Lingua lunga lingua rossa…

I bambini insegnano. Anche l’inclusione. Lo spiega bene un video dell’associazione francese Noémi, grazie al quale impariamo che pure fare la linguaccia a una persona disabile può essere utile, se fa parte di una scherzosa complicità.
25 Luglio 2015

Spesso quando sono in giro per strada, come per esempio in vacanza al mare, tra la gente, a fare le «vasche» in paese in vista dell’atteso spritz serale, capita che i bambini mi facciano la linguaccia. I genitori reagiscono subito con imbarazzo, voltando loro la testa dall’altra parte… «Non si fa!», esclamano. Eh già, non si fa la linguaccia a un disabile! Ma perché? Se lo sono chiesti qualche tempo fa anche in Francia gli operatori, disabili e non, di Association Noémi, associazione che dal 1998 si rivolge alle famiglie e ai contesti educativi per promuovere una nuova cultura della disabilità nella relazione con persone con più deficit.
 
Tutto è cominciato con un video dalla sceneggiatura molto stimolante, che, grazie ai social, ha fatto presto il giro del mondo. Sono «parole fatte di immagini» quelle di The eyes of a child (letteralmente, Gli occhi di un bambino): è questo, infatti, il titolo del bell’esperimento realizzato dal gruppo di Noémi. Immagini che parlano da sole, a partire da un confronto divertente e immediato tra lo sguardo dei bambini e quello dei loro genitori, entrambi messi faccia a faccia con una persona con disabilità.
 
Il video comincia con alcuni bambini di circa 3 anni, seduti con aria guardinga su cuscini colorati, mentre dal lato opposto di un séparé accanto a loro, ci sono i genitori, rassicuranti e protettivi, seduti su analoghi cuscini. A quel punto ecco palesarsi su uno schermo i volti di alcuni attori che, tra boccacce, linguacce, occhi storti e chi più ne ha più ne metta, si rivolgono ai nostri spettatori. Istintiva e veloce la risposta dei piccoli e dei loro genitori che subito, per imitazione, rispondono alla provocazione replicando le stesse smorfie. Facce e faccine si susseguono finché, a un certo punto, il volto di una ragazza con disabilità spezza il ritmo degli sberleffi. Sorridente, la giovane protagonista incrocia gli occhi, e piano piano completa l’opera mettendosi un dito nel naso. Tutto rallenta. Lo sguardo si sofferma.
Che reazione hanno avuto i bambini? E i genitori? Imperterriti, i primi hanno continuato a seguire le regole del gioco, imitando la ragazza in carrozzina con almeno tre o quattro dita nel naso. Una doppia e ghiotta occasione di libertà, considerando che di solito è loro vietato! I genitori, all’opposto, da rassicuranti si sono fatti sospettosi e con vergogna mista a imbarazzo si sono fermati, guardati intorno, e hanno cercato aiuto dai figli per vedere come stavano... Pensando a come fosse più corretto comportarsi, di fatto sono rimasti fermi.
 
I bambini escono vincitori dal filmato, destando le lodi del web per la loro purezza e spontaneità, non perché sono più buoni o più intelligenti degli adulti. I bambini sono così come sono e non hanno freni inibitori a impedire loro di essere se stessi. Questo significa anche essere politicamente scorretti e restituire agli altri la loro vera immagine, senza sfuggire a un dato di realtà. Nel gioco si diventa complici e la complicità è alla base dell’inclusione. Trattare l’altro come uguale e diverso da sé, senza mezze misure, è dunque ciò che ci insegnano i bambini.
 
E voi avete mai fatto le linguacce ai disabili? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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