi: «Uomini, quale sviluppo state realizzando nel mondo?». È uno sviluppo squilibrato, che crea un fossato, che si sta allargando a forbice tra il Nord sviluppato e il Sud sottosviluppato. Una diversa velocità  di accelerazione, per cui i popoli ricchi diventano sempre più ricchi e i popoli poveri diventano sempre più poveri.
In quale errore sono caduti gli uomini del nostro tempo? Quello di ridurre lo sviluppo al solo aspetto economico. C' è stata questa illusione: «Aumentate il benessere e la ricchezza, e realizzerete la felicità  dell' umanità ». Ma ridurre l' uomo alla sola dimensione materiale significa disumanizzare l' uomo. Ridurre lo sviluppo dell' uomo alla sola dimensione economica, significa disumanizzare il mondo.

La risposta dei discepoli. Quale deve essere la risposta che come discepoli di Cristo diamo a situazioni come questa? Quale deve essere l' atteggiamento corretto che come credenti assumiamo davanti ai beni terreni? I beni materiali nella logica del Vangelo sono solo strumenti al servizio nostro e dei nostri fratelli; essi sono doni non da accumulare, ma da condividere; ecco che cosa significa «arricchire davanti a Dio»! Ogni volta che ce ne dimentichiamo, il giardino del mondo diventa una giungla, dove ci si sbrana a vicenda, dove vince il più forte e dove il debole soccombe.
Il bene fondamentale per il quale vivere e darci da fare, dice il Vangelo, è «cercare il regno di Dio», cioè la comunione piena con il Padre, da cui viene ogni bene, e la comunione piena con i fratelli, con cui condividere i beni ricevuti.
Il Vangelo comanda di distribuire e mettere in circolazione i propri beni: «Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33). Condanna il possesso egoistico che non tiene conto delle necessità  altrui. Non chiede però di vivere nella miseria. Valore assoluto è la fraternità , non la povertà  materiale. Lo conferma l' esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme, dove i credenti avevano «un cuore solo e un' anima sola» (At 4,32), mettevano le loro cose in comune e così «nessuno era tra loro bisognoso» (At 4,34), (CdA 147).

In concreto: quali scelte siamo chiamati a fare di fronte ai beni materiali? Siamo chiamati a lasciarci guidare dai due principi evangelici che sono i cardini della morale sociale della Chiesa:
     1. Non ti è lecito arricchire! Guai ai ricchi! La sobrietà  contro l' avidità .
     2. Ciò che hai lo hai per condividere; la solidarietà  contro l' avarizia.

L' annuncio del Vangelo oggi deve guidare le coscienze sulla strada della sobrietà  e della solidarietà . Innanzitutto, la sobrietà . Il Signore ci chiama «a vivere con sobrietà , giustizia e pietà » (Tt 2,12), a cogliere ciò che è essenziale rispetto a ciò che è superfluo, a saperci accontentare del necessario e a non lasciarci «drogare» da bisogni artificiali. È necessario che le famiglie si chiedano, ad esempio, se sia indispensabile il terzo e il quarto stipendio, quando vicino ci sono fratelli in cassa integrazione e giovani che bussano invano alla porta del lavoro.
In secondo luogo, la solidarietà . La solidarietà , dice il Papa, non è un sentimento di vaga compassione per i mali del mondo, «ma la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti» (Srs 38). Questa solidarietà  va tradotta in una necessaria e doverosa «opzione preferenziale» dei poveri. C' è un principio della morale che fin dai tempi di san Tommaso dice: «In necessità  estrema, tutto diventa comune». Chi sta per morire di fame, ha diritto di prendere ciò che gli serve per non dover morire e chi possiede il bene ha almeno il dovere di non opporsi. Cosa succederebbe se i popoli della fame prendessero coscienza di questo principio confermato dalla GS n. 69: «Colui che si trova in estrema necessità  ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui»?
Attualmente i popoli della fame raggiungeranno circa l' 80 per cento dell' umanità  e hanno a disposizione solo un terzo dei beni mondiali, mentre i popoli del benessere sono circa il 20 per cento e dispongono dei due terzi dei beni mondiali! Dobbiamo prepararci a una delle più grandi trasmigrazioni della storia nel terzo millennio. Per cui la pace è messa in pericolo dalla «bomba» della miseria, se i popoli del benessere non scelgono uno stile di vita più sobrio e non stabiliscono rapporti solidali con i popoli del paesi sottosviluppati.

CHE FARE?

L' esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme è esplicita in questo: i credenti avevano un cuore solo e un' anima sola e mettevano le loro cose in comune e così nessuno tra loro era bisognoso. Dal possesso egoistico delle cose alla fraterna condivisione. Nessuno che bussi alla nostra porta, al nostro cuore, dovrebbe andar via deluso, soprattutto se ha il volto dei più poveri tra i poveri, come barboni, immigrati, delusi dalla vita...

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017