La noia sconfiggerà Kohl?

Contro Kohl, che si ricandida per l’ennesima volta alle elezioni di settembre, parte con il favore dei pronostici Gherard Schroeder. Ecco chi è e che cosa propone per una Germania in difficoltà.
05 Settembre 1998 | di

Se ce la facesse, batterebbe tutti i record, contemporanei e storici, dell'Europa. Parliamo del cancelliere tedesco Kohl alle prossime elezioni del 27 settembre. Infatti, è già  ininterrottamente al governo da sedici anni, dal 1982, avendo vinto ben quattro fra elezioni e rielezioni. Ha superato di due anni il maestro Konrad Adenauer, il ricostruttore della Germania Ovest, e anche i più longevi statisti di altri paesi: dalla conservatrice Margaret Thatcher ai socialisti Franà§ois Mitterand e Felipe Gonzales. Meglio di lui ha tenuto solo un altro tedesco, il barone Otto von Bismarck, con una permanenza di diciannove anni. Ma Bismarck ha governato in altri tempi, nell'Ottocento, su stretto mandato dell'imperatore, e non a caso è passato alla storia con l'epiteto di «cancelliere di ferro». Tuttavia, per Kohl il quinto mandato appare una meta difficilissima, al momento negata dai sondaggi. Non perché Helmut Kohl, agli occhi dell'elettorato tedesco, abbia «demeritato», ma a causa dell'usura del tempo. Contro di lui, dicono quasi unanimemente i commentatori, gioca l'«effetto noia» (o, per i più maligni, l'effetto sbadiglio).

Parte, invece, col favore della novità  il competitore socialdemocratico Gerhard Schroeder, cinquantaquattro anni (contro i sessantotto di Kohl). Schroeder, al pari di Clinton, ha avuto una infanzia difficile, che gli può accattivare le simpatie: non ha conosciuto il padre, ha dovuto studiare di notte e lavorare di giorno per diventare avvocato. Da qui ha tratto una grande tenacità  e la volontà  di lottare per riuscire. Con Clinton ha anche una certa affinità  per gli «affari di donne»: ha divorziato dalla moglie Hiltrud - che l'ha pubblicamente accusato di egoismo - per risposarsi con una giovane e avvenente giornalista, Doris Koepf. Mentre Kohl mantiene un rapporto saldissimo con la moglie Hannelore, conosciuta a un ballo studentesco e con la quale ha attraversato tutta la vita.

Politicamente, Schroeder assomiglia al laburista inglese Tony Blair. Dice di voler rappresentare un «nuovo centro», i colleghi di partito, l'ala sinistra della socialdemocrazia, lo chiamano con sarcasmo «compagno dei padroni». Come sempre nelle democrazie, la partita si gioca al centro, con un programma per molti versi simile, ma con differenti accentuazioni, che contano.

All appuntamento con l'Europa la potente Repubblica federale tedesca è arrivata con un certo affanno, per il deficit di bilancio - uno dei parametri di Maastricht - superiore a quello italiano, sia pure per frazioni di punto. Com'è possibile? È il peso degli enormi investimenti fatti durante gli ultimi sette anni, dopo la riunificazione, per risollevare la disastrata parte orientale, già  a regime comunista. Si tratta di oltre mille miliardi (ne erano stati previsti, all'inizio, la metà ) di Deutsche Mark, una somma quasi impossibile da esprimere in lire (mille trilioni di lire). Questi massicci investimenti stanno dando i loro frutti, intanto però le finanze della repubblica non appaiono più granitiche come un tempo.

Ma il vero punto debole è la disoccupazione, salita all'11 per cento della popolazione attiva, in un paese dove per decenni era stata una parola sconosciuta. Con punte sin oltre il 20 per cento all'Est, questo vero e proprio «Mezzogiorno tedesco». È, quindi, sulle ricette per l'occupazione - diventata il problema numero uno per tutti gli europei - che si giocherà  in gran parte la contesa elettorale. Kohl punta sulla ripresa della potente macchina produttiva tedesca, già  in atto; Schroeder promette anche iniziative mirate, per creare subito centomila posti per giovani al primo impiego e aiuti statali alle imprese che assumano disoccupati. La sua ricetta, su questo punto, è più insistita degli «automatismi» sui quali mira Kohl, mentre sulla riforma dello stato sociale e sugli sgravi fiscali i due candidati, di fatto, convergono; come anche sulla presenza fattiva della Germania all'interno del processo di unificazione europeo, con in testa le tappe di attuazione della moneta unica, l'Euro.

Kohl si è buttato nella campagna elettorale con la foga di sempre. Dice: «Da anni sono abituato a lavorare dalle sette del mattino sino a mezzanotte». Spera sull'effetto-locomotiva del suo attivismo e del suo prestigio. Da tempo si è ritagliato un busto nella storia, come padre dell'unificazione tedesca e dell'Euro. Ma bisognerà  vedere se gli elettori non preferiranno a un «padre della patria», di cui sanno ormai tutto, un uomo nuovo da quale sperare un supplemento di immaginazione nell'affrontare i comuni problemi. Se Kohl ce la facesse per la quinta volta, diventerebbe veramente il «cancelliere eterno» di cui parla il più autorevole settimanale, lo «Spiegel».

I sondaggi danno, invece, Schroeder. Ma anche una vittoria elettorale, che lo candiderebbe automaticamente a cancelliere, non significherebbe ipso facto un governo socialdemocratico. I tedeschi amano i governi di coalizione - Kohl ha governato con i liberali - e l'ipotesi più probabile, ma non scontata, è una coalizione rosso-verde, cioè dei socialdemocratici con i verdi, che lo stesso Schroeder ha già  sperimentato nel suo Là¤nd, la Bassa Sassonia. Però i Gruene, i verdi tedeschi, hanno presentato un programma «fundis», da fondamentalisti, chiedendo una tassa ecologica sulla benzina che porterebbe il prezzo alla cifra iperbolica di cinquemila lire al litro e la chiusura delle centrali nucleari (in Germania un terzo dell'elettricità  viene dall'atomo). Schroeder, che pure ha cavalcato il cavallo dello «scandalo Castor» - i convogli carichi di scorie nucleari che superavano i limiti di salvaguardia senza che il governo lo sapesse o, peggio, con il suo tacito consenso - difficilmente può recepire richieste così radicali, anche perché siede nel consiglio di amministrazione della principale produttrice di auto, la Volkswagen.

E allora si fa avanti l'ipotesi della Grosse Koalizion fra socialdemocratici e democristiani, come già  nel 1966-1969. Che funzionò; ma, togliendo ogni spazio all'opposizione, provocò il radicalizzarsi a sinistra di frange giovanili, che sfociarono nel terrorismo. Oggi si potrebbe generare un effetto simile e di segno opposto, cioè a destra, dove già  sono attivi movimenti radicali e xenofobi, soprattutto all'Est. C'è, infine, un'ultima «ipotesi di scuola»: la Cdu (democristiani) rimane il primo partito, ma non può governare con i liberali, che non superano lo sbarramento del 5 per cento, oppure ritornano al parlamento decimati. In questo caso avremmo una Grosse Koalizion con un cancelliere Cdu. Ma Kohl passerebbe la mano al suo delfino Wolfgang Schaeuble, non molto amato in Italia perché voleva tenerci fuori dall'Euro (anche se poi si è ricreduto a fronte della nostra rimonta). Sarebbe, questo, un esito paradossale: chiamati a scegliere fra Kohl e Schroeder, i tedeschi si ritroverebbero come cancelliere Schaeuble, che d'altronde molti democristiani, forse la maggioranza, avrebbero voluto sin dall'inizio loro candidato alla corsa elettorale. l

Modello renano ed Europa

Romano Prodi, che pure è alla testa di un governo di centrosinistra, si dichiara ammiratore di Kohl e seguace del «modello renano» in economia. Di che si tratta? Della cosiddetta «economia sociale di mercato» creata a partire dalla ricostruzione postbellica sotto impulso di Ludwig Erhard e fondata sulla «concertazione», sulla cogestione dell'economia fra governo, associazioni imprenditoriali e sindacati dei lavoratori. Un modello che viene spesso contrapposto al neoliberismo: la signora Thatcher, in Germania, non ha adepti né al governo - salvo che in pochi del partito liberale - né all'opposizione. L'economia sociale di mercato, che coniuga capitalismo con socialità , tende sempre più a diventare il «sistema» europeo di fronte a quello di capitalismo sciolto dei paesi anglosassoni, Usa e Inghilterra. Caso mai, oggi si cerca di correggere gli eccessi garantisti e assistenziali con una riforma alla olandese: più flessibilità  nel lavoro, ritiro dei sussidi a chi non accetta un lavoro utile. Ma l'Olanda, anche geograficamente, rimane pur sempre un «paese renano».

 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017