Lavoriamo insieme per le nostre comunità

I giovani non hanno dimenticato le loro origini, dice il delegato nazionale dei Missionari italiani in Benelux e Francia. Occorre aiutarli a riscoprire il ricco retaggio della terra avita.
22 Giugno 2005 | di

Ho incontrato monsignor Giambattista Bettoni a Bellaria, in provincia di Rimini, in occasione del convegno organizzato dalla Migrantes e dalle Delegazioni europee, sul tema: «L";operatore pastorale in contesto migratorio», di cui è stato uno dei protagonisti. Monsignor Bettoni è bergamasco e, dopo l";ordinazione sacerdotale, ha vissuto i primi sei anni di apostolato a Cene, un paese della sua diocesi. Quando il vescovo gli propose di diventare missionario tra gli italiani all";estero, accettò subito perché, prima del sacerdozio, aveva trascorso un anno e mezzo all";estero come muratore. Un";esperienza che aveva fatto maturare in lui la vocazione. Monsignor Bettoni ha vissuto 16 anni nella Missione cattolica di Seraing, nel bacino minerario di Liegi, e poi è diventato delegato nazionale per le Missioni cattoliche italiane del Belgio, dell";Olanda, del Lussemburgo, e da tre anni anche della Francia.
Segafreddo. È ancora attuale la presenza di sacerdoti, religiosi e operatori laici italiani tra le nostre comunità  all";estero?
Bettoni.
C";e ancora bisogno della loro presenza. Lo dico «ad occhi chiusi», soprattutto pensando agli italiani della prima generazione: quelli cioè che sono partiti dall";Italia e che ora risiedono in Belgio, in Francia o nel Lussemburgo, e hanno bisogno del nostro accompagnamento. A livello umano e sociale, una delle priorità  è quella di aiutare le persone anziane che si ritrovano in questi Paesi europei. Si dice che quando si è anziani si diventa un po"; bambini, e io lo constato soprattutto in Paesi, come l";Olanda e il Belgio, dove si parla il fiammingo (una lingua che non deriva dal latino) e i nostri anziani, per la difficoltà  di comunicare nella lingua locale, ritornano a parlare il proprio dialetto d";origine: veneto, abruzzese o calabrese, dimenticando tante parole della lingua fiamminga che avevano imparato per poter vivere quando erano più giovani. Ma oltre agli anziani, credo che la presenza di sacerdoti e religiosi italiani sia necessaria anche per i giovani discendenti d";italiani, perché non abbiano a dimenticare il legame con la comunità  da cui sono partiti i loro genitori o nonni, portando con loro il patrimonio dei valori del Paese d";origine. La nostra presenza ricorda alle chiese locali, dove noi viviamo, che non esiste una chiesa nazionale italiana, belga o francese ma la «chiesa di Gesù», dove i popoli nella diversità  della loro cultura e della loro lingua, s";incontrano accomunati dalla fede in Lui e nel Padre. Uno dei nostri ruoli più importanti è di testimoniare che la Chiesa è universale, una casa comune che accoglie genti di provenienze e culture diverse.
Questo lo dobbiamo ricordare anche alle nostre comunità  italiane perché capita che qualche volta sono passate al di là  della barriera: dimenticando la propria storia non vogliono più essere «comunità  di migranti» e rischiano di non essere attenti e solidali con le persone che stanno facendo il loro «primo cammino», come abbiamo fatto noi, per inserirsi nel Paese ospitante.
Quali sono le occasioni pastorali in cui la presenza del missionario o della religiosa, è maggiormente richiesta?
Sono i grandi momenti della vita cristiana, legati ai sacramenti del battesimo, della cresima o del matrimonio. È una presenza, la nostra, che accompagna la vita del credente dalla nascita alla morte. Un presenza richiesta in modo particolare per la celebrazione dei funerali, dove si constata il desiderio, da parte dei parenti, di una celebrazione e di una preghiera in lingua italiana, uniti spiritualmente al defunto nell";accogliere il messaggio di fede e di speranza nella risurrezione. Oltre alla celebrazione dei sacramenti, ci sono dei momenti comuni organizzati per tutte le comunità : tra questi ricordo il pellegrinaggio europeo delle missioni cattoliche italiane a Lourdes, che si svolge ogni due anni; i pellegrinaggi annuali a livello locale; la festa delle Palme, che a Bruxelles raduna ogni anno un migliaio di italiani, e la celebrazione della Via Crucis, organizzata dalle missioni delle diocesi di Hasselt e di Liegi, con la partecipazione di altre mille persone.
Nella sua pastorale come riesce ad accogliere le diversità ?
Il mio ruolo di delegato mi obbliga a continui spostamenti per visitare le diverse comunità  delle missioni cattoliche, e avere contatti con le chiese diocesane e nazionali. Ma la cosa che più mi rende entusiasta per quello che faccio, è vedere le diversità  nella vita e nel cammino delle comunità . Qualche volta queste diversità  suscitano dei problemi, ma nello stesso tempo creano degli stimoli enormi. Più uno è chiuso nell";unicità  del suo stile pastorale, meno è stimolato: rischia di vivere una vita monocroma, di un solo colore. Come per fare un";opera d";arte ci vogliono colori diversi, messi insieme e trasformati in armonia dall";artista, così le attività  pastorali devono essere creative, ricca espressione della specificità  d";ogni singola comunità .
Qual è il rapporto con i giovani discendenti d";italiani?
Non è facile instaurare un rapporto pastorale costante con le nuove generazioni d";origine italiana; queste, infatti, vivono le stesse difficoltà  di rapporto con la chiesa e nella ricerca religiosa che vivono i giovani locali. Qualche volta anche noi, sacerdoti e operatori pastorali, dobbiamo metterci in questione, per la nostra difficoltà  nel trasmettere ai giovani i valori della fede cristiana. Ma nello stesso tempo constatiamo che nel cammino di questi giovani non sono dimenticati dei punti di riferimento. Se c";è infatti un percorso d";accostamento o d";incontro con la chiesa, questo avviene il più delle volte nel contesto della Missione cattolica italiana. Anche se è difficile quantificare, io credo che tanti giovani abbiano la sensazione d";essere in possesso di una cultura che li arricchisce.
Quali sono le iniziative che hanno coinvolto le Missioni cattoliche italiane del Benelux e della Francia?
Una delle cose positive accadute ultimamente in Belgio, è stata la formazione di gruppi di laici cristiani, a livello nazionale: un";iniziativa che ha permesso a questi rappresentanti delle nostre comunità , venuti da tutto il Belgio, di incontrarsi e confrontarsi. Un";altra esperienza, effettuata dai nostri missionari italiani, riguardava le visite ad altre comunità . E incontrare sacerdoti, religiose o laici delle missioni italiane d";altri territori, è stata una «migrazione» che ha approfondito i rapporti e ha maturato la consapevolezza di far parte di un cammino comune. Una «migrazione» che ci ha fatto incontrare comunità  con specificità  ed esperienze pastorali diverse, rendendoci conto delle sfide che si devono superare. Il fatto di sapere che nel Benelux o in Francia ci sono delle difficoltà  ma anche delle iniziative positive in atto, ci aiuta a dire che nonostante tutto le comunità  italiane all";estero sono in cammino, illuminate dalla fede nel Signore Gesù e arricchite dalla consapevolezza d";essere italiani. Anche l";interscambio con comunità  provenienti da altri Paesi è per noi fonte di ricchezza religiosa, umana e sociale. Sento profondamente che la nuova Europa non è un sogno, e chi ha lavorato in miniera ricorda certamente l";espressione divenuta comune tra compagni di lavoro: «In miniera non si riusciva a distinguere tra un vallone e un fiammingo, tra un turco e un italiano: eravamo tutti uguali, perchè tutti lavoravamo e la polvere nera del carbone ci faceva tutti dello stesso colore».
Ha un futuro la presenza dei missionari nelle nostre comunità  italiane?
Ci sono delle prospettive se la chiesa italiana allarga il cuore e se sarà  accolta l";ultima proposta, fatta da monsignor Lino Belotti (presidente della Cemi e di Migrantes), al Consiglio permanente dell";episcopato italiano. Ogni diocesi italiana dovrebbe assumersi la responsabilità  di sostenere, come segno di fratellanza e di solidarietà , una missione per gli italiani all";estero, proprio perché i suoi diocesani all";estero non sono connazionali d";altro tipo, ma dei fedeli partiti dalla loro terra e con profondi legami con l";Italia. Non possiamo dimenticarli e credo che l";apertura delle diocesi italiane alle missioni cattoliche e alle chiese della Francia o del Belgio, in difficoltà  per mancanza di sacerdoti, sia un concreto segno di solidarietà  e d";aiuto tra chiese sorelle. Inoltre potremo guardare al futuro delle nostre missioni in maniera più serena se nelle nostre comunità  ci apriremo sempre più a una fraterna collaborazione con le comunità  della chiesa di cui siamo parte e se "; benchè il cammino non sia dei più facili "; matureremo la convinzione che «far vivere» queste nostre comunità  non è affare «del prete» ma di ciascun battezzato.

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017