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L'orecchio è l'occhio dell'animo

Dedicato alla monaca renana del XII secolo, Ildegarda di Bingen, il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Arte 2026.
| Sabina Fadel Caporedattrice

Patti Smith e Ildegarda di Bingen, strana coppia davvero. Talmente strana che a nessuno verrebbe in mente di metterle insieme. E invece… Invece è successo alla Biennale Arte 2026, a Venezia. E fin qui, nulla di che stupirsi: all’arte, si sa, è concesso tutto. Ma inspiegabile davvero, almeno in apparenza, è che la strana coppia sia stata creata dai curatori (in collaborazione con Soundwalk Collective) Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers del Padiglione Vaticano presente alla Biennale Arte.

Com’è possibile? Urge un breve excursus: Ildegarda di Bingen fu una monaca, profetessa, erborista, predicatrice, donna di cura, filosofa, mistica, musicista (oltre che capace di parlare da pari a pari con re, imperatori, vescovi e pontefici) vissuta nel XII secolo, una donna e una santa (canonizzata nel 2012 da Benedetto XVI, che la dichiarò anche dottore della Chiesa) di una modernità incredibile, basti pensare che molte delle sue ricette erboristiche sono utilizzate ancora oggi esattamente con la stessa formula originale o che la musica sacra da lei composta svetta ascoltatissima anche oggi nelle classiche di Spotify. Patti Smith, d’altro canto, è indiscussa icona contemporanea, nonché figura complessa, esattamente come la santa renana: poetessa, musicista, cantautrice, performer, fotografa e, soprattutto, «pellegrina mistica» come l’ha definita padre Antonio Spadaro su Artribune. Per questo le due stanno benissimo insieme, perché per entrambe la vita ha una profonda dimensione di sacralità e abitare la musica per loro significa dare corpo a una pratica sacra e di guarigione. Inoltre, «entrambe – scrive ancora padre Spadaro – hanno rifiutato la separazione tra materia e spirito, tra corpo e anima, tra arte e preghiera. Entrambe sono mistiche selvagge, non addomesticate, non inquadrabili, pericolose per ogni ortodossia che pretenda di ridurre la fede a dottrina o l’arte a mestiere».

Ecco perché loro due insieme stanno proprio bene e chi vuole potrà incontrarle al Padiglione della Santa Sede in questa edizione della Biennale (sul tema In minor keys, In tono minore: un invito a rallentare, per sintonizzarsi su un registro più silenzioso), un padiglione intitolato non a caso L’orecchio è l’occhio dell’anima, dedicato proprio alla santa renana posta in dialogo con ventiquattro artisti contemporanei (dalla già citata Smith a Brian Eno, da Bhanu Kapil a Jim Jarmusch, da Carminho a Caterina Barbieri, e poi Devonté Hynes, FKA Twigs, Holly Herndon e Mat Dryhurst, Kali Malone, Kazu Makino, Laraaji, Meredith Monk, Moor Mother, Otobong Nkanga, Precious Okoyomon, Raúl Zurita, Suzanne Ciani, Terry Riley oltre che, naturalmente, le monache benedettine dell’Abbazia di St. Hildegard di Eibingen).

Due le sedi espositive coinvolte: la prima (più focalizzata sulla musica, con venti nuove opere sonore di compositori, musicisti, poeti e artisti contemporanei, che fanno eco ai canti, agli scritti e alle immagini visionarie di Ildegarda attraverso voce, strumenti e, talvolta, il silenzio) presso il Giardino Mistico, uno spazio verde celato in un monastero del XVII secolo curato dalla comunità dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio; la seconda (che vede come protagonisti Alexander Kluge, scomparso il 25 marzo 2026 all’età di 94 anni, Ilda David’ e Tatiana Bilbao) nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello, trasformato per l’occasione in uno scriptorium (il luogo in cui, nelle antiche abbazie, si copiavano i manoscritti) contemporaneo.

L’orecchio è l’occhio dell’animo si presenta dunque come l’occasione «per un'immersione nella contemplazione, nell'ascolto» ha sottolineato il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero vaticano per la cultura e l’educazione, nonché commissario del Padiglione della Santa Sede. Che ha ricordato come «il nostro tempo ha bisogno di nuovi maestri, e il profilo polifonico di Ildegarda può esserci d’aiuto come antidoto all’esasperazione delle monodie, ispirandoci nella gestazione di nuove visioni. Il nostro tempo ha bisogno di profeti culturali, capaci di superare i vicoli ciechi del linguaggio dominante ed esprimere ciò che Ildegarda chiamava la “lingua ignota”, ovvero: una forza immaginativa che sprona paradigmi sociali sempre più inclusivi e che motiva pratiche comunitarie e fraterne. […] Dall'interiorità, che è una dimensione importante, speriamo nascano frutti di pace, incontro e futuro (perché) […] Abbiamo bisogno che siano gli artisti a parlare. Dobbiamo ascoltarli come profeti. L'arte ci offre nuove visioni del mondo».

 

Data di aggiornamento: 07 Maggio 2026