Nella rete della paura

La nostra vita quotidiana, tra preoccupazioni reali e paure indotte, è costellata di ansie e inquietudini. E c’è chi se ne approfitta, perché una persona impaurita è più facilmente controllabile.
28 Settembre 2009 | di

Paura. Tanta paura. Ma quanta di questa paura è fondata su dati reali, o è indotta artificiosamente? Quanta è davvero giustificata dai fatti? E quanta è causata dai nostri stessi comportamenti, ossia dipende da noi, e quindi potremmo non subirla ma affrontarla e vincerla, semplicemente cambiando atteggiamenti, abitudini, modi di pensare?

Secondo la Swg – società specializzata in ricerche di opinione e di mercato – all’alba del 2009 tra gli italiani la paura di restare disoccupati era di gran lunga al primo posto, con il 46 per cento, contro il 32 del 2007.
Paura immotivata? No. Alla fine dell’anno scorso i disoccupati erano pressappoco un milione e mezzo, pari a circa il 6 per cento della popolazione. Eravamo sotto la media europea (7,1), ma intanto le proiezioni dell’Isae – Istituto di studi e analisi economica, un ente pubblico di ricerca – indicavano la percentuale dei senza lavoro all’8,1 per cento per la fine di quest’anno e all’8,5 per il 2010.

Il timore di perdere il lavoro

Ancora peggio nelle famiglie monoreddito, dove è soltanto un coniuge – perlopiù il maschio – a portare a casa lo stipendio. La perdita del lavoro può essere vissuta come un fallimento personale radicale. Non sei soltanto tu a trovarti in difficoltà, ma le persone che vivono accanto a te e si fidavano di te.
Il disoccupato, a torto o a ragione, può sentirsi giudicato. Può avvertire una caduta di fiducia nei suoi confronti. Con esiti, in rari casi, perfino drammatici.

La disoccupazione è vissuta come una sorta di calamità naturale, dalla quale non ci si può proteggere. In parte è vero, perché la crisi economico-finanziaria scoppiata un anno fa dipende ben poco dal singolo lavoratore. L’Italia appare più «forte» di altri Paesi perché la sua economia si fonda meno sulla finanza e sulle «fabbriche di denaro» e più sulle merci, sulle cose, sull’attitudine a non indebitarsi sconsideratamente. Ma l’Italia è anche più «debole» per la sua sciagurata propensione a dare scarso peso alla cultura, all’istruzione, alla scuola. Come se fossero soldi buttati via, uno sfizio, e non un investimento. In Italia soltanto il 52,3 per cento dei lavoratori è in possesso di un diploma di scuola superiore, ben 20 punti sotto la media europea. Ma la cosa non sembra destare preoccupazione alcuna.
Eppure, ecco che cosa afferma in proposito l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): «Se si aumentano dell’1 per cento gli investimenti nel settore produttivo, si ottiene, sul lungo periodo, un aumento del prodotto pro-capite dell’1,3-1,5 per cento. Se, parallelamente, si innalza di un anno il livello medio di istruzione della popolazione in età 15-64 anni, nel medesimo periodo si ottiene un aumento del 3,8-6,8 per cento». Investire in istruzione, in conoscenze, in cultura per avere meno paura della disoccupazione: se lo dici, in Italia, come minimo ti sorridono dietro…

La paura di subire una violenza

Un’altra paura, che riguarda le donne e i genitori di giovani donne, è la violenza sessuale. Diciamo che le donne non hanno tutti i torti ad avere paura; e che certi uomini dovrebbero fare paura a se stessi. Paura non ingiustificata, dunque, anche se è impossibile «quantificarla». Le cifre ufficiali, infatti, indicano soltanto le violenze sessuali denunciate. E queste, paradossalmente, sono in calo: si è passati dalle 5.082 del 2007 alle 4.637 del 2008. La paura è legata soprattutto a un violentatore straniero. Ma quasi due violentatori su tre sono italiani e quelli stranieri sono una minoranza in assoluto, anche se va detto che gli stranieri sono il 5 per cento dei maschi residenti in Italia e commettono il 39,9 per cento degli stupri. Ma queste, appunto, sono le cifre ufficiali. Basse, troppo basse per essere reali. Secondo Telefono Rosa, le violenze sessuali non denunciate sono più del 90 per cento. Agghiaccianti anche i dati dell’Istat. Le donne italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subìto una qualche forma di violenza sono 6 milioni 743 mila; in quasi sette casi su dieci gli autori sono partner, mariti e fidanzati; e nel complesso soltanto uno stupro su dieci è perpetrato da stranieri.
È dunque giusto averne paura. Ma si potrebbe averne di meno se soltanto cambiassimo alcuni comportamenti. Ad esempio, i processi. Per molte donne risulta insopportabile l’idea di un procedimento lungo – di media – ben 65 mesi, in cui saranno costrette più e più volte a ricordare e raccontare, rischiando di subire la vendetta del violentatore. Molte rinunciano alla denuncia. Ma la quasi certezza di farla franca incoraggia i potenziali violentatori: essere denunciati e condannati è assai improbabile.

C’è dell’altro. In alcune società la violenza sessuale è pressoché assente. Sono quelle in cui regna l’uguaglianza sessuale, le donne lavorano e ricoprono alti incarichi nel mondo economico e politico: società (quasi) ideali. Ma è chiaro che la prima prevenzione è di tipo culturale. Se invece viene incoraggiata – con le parole e con i fatti, anche dai vip e dai leader politici – la cultura del «machismo», il danno è fatto.

I diversi che inquietano

Un’altra paura relativamente recente, nella storia italiana, è quella per l’immigrato. Per l’«alieno» che viene ad abitare tra noi: parla, mangia, si comporta in modo diverso. E questa diversità inquieta. Essendo diverso, emerge dalla massa. È più visibile. Non tanto nel bene, quanto nel male.
La paura non è ingiustificata. In Italia, un reato su tre è commesso da un clandestino. Un dato innegabile. Che però va interpretato.
Non significa, intanto, che un terzo dei clandestini siano delinquenti. Né che, eliminando i clandestini, elimineremmo un terzo dei reati. Non trovando accoglienza, restando ai margini, i clandestini sono le reclute perfette per la malavita, spesso italianissima.

Gli zingari che rubano i bambini

Prendiamo altri «diversi»: i nomadi. Gli «zingari». Mamme e nonne ci hanno sempre messo in guardia: rubano, rubano tutti, e soprattutto «rubano i bambini».
Questa dei bambini è una leggenda che offende l’intelligenza. Un’indagine del Dipartimento di psicologia e antropologia dell’Università di Verona sui tentati rapimenti attribuiti ai rom tra il 1986 e il 2007 conclude che «non esiste alcun caso in cui sia stato commesso un rapimento». E un’analoga inchiesta del 2005 dell’agenzia Reuters, basata sugli archivi della polizia dei minori scomparsi, conclude che «la casistica di bimbi rapiti da nomadi semplicemente non esiste».
A pensarci bene avremmo dovuto aspettarcelo. Era sufficiente avere un po’ di buona memoria. L’accusa infamante di «rapitori di bambini» è stata rivolta, nei secoli, a tutti i «diversi». I romani accusavano i primi cristiani. Poi toccò agli ebrei. Infine ai nomadi.

I pregiudizi sui romeni

E i romeni? Ieri a far paura erano gli albanesi (dove saranno finiti?). Oggi i romeni. In effetti, quando, il primo gennaio 2007, la Romania entra a far parte dell’Unione europea, scatta l’esodo. Oggi vivono in Italia più di un milione di romeni, di cui 157 mila soltanto a Roma. Di questi, alla fine del febbraio scorso, 2.728 erano detenuti nelle nostre carceri, «appena» lo 0,27 del totale.
Romeni tutti delinquenti di cui aver paura? No. Però è vero, i romeni sono in testa a molte classifiche di crimini: omicidi, violenze sessuali, furti d’auto e in appartamento, estorsioni… I romeni allora sono una sorta di «calamità naturale»? No, ma dovremmo domandarci perché il 40 per cento dei ricercati romeni con mandato internazionale si trovi proprio qui da noi. Già, perché? Semplice: abbiamo il sistema giudiziario più comodo per loro; abbiamo le leggi ma non le sappiamo applicare. In un certo senso, siamo noi la causa del nostro male. Noi e la nostra inettitudine.

Panico ingiustificato?

Insomma: paura, tanta paura, troppa paura. Anche perché in gran parte non è giustificata dai fatti. E non è nemmeno ineluttabile, perché dipende dalla nostra incapacità a prendere adeguate contromisure. Sembra quasi che «ci piaccia» essere attanagliati dalla paura.
Simon Briscoe e Hugh Aldersey-Williams, autori del saggio Panicology, la pensano proprio così. Non si giustifica altrimenti il panico recente per la Sars, che tra il 2002 e il 2003 ha provocato in Europa appena cinque casi, senza alcun decesso, ma anche, in Italia, 55,5 milioni di euro in vaccini, a tutto vantaggio di chi li ha prodotti. La stessa cosa potrebbe accadere con la nuova influenza. A molta gente «piace» avere paura. Piace più essere inquietata che rassicurata.
Inoltre – ed è l’ipotesi peggiore – la paura conviene a chi detiene il potere, qualunque tipo di potere, economico, politico, culturale. Un individuo impaurito è più facilmente controllabile e i suoi comportamenti sono più orientabili. Chi ha paura, infatti, tende a smarrire l’abilità critica che gli farebbe distinguere più facilmente le vere dalle false paure.
E l’individuo insicuro, e al contempo smanioso di sicurezza, è un consumatore tendenzialmente più docile, meno resistente alle lusinghe del mercato. A qualcuno, tutta questa paura fa comodo.

Zoom. Giornalismo da paura

È solo un caso che queste righe trovino collocazione in un dossier curato da un giornalista dell’«Avvenire». L’argomento, però, cioè le paure degli italiani, mi è parso il contesto più adatto per intervenire di fronte a una vicenda – quella di Dino Boffo – che non ha mancato di colpirmi (non solo in senso metaforico) e di farmi pensare. Dopo aver riflettuto sul rischio di alimentare una polemica fuori tempo massimo, per il fatto che un mensile ha dei tempi particolari nel proporre le notizie ai suoi lettori, scelgo di esprimere qualche pensiero in merito. Innanzitutto mi spaventa il fatto, per rimanere in tema con il dossier, che certe cose possano accadere e nel modo becero e barbaro con cui sono accadute. Attaccare col fine di screditare e magari disarcionare – come poi è successo – il direttore di un importante quotidiano, prescindendo dal fatto che si trattasse del giornale dei vescovi italiani, è stata un’azione gravemente irresponsabile prima che moralmente riprovevole, e non ha nulla a che fare con il lavoro di chi vuole informare i suoi lettori. L’informazione non si nutre infatti di presunte vicende piccanti, e quando lo fa sta cedendo a interessi che non sono in linea con la professione giornalistica, anzi che la contraddicono vistosamente. È tra l’altro indifendibile la posizione di chi ha indicato in Boffo il grande fustigatore del premier, e conseguentemente colui che è perito di spada dopo aver di spada ferito. Troppo evidente la sproporzione tra causa (alcuni interventi, non particolarmente roboanti, su certi «stili di vita») ed effetto (aggressione frontale con pugnalata alle spalle e massimo di effetto mediatico), previa lettera anonima diffamatoria (di chi?) giunta sul tavolo di molti vescovi. E sono inoltre da smascherare come senza fondamento illazioni su guerre intestine alla Chiesa, derive correntizie e fantomatici regolamenti di conti. Nei momenti decisivi, la Chiesa italiana sa essere unita e parla con una sola voce, anche perché sceglie le parole del Vangelo, centrandosi con coerenza sul messaggio essenziale senza sbavature.
Il nostro giornale non usa entrare nelle faccende politiche, e quando lo fa utilizza più facilmente il tono sapienziale che quello profetico, ma in questo caso a essere in gioco è la rispettabilità di una persona stimata e di provata professionalità, oltre che la causa generale dell’informazione nel nostro Paese. Ci sta a cuore la persona come la causa, e per questo insieme con la Chiesa – nei tempi propri di un mensile – facciamo quadrato intorno a entrambi. Con affetto per l’ex direttore, e in coerenza con una causa decisiva per la democrazia in Italia.

padre Ugo Sartorio

I numeri

6,1 %. È la percentuale dei disoccupati in Italia nel terzo trimestre del 2008. Nel secondo era del 5,6. L’Italia resta comunque sotto la media europea (7,1).

0,63 €. È la spesa media per italiano in farmaci oppiacei, per la terapia del dolore. La media europea è di 3,73. Prima di noi: danesi (7,66), tedeschi (7,29), inglesi (4), spagnoli (2,88) e francesi (2,61).

50 milioni. Sono i morti causati dall’epidemia di Spagnola tra il 1918 e il 1919. Ma ogni anno la «normale» influenza stagionale provoca dai 250 ai 500 mila morti.

1,1 milioni. Sono i furti denunciati in Italia nel 2008, contro 1,6 del 2007. Per il 26 per cento si tratta di furti d’auto.

6 milioni 743 mila. Sono le donne italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subìto una qualche forma di violenza, secondo una ricerca dell’Istat. Le violenze sessuali denunciate sarebbero appena il 4 per cento.

285 milioni. Sono le armi in circolazione negli Usa, 90 ogni cento abitanti. In Italia sono 27
ogni 100.

Il libro. Umberto Folena, Alfabeto delle paure quotidiane, Àncora, 104 pagine, € 10

 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017