Non ha futuro un mondo che non rispetta i morti

Il cimitero di Hammangi (Tripoli) versa da decenni in stato di abbandono. Ma si può parlare di una "comunità di vivi e di morti" e lasciare che i resti mortali di esseri umani giacciano privi di rispetto?
29 Novembre 2004 | di

«Preghiere per i morti - tutta qui la mia fede? - So solo che ogni sera, così rispondo, aguzzo la mia povera vista nel buio per scoprire chi più m'aspetta, chi mi fa cenno di là  d'un'asciutta e tersa primavera del '40, '41 all'austera ombra dei platani e se e come io lì potrò col mio corpo risorgere, ombra protettiva e tremante fra le care tre ombre così intente a conversare che né l'erbaccia che il giardino ingombra né la luce ormai presta a declinare fa per loro le dalie meno chiare».
I versi sono di Giovanni Raboni (Tutte le poesie, (1951-1993), Garzanti 1997), il poeta che ci ha esortato a non dimenticare che siamo un'umanità  di vivi e di morti, che la nostra identità  si rafforza in questa comunione con chi ci ha preceduto. Un'identità  che gli ebrei sottolineano con il termine Toledoth, le generazioni: le generazioni ci identificano. Un personaggio di uno dei miei libri (Vecchi leoni, Rizzoli editrice, 2003) dice: La mia vita e quella altrui non è che l'arcata visibile di uno sterminato ponte gettato tra chissà  quali sponde su chissà  quale fiume. Ogni arcata poggia su due pilastri: la nascita e la morte. La mia arcata è preceduta da innumerevoli altre e infinite altre forse ne seguiranno. [...] I due pilastri possono essere il fondamento etico che giustifica il rispetto non solo della mia arcata ma dell'intero ponte.
Il popolo che non ha rispetto e memoria dei morti propri e altrui è senza futuro perché senza identità . Penso ad Hammangi, il cimitero italiano di Tripoli, la bella città  dove sono nato. Ad Hammangi riposano almeno 8 mila 600 defunti, quasi tutti nostri connazionali.

La preziosa opera dell'Airl

Penserete, dunque, a un luogo sacro, rispettato, protetto e ben conservato come avviene per altri cimiteri della città , ad esempio quello inglese. Non è così, o almeno così non è stato finché, grazie soprattutto all'opera infaticabile di Giovanna Ortu e dell'Airl , Associazione italiana rimpatriati dalla Libia, il miserevole stato di abbandono del cimitero non è stato portato all'attenzione delle autorità . Sembra però che una delle caratteristiche delle autorità  sia quella di promettere e non mantenere, visto che il problema è stato seriamente affrontato soltanto di recente con l'insediamento di una commissione mista italo-libica che sta lavorando bene e forse riuscirà  a ridare ai nostri morti la dignità  che loro spetta.
Così un lettore descrive lo stato del nostro cimitero, nel 1983, in una lettera a Italiani d'Africa, il periodico dell'Airl: Abbandonato, invaso da cani, con loculi semiaperti, lastre di marmo penzolanti, viali pieni di rifiuti. Il lettore ricorda di avere detto al console generale d'Italia di allora: Sono un cristiano e non ho paura di morire in quanto, secondo la nostra fede, andrei nel mondo della luce, della verità , della vera vita, ma da quando ho visto la stato di questo cimitero ho paura di morire. Pensi, quando morirò troverò le anime di questi poveri morti che mi aspetteranno e domanderanno: tu sei stato a Tripoli, hai visto lo stato di abbandono dei nostri resti umani e cosa hai fatto? Niente!.

Il progetto è on line

Questo avveniva vent'anni fa e solo l'ostinazione di alcuni dei nostri rimpatriati è riuscita, con enorme fatica, a fare breccia nei palazzi della politica e a smuovere, speriamo definitivamente, le acque.
Immagino che tra i nostri lettori ci siano rimpatriati dalla Libia oppure loro parenti. Sappiano - ma mi auguro che la cosa interessi a tutti gli italiani - che collegandosi con il sito dell'Airl (www.airl.it) potranno avere l'elenco dei connazionali sepolti ad Hammangi, ricevere ogni notizia utile sul progetto di recupero del luogo sacro e sapere come contribuire fattivamente alla sua realizzazione.
Scorrendo il lunghissimo elenco dei defunti, alcuni senza nome, ho provato un'emozione intensa. Ho pensato al film L'arpa birmana e alla pietà  che lo animava, la pietà  che è al di sopra delle guerre e delle divisioni di parte, la pietà  che è dovuta verso chiunque abbia camminato su questa terra prima di noi, e all'esempio che potremmo dare ai nostri figli dimostrando loro con i fatti cosa si intenda per «comunità  di vivi e di morti».

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017