L’«ultimo» diventato «primo»

Ricorre in ottobre il centenario (1912-2012) della nascita di Albino Luciani: lo celebriamo con alcuni episodi della vita, dall’infanzia ai 33 giorni di pontificato.
11 Settembre 2012 | di

«Sono Albino Luciani, figlio di Giovanni, nato a Forno di Canale (provincia di Belluno) il 17 ottobre 1912. Mia mamma si chiama Tancon Bortola. Ha 47 anni e mezzo. Va vestita alla buona, perché è contadina. È buona, ma perde la pazienza, quando gliela facciamo perdere. È alta e magra e ha i capelli neri. Usa il fazzoletto. È sana, ma qualche volta si ammala. Non è vedova e si è sposata una volta sola. Lavora nei servizi di casa, come anche in quelli di campagna. Sa scrivere e anche far di conto». Firmato Albino Luciani, Forno di Canale 26 gennaio 1923, IV elementare.

Albino Luciani era stato battezzato in fretta dalla levatrice, perché a rischio di non sopravvivere, come altri suoi fratelli nati dalla prima moglie di suo padre, per 27 anni emigrante all’estero. Un segno della Provvidenza fu la medicina che gli procurò un medico dell’esercito occupante austroungarico. «Albino – gli diceva spesso la mamma – prega per quel dottore che ti salvò la vita». Intelligente, bravo a scuola, ma soprattutto retto e leale, Albino non tollerava che nessuno, nemmeno la maestra, facesse eccezione. Le disse un giorno: «Sei una ladra», perché non aveva restituito, secondo i patti, un libro della biblioteca parrocchiale, di cui era stato fatto responsabile dal parroco, don Filippo Carli. «Quell’episodio – raccontò lo stesso Luciani – mi ha procurato guai da piccolo e qualche umiliazione da vescovo e da Papa».

La fanciullezza per il futuro papa Giovanni Paolo I è il tempo della povertà sofferta fino all’umiliazione dell’elemosina, accompagnato dalla sorella Pia, una delle due figlie sordomute nate dal primo matrimonio di suo papà. Albino aiuta la mamma nei lavori di campagna, ma, come tutti i bambini, ama giocare con i suoi compagni. Nello svolgimento di un compito racconta del fienile e della stalla, dove era legata una mucca, «quella che, al pascolo, mentre giocavo, mangiò un quaderno e un libro di scuola, che mi ero portato per studiare. E il maestro, per castigo, minacciò di impedirmi di entrare in seminario». Tutta la vita di Albino Luciani è segnata da una profonda riconoscenza verso i suoi genitori, considerati suoi educatori anche da defunti: «Voi mi avete insegnato le preghiere e fatto conoscere quel santo nome di Dio che esiste nel Cielo. Voi siete stati il primo libro di religione che noi figli abbiamo letto. Adesso il mio cuore batte per voi ed è consacrato per voi».
Dopo il seminario, l’ordinazione e la pastorale da sacerdote, sarà nominato vescovo di Vittorio Veneto (15 dicembre 1958), consacrato da papa Giovanni XXIII. Partecipa quindi al Concilio Vaticano II, e si fa passare gli appunti in tedesco di Joseph Ratzinger, Karl Rahner e Hans Küng, teologi al seguito dei vescovi tedeschi. Paolo VI il 15 dicembre 1969 lo nomina Patriarca di Venezia.

È questo il periodo in cui egli scrive, con lettere immaginarie ai «grandi» («Illustrissimi»), il suo parere su quanto accade intorno, collaborando con il «Messaggero di sant’Antonio», il mensile cattolico più diffuso in Italia. Raccolte in volume, diventeranno lo strumento più efficace per farsi conoscere anche all’estero da vescovi, arcivescovi e cardinali. Usa un linguaggio semplice. Nella lettera d’esordio, allo scrittore americano Mark Twain, non esita a definirsi uno dei «poveri scriccioli che, sull’ultimo ramo dell’albero ecclesiale, squittiscono soltanto, cercando di dire qualche pensiero su temi vastissimi». Non tutti lo considerano un «conciliare» e lui si difende dicendo che il Vaticano II non autorizza a cambiar religione, ma a riformare i costumi e ad aggiornare i metodi di evangelizzazione. Cerca il dialogo con i preti-operai pur giustificandone la scelta solo in un Paese di atei, ma non in un’Italia a maggioranza cattolica. Non avrebbe dovuto nemmeno diventare vescovo, secondo il giudizio severo degli addetti alle promozioni ecclesiastiche, e invece il cardinale Albino Luciani, Patriarca di Venezia, il 26 agosto 1978 viene eletto papa in Conclave da una maggioranza imprevedibile. Abolisce il plurale maiestatico, il trono, l’imposizione della tiara e la sedia gestatoria. C’è il rischio di cadere nel culto della personalità. Il centro di tutto è Gesù. Dai cardinali si attende collaborazione fattiva: «Aiutate questo povero cristo a portare la croce». «È necessario tornare ai fondamenti della fede cattolica: umiltà, fede, speranza e carità». A quelli che lo ritengono un Papa insignificante risponde: «Non è una novità. Posso essere una ciabatta rotta. Ma è Dio che opera in me».

Farà il Papa per soli 33 giorni, ma basteranno per far dire ad alcuni storici della Chiesa che il suo costante sorriso ha cambiato il volto del Vaticano, ha suscitato simpatia nella maggioranza del popolo cristiano e novità pastorale per l’evangelizzazione. Confida alla folla in piazza San Pietro, raccontando la sua elezione a Papa: «Mi hanno rassicurato, in quel momento, gli esempi di papa Giovanni XXIII e i segni di testimonianza di Paolo VI. È lui che mi ha fatto cardinale e che sulla passerella di piazza San Marco, a Venezia, alcuni mesi prima, mi ha fatto diventare rosso davanti a ventimila persone: si è levato la stola e l’ha messa sulle mie spalle. Io non sono mai diventato così rosso». L’umiltà gli ha suggerito una definizione di sé rimasta celebre: «Io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto». Il suo motto episcopale e pontificio è formato da una sola parola: «Humilitas». A un bambino, che gli chiede cosa serve per andare in paradiso, risponde con un aneddoto: «Si racconta che un irlandese, morto improvvisamente, si presentò davanti a Gesù, alle porte del paradiso, per essere giudicato. Aveva il bilancio della vita piuttosto magro. Si fermò a vedere e a sentire come venivano giudicati quelli giunti prima di lui.

Dopo aver consultato il gran registro, Gesù disse al primo della fila: “Trovo che avevo fame e tu mi hai dato da mangiare. Bravo! Passa in paradiso”. Al secondo disse: “Avevo sete e mi hai dato da bere”. A un terzo disse: “Ero in carcere e mi hai visitato”. E così via! Per ognuno che veniva spedito in paradiso, l’irlandese faceva un esame e trovava di che temere: lui non aveva dato né da mangiare né da bere, non aveva visitato né carcerati né ammalati. Venne il suo turno: tremava guardando Gesù, che stava consultando il registro. Ma ecco che Gesù alza gli occhi e gli dice: “Non c’è scritto molto. Però qualche cosa hai fatto anche tu: ero mesto, sfiduciato, avvilito e sei venuto a trovarmi, mi hai raccontato delle barzellette, mi hai fatto ridere e ridato coraggio. Paradiso! Anche a te”».
  

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017