La diversità ci arricchisce

Partendo dalla gavetta ha percorso tutte le tappe della scala sociale. Contrario al melting pot, crede nel potenziale dell'italianità e nel valore dell'associazionismo.
26 Agosto 2003 | di

TORONTO
Primo Di Luca, nato a Codroipo in provincia di Udine, e residente dal 1954 in Canada, è uno degli esponenti di spicco della Comunità  italiana di Toronto. Con lui ricostruiamo le tappe salienti della sua vita, a partire da quel lontano 1954 quando lasciò il Friuli per raggiungere il Canada.
Di Luca. Sono emigrato quando l'Italia viveva ancora nel momento difficile della sua ricostruzione, e l'emigrazione dal Friuli era una risorsa: ogni famiglia infatti aveva gran parte dei suoi membri all'estero. Avevo solo 17 anni quando, dopo gli studi liceali all'arcivescovile di Udine, raggiunsi il Canada. Iniziai subito a lavorare come manovale, assunto da persone impegnate nell'edilizia che la mia famiglia già  conosceva. Nonostante il lavoro, a Toronto frequentai corsi universitari e seminari di studio relativi alla Building Industry. Nel 1957 divenni membro fondatore di una società  di carpentieri, e nel 1963 della Peekskill Developments Ltd. Nel 1979 assunsi la presidenza e la direzione della Weston-Florida Development Corporation e, un anno dopo, della Di Luca & Associates. Dal 1998 divenni presidente della Carib-Euro International, con diversi cantieri aperti in Canada, negli Stati Uniti e, dal 1999, anche a Cuba. Solo da questi primi dati, la mia vita professionale appare come un'avventura quasi impossibile, ma si ripercuote in tanti altri italiani, provenienti da tutte le regioni della penisola, quando, messi di fronte a situazioni in cui il Paese che li ospitava dava loro l'opportunità  di diventare qualcuno e fare qualcosa d'importante, hanno sviluppato queste opportunità  con risorse e successi che si potrebbero dire straordinari, ma che invece sono solo il risultato del loro lavoro.
Msa. Quali sono stati gli incarichi, in campo sociale, che l'hanno maggiormente gratificata nella sua professionalità  e nella sua italianità ?
Io sono convinto che quando una persona inserita in un Paese diverso da quello di nascita, riesce a raggiungere un tenore di vita elevato, deve dedicare una parte del proprio tempo e dei propri interessi a favore della comunità  d'origine. La disponibilità  verso gli altri, in modo particolare verso l'associazionismo, dona aperture e soddisfazioni. Personalmente sono stato coinvolto, fin dagli anni Settanta, dalla comunità  italo-canadese, e poi dalla comunità  ebraico-canadese, dato che uno dei miei soci era ebreo. E tra i momenti più importanti del mio coinvolgimento con il mondo associazionistico italiano, pongo il mio impegno legato al terremoto in Friuli del 1976. Su incarico del governo canadese, coordinai tutti gli aiuti del Paese e del mondo associazionistico italiano, assieme ad altre quattro persone, tra le quali Marco Muzzo. Fu un lavoro di puro volontariato, sostenuto da un forte coinvolgimento di italiani e canadesi, che diede come risultato la costruzione, nei luoghi terremotati, di 181 case e di due residenze per anziani. Abbiamo consentito così che 680 famiglie riavessero un tetto: un successo enorme che ci ha gratificato. Nel 1977 il governo dell'Ontario mi ha inserito nel Social Assistance Review Board, che aveva l'incarico di verificare l'efficacia dei servizi sociali prestati, e stimolare una maggiore assistenza economica su qualsiasi caso. In seno alla comunità  dei miei conterranei di Toronto - composta da 48 mila persone, la seconda comunità  friulana dopo Udine! -, ho assunto l'incarico di presidenza dal 1984 al 1996 del Famee Furlane Club, oltre che quello di tesoriere della Federazione dei Fogolà¢rs of Canada.
Un'altra iniziativa che ritengo importante riguarda l'inserimento della lingua friulana, con diritti di credito, all'Università  di Toronto: è stata la prima università  che all'estero ha insegnato la nostra lingua, oltre ad aver organizzato, sempre su nostra iniziativa, degli incontri di studio sui lavori di Pier Paolo Pasolini. Molte sono state fin qui le mostre e le fiere di prodotti friulani e, ultimamente, la prima mostra, in America del Nord, dei mosaici della Scuola di Spilimbergo, ospitata dall'Ontario Royal Museum, visitato, in tre mesi, da 250 mila persone! Ho avuto tempo e disponibilità  anche per iniziative minori, ma non meno importanti, come la vicepresidenza di una squadra di calcio, la Toronto Italia Soccer Club oppure la presidenza per un anno del Piccolo Teatro di Toronto. Tra gli altri riconoscimenti, oltre alla presidenza del National Congress of Italo-Canada, nel 1980 fui annoverato tra i membri dell'Order of Canada, e nel 1996 il Paul Harris Fellow dal Rotary International Foundation di Venezia, e il dottorato Honoris Causa dall'Università  di Udine.
Dalla sua presidenza del Fogolà¢r Furlan di Toronto, hanno ancora prospettive realtà  che richiedono gestione e partecipazione come i tanti club fondati da associazioni italiane in Canada e in altri Paesi del mondo?
Io credo molto nel ruolo delle associazioni, però dobbiamo tener presente che le necessità  di vent'anni fa, oggi sono cambiate. Le comunità  italiane all'estero hanno richieste nuove, come gli scambi a livello culturale e professionale. In Italia si è per troppo tempo dimenticato il grande potenziale degli italiani nel mondo, del loro inserimento e delle attività  nei Paesi ospitanti. I club o i Fogolà¢rs possono essere luogo e stimolo di proposte nuove. Ci sono valori immensi nelle realtà  dell'associazionismo, ma devono essere sviluppati e mantenuti vivaci, mentre succede che con l'inserimento delle nuove generazioni la gestione diviene difficile.
Noi, in Canada, siamo forse più fortunati che in altri Paesi. Abbiamo il Ministero del Multiculturalismo, e il messaggio è quanto mai chiaro: diventate canadesi, ma mantenete la cultura del vostro Paese affinché il Canada diventi un grande mosaico. Se i vari club o le associazioni svilupperanno questo messaggio, saranno un punto di riferimento anche per i giovani, che in essi ritroveranno le radici dei loro padri. L'ho constatato in tanti giovani che, dopo una permanenza in Italia, ritornando in Canada chiedevano che i club o i Fogolà¢rs, oltre all'organizzazione degli incontri per i soci, promuovessero, per le nuove generazioni, accordi culturali e professionali con i Paesi di provenienza dei loro padri. È un programma che richiede collaborazione da parte di associazioni, regioni e istituzioni. Dobbiamo essere capaci di dare ai giovani quello che i nostri vecchi hanno dato a noi. Io constato che questo sta avvenendo, anche se non immediatamente, nelle seconde generazioni. Occorre però che le istituzioni sostengano questa politica per le nuove generazioni: l'italiano è disseminato in tutti i Paesi del mondo, è un potenziale da sviluppare sotto tutti i punti di vista: da quello economico a quello culturale. Sarebbe un grande errore se non venisse valorizzato.
Il volontariato coinvolge e aggrega ancora gli italiani all'estero?
È certamente ancora una presenza attiva, che deve essere sostenuta e motivata perché necessaria. Esso dà  più soddisfazione alla persona coinvolta, che dona volontariamente tempo e risorse. Dalla mia esperienza ho constatato che qui, in Canada come in Usa, esso ha radici forti, specie tra i gruppi che dirigono grandi o piccole imprese.
Ha un futuro l'italianità  in Canada?
Assolutamente sì. Basti pensare a Toronto, dove vivo con mezzo milione d'italiani - con altre etnie diverse per cultura e lingua - ma dove l'italianità  è presente con le sue caratteristiche culturali e folkloristiche. Siamo contrari al melting pot, dove tutto si mescola in una zuppa comune perché siamo fieri della nostra italianità .  

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017