Nuovi «emigrati», linfa per le associazioni

Ogni anno migliaia di laureati italiani sbarcano in Australia in cerca di lavoro. Un esercito che in futuro potrebbe portare una ventata di freschezza ai club «storici» sorti oltre mezzo secolo fa in Oceania.
21 Novembre 2012 | di

Le associazioni italiane in Australia sono una realtà in continuo movimento, per questo non è facile fare previsioni sul loro futuro. Si sente spesso dire, con rassegnazione: «Tra dieci anni sarà la fine di un’epoca», ma il ritornello ormai è vecchio e, pessimismo a parte, nessuno sa di preciso cosa succederà. Una cosa, però, è certa: complice l’evoluzione di tecnologia e comunicazioni, Italia e Australia saranno sempre più vicine. Si può ipotizzare, dunque, che a breve sorgeranno nuove forme di associazionismo, più evolute rispetto a quelle tuttora esistenti nel Continente oceanico. In attesa di questo cambio di rotta, i club «storici» proseguono le loro attività tra serate conviviali, cene di gala, celebrazioni d’anniversario e commemorazioni patriottiche. Sorte negli anni Cinquanta e Sessanta dal bisogno degli emigrati italiani di creare uno spazio tutto loro in una terra all’epoca poco ospitale, oltre mezzo secolo dopo queste associazioni vantano ancora calendari ricchi di eventi e – fatto ancora più incoraggiante – una schiera di nuovi iscritti.

Sono i bambini di ieri, quelli che frequentavano il circolo al seguito dei genitori e che ora, giunti al giro di boa dei cinquant'anni, tornano in quegli stessi club per riscoprire la semplicità e i valori della famiglia italiana d’un tempo.
Iscriversi a un’associazione, però, non è l’unico modo per far rivivere lo spirito del Belpaese in Australia. In aiuto a chi sente il bisogno di tenere vive le proprie tradizioni vanno anche le feste religiose, come quelle dedicate ai santi patroni delle comunità paesane d’Italia.

Sono giornate di aggregazione e solidarietà che capitano una volta all’anno e che, tra processioni, sfilate di bimbi vestiti da angioletti ed esibizioni delle varie bande di turno, trasformano un quartiere qualsiasi di Melbourne in un pittoresco scorcio quale si potrebbe trovare a Vizzini (Catania), Capistrano (Vibo Valentia), Falcone (Messina), Conflenti (Catanzaro) o Rofrano (Salerno). È un’Italia fuori dall’Italia che rivive nell’emisfero sud del mondo.
 
Espatriare per crescere
Gli italiani tra i 25 e i 35 anni che scelgono l’Australia in cerca di una vita migliore sono tantissimi. Circa 5 mila giovani all’anno entrano in questo Paese con un visto turistico o di lavoro valido un anno. «Quaggiù non si parla più di fuga di cervelli, ma di esodo o di diaspora» spiega Andrea Buonaguidi, che ha fondato «Melbournepuntoit», un network di aggregazione per i nuovi arrivati. «Sulla mia pagina Facebook noi italiani emigrati a Mel­bourne siamo 750. Abbiamo professionalità e titoli di studio diversi. Ad accomunarci è la scelta di lasciare l’Italia alla ricerca di una vita migliore». Buonaguidi insegna in un liceo e, nel tempo libero, crea siti web per gli italiani «fuggiti» dal Belpaese: ne ha già realizzati cinquantatre, tutti siglati «puntoit». «Circa 3.800 ragazzi (da tutto il mondo, ndr) consultano le mie pagine, ma è la comunità australiana la più unita, forse per la distanza che la separa dal Paese d’origine. Quaggiù stiamo creando una nuova Italia, più forte e ottimista nel futuro».

Messe da parte nostalgia e paura di fallire, i «nuovi arrivati» a Melbourne hanno attivato un’assistenza reciproca tra coetanei. «Negli ultimi quattro anni – continua Buonaguidi – sempre più ragazzi e ragazze sono riusciti a ottenere visti permanenti, potendo così iniziare una carriera o avviare un’attività. È una cosa che deve renderci tutti orgogliosi, perché il successo di uno è il successo dell’intera comunità». Questa coesione tra giovani neo-emigrati si è resa evidente l’estate scorsa, durante i Campionati europei di calcio in Polonia e Ucraina. Tramite il social network Facebook, i connazionali di Andrea Buonaguidi si sono dati appuntamento in un grande locale di Melbourne per assistere in diretta – e quindi alle prime ore dell’alba –, alle partite di calcio degli azzurri. «È stata un’occasione importante per rafforzare lo spirito di comunità – commenta il fondatore di “Melbournepuntoit” – e per conoscere di persona i nuovi arrivati, che trovano in questa nostra comunità supporto e vicinanza». Secondo Andrea Buonaguidi il momento più emozionante di ogni incontro è stato quando i calciatori in campo hanno intonato l’inno nazionale.
Anche a Melbourne «veniva spontaneo a tutti cantarlo a voce alta e credo che chiunque nel locale ne fosse toccato, poiché baristi, gestori e clienti venivano nella sala ad ascoltarci». L’amor di patria dei giovani italiani emigrati in Australia non conosce confini geografici e non si fa scoraggiare dalle distanze o dalla crisi economica. «Arriverà il momento anche di una diaspora al contrario – conclude Buonaguidi –, e allora saremo noi, i ragazzi scappati all’estero, che torneremo in Italia per aggiustare le cose».
 
Nella terra dei sogni
Erika Caprile, di Rapallo (Genova), laureata in psicologia, è una delle venticinque giovani assistenti linguistiche giunte quest’anno nel Continente oceanico con un contratto di lavoro annuale: «Al momento l’Australia è la terra dei sogni per tanti giovani italiani – riflette la ragazza –. Ho avuto la fortuna di ottenere questo lavoro tramite l’Università di Genova e grazie al Comitato assistenza italiani (Co.as.it.) di Melbourne. Ma già penso a come fare per rimanere in Australia in futuro».
Da quando è arrivata a Melbourne, Erika ha già stretto molte amicizie con altri neo-emigrati italiani. Non è riuscita, tuttavia, a prendere contatti coi coetanei italo-australiani. Per la giovane ligure, è ora che si crei un ponte tra i «nuovi arrivati» – che sono ancora italiani al cento per cento – e chi invece, pur condividendone le origini, vive ormai da anni nel nuovo continente e fatica a ricordare lingua e tradizioni del Belpaese.

In attesa che l’associazionismo italiano in Australia si evolva, inglobando entrambe le categorie, Giampiero Pallotta, imprenditore residente a Sydney, fa un bilancio sull’emigrazione bianco-rossa-verde nella Terra dei canguri: «L’attuale flusso migratorio non può essere paragonato a quello dei secoli scorsi o del dopoguerra di sessant’anni fa. Allora gli italiani che partivano erano per lo più contadini e operai, oppure lavoratori non specializzati che fuggivano dalla fame e cercavano fortuna».
Molti di loro hanno raggiunto l’obiettivo fondando numerose associazioni, grandi club e importanti enti, ma anche organizzando migliaia di feste e manifestazioni per autofinanziarsi. In questo modo, sono riusciti a mantenere vivo lo spirito italiano in terra straniera. «Ma il tempo è trascorso inesorabile e quello che era attuale cinquant’anni fa ora non lo è più. C’è la consapevolezza che occorre un drastico cambiamento – conclude Pallotta –: è ora di passare la mano alle nuove generazioni. Spetta ai giovani rivitalizzare l’associazionismo italiano e portarvi una ventata di novità».

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017