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Il mito del «posto fisso» è destinato a finire per cedere il passo a situazioni più elastiche: flessibilità, insomma, considerata ormai il toccasana per i problemi del lavoro. È proprio così?Ne parliamo con Andrea Toma del Censis.
04 Settembre 2000 | di

Secondo il vocabolario, flessibilità  indica il concetto di «adattabilità , adeguabilità ». Un significato che calza a pennello per ciò che riguarda il mondo del lavoro dove, con il trascorrere degli anni, il mito del «posto fisso» è destinato a passare di moda, per cedere il passo a situazioni più elastiche che portano in primo piano il singolo. Situazioni che solitamente definiamo con i termini di «lavoro fai da te», «lavoro part-time», «lavoro autonomo»: o, per meglio dire, flessibilità .
Flessibilità  vuol dire soprattutto capacità  di relazionarsi con il mercato in maniera diversa rispetto al passato, di sfruttare le proprie qualità , di tenersi costantemente aggiornati, di non rimanere indietro. Ma spesso accentua quelle componenti negative che sono inevitabili nel confronto proprio tra il singolo lavoratore e una controparte che impone le regole.
Attualmente la flessibilità  viene considerata un mezzo per contrastare e limitare quelle rigidità  organizzative che impediscono incrementi occupazionali, ma non ancora un modo per rendere più agevole e fluido l' ingresso e il transito nel mercato del lavoro delle risorse umane. Il risultato è che in Italia la flessibilità  viene ritenuta un sistema alternativo e non complementare a quello del lavoro standard, quindi è sinonimo di precarietà .
A guidarci nell' universo della flessibilità  è Andrea Toma, responsabile del Censis per il settore che riguarda il mercato del lavoro.
Msa. Dottor Toma, vogliamo spiegare in sintesi cosa si intende per flessibilità ?
Toma. Il concetto di flessibilità  nasce alla fine degli anni Settanta, nel momento in cui entra in crisi il vecchio modello fordista (da Henry Ford, il grande produttore di automobili americano) della grande fabbrica, della struttura organizzata con procedure e mansioni ben definite che aveva garantito un periodo di crescita molto lungo a partire dal dopoguerra. Questo tipo di economia era basato su un modello standard: una fabbrica che acquisiva forza lavoro, la organizzava e la retribuiva. Ma questo modello che garantiva un welfare state molto diffuso è entrato in crisi, soprattutto per la crescita del costo delle materie prime. Da qui il bisogno di ridurre i costi e le dimensioni dell' organizzazione, per essere più attenti e incisivi sul mercato. Le imprese hanno capito che devono diventare più snelle, quindi più flessibili. In termini di lavoro, la flessibilità  è quell' effetto che sposta la frontiera dell' efficacia interna generale dell' impresa rispetto al mercato.
È vero che il concetto di flessibilità  si coniuga spesso con il cosiddetto «lavoro fai da te»?
Indubbiamente anche questo è
uno dei fenomeni che nascono dal periodo di crisi della fine degli anni Settanta. Se la grande impresa porta all' esterno tutta una serie di attività , queste singole attività , man mano che si frammentano e diventano sempre più specifiche, vanno a cadere sulla prestazione dei servizi del singolo individuo, che nel frattempo si è professionalizzato. Da questo processo nasce tutta l' area della consulenza che si sviluppa nell' ambito del terziario avanzato.
È quindi naturale che il lavoro autonomo sviluppi alcune attività  che stanno prendendo corpo: In Italia il lavoro autonomo tende a diminuire nel valore assoluto, ma cambia nella configurazione interna. Spieghiamo meglio: diminuisce in alcuni campi come l' agricoltura, ma contemporaneamente crescono nuove configurazioni del lavoro. Dalla fine degli anni Ottanta in poi entrano in gioco dei fattori che rendono molto più labili i confini tra lavoro subordinato e lavoro autonomo. La relazione tra il singolo lavoratore autonomo, il consulente e l' impresa che cerca servizi sul mercato, non è uguale per tutti. Per alcuni diventa un rapporto fra pari, perché, nel frattempo, il lavoratore autonomo si è creato un curriculum e ha acquisito una forza contrattuale non indifferente; per altri lo scambio tra singolo lavoratore, più debole, e azienda dà  luogo a una sorta di flessibilità  obbligata. Bisogna quindi distinguere tra flessibilità  positiva, che mette da parte i rapporti troppo rigidi tra dipendente e azienda ed esalta la capacità  del singolo di intuire da che parte va il mercato, e quello che possiamo definire il lato oscuro della stessa.
Vale a dire?
La flessibilità  ha anche un aspetto negativo, nel senso che dipende molto dal rapporto di forza tra le parti. Diventa uno scambio di mercato, come può avvenire tra un' impresa fornitrice e una che acquista. Ovviamente, però, ci sono situazioni diverse a seconda dell' azienda: perché se un' azienda ha un unico acquirente, si trova esposta a tutta una serie di condizionamenti che provengono dalla grande impresa e quindi il suo rapporto di forza è più debole.
Se la vediamo dalla parte del singolo individuo, questa cosa diventa ancora più difficile da gestire. Perché i rapporti di forza tra un' azienda e il singolo, che oltre a prestare servizio a un unico offerente, contemporaneamente dovrebbe aggiornarsi e dedicare parte del suo tempo alla vita stessa, sono comunque impari.
Il singolo, quindi, ha certamente un problema di accantonamento - la pensione - di relazione tra breve e lungo periodo da gestire, di formazione e di crescita professionale, di gestione del proprio tempo di lavoro. Ha, in sintesi, un problema generale di mercato che deve promuovere e gestire i servizi che gli sono richiesti.
Intraprendere la strada del lavoro autonomo, che all' estero sembra un concetto già  assimilato, diventa allora un problema di cultura e di coraggio nel nostro paese, dove il lavoro fisso rimane l' obiettivo principale.
Non è del tutto vero, perché qualcosa sta cambiando negli ultimi anni. C' è, infatti, più consapevolezza del fatto che occorre maggiore dinamicità . Dipende anche dalla situazione delle singole aree territoriali. In un paese come l' Italia il fatto di mettere al primo posto, tra le questioni da risolvere con urgenza, la disoccupazione, è indice di una sensibilità  molto sviluppata nei confronti del problema.
In alcune aree, come il Nord-est e il Nord-ovest, il problema è quasi inesistente. Il che potrebbe far pensare che anche in tema di flessibilità  il Nord è preponderante sul Sud. E invece penso di poter dire che proprio il Sud d' Italia è una delle zone più fles
sibili del mondo. Perché la flessibilità  è insita in qualsiasi tipo di attività  economica, per cui ogni persona che ha delle risorse e vuole raggiungere determinati obiettivi cerca di farlo nel modo più economico e veloce possibile. Cioè, cerca di essere flessibile di per sé. Al Sud, se ci pensiamo, questo accade di frequente. Inoltre, se vogliamo fare una scala della flessibilità , dobbiamo includere anche l' economia sommersa, che nel Sud riguarda larghe sacche della popolazione. Definiamola pure l'extrema ratio della flessibilità , vista anche in chiave negativa se collegata all' economia criminale, ma pur sempre flessibilità .
Se quindi il Sud ha in sé le risorse per diventare una zona di alta flessibilità  e se la flessibilità  rappresenta il futuro, allora significa che il Meridione è sinonimo di futuro?
Per certi aspetti sì, anche se in questo caso bisogna usare un' analisi non unitaria, perché non esiste un unico Sud. Ci sono, infatti, aree che tirano di più e altre che sono arretrate. Uno dei distretti più attivi e innovativi è quello materano-barese, ma anche intorno a Napoli esistono strutture che stanno prendendo piede nel campo del tessile e delle concerie. Dagli anni Cinquanta in poi si è sempre pensato che il Sud fosse sinonimo di inerzia, invece c' era tutta una serie di attività  che poteva essere aiutata a crescere e lo si è fatto in maniera sbagliata, puntando solo sulla grande impresa e ignorando quelle realtà  al confine tra l' artigianato e la piccola impresa che ora stanno uscendo fuori. Una resurrezione che coincide, guarda caso, con l' abbandono dell' intervento pubblico dall' alto, valorizzando quello che c' è. I segnali sullo sviluppo locale, negli ultimi tre anni, sono quindi positivi.
È importante sottolineare, inoltre, il fatto che abbiamo qualificato sempre le risorse umane del Meridione sul piano della disoccupazione e mai dal punto di vista del capitale umano e del livello di professionalità  disponibile. Eppure, c è una base di istruzione della forza lavoro giovanile assai elevata, se la compariamo ad altre aree. Nel Nord-est, considerato la nostra punta di diamante, ad esempio, c' è un tasso di abbandono scolastico molto forte rispetto alla media nazionale.

DOVE NASCE LA FLESSIBILITà€

Credito. La flessibilità  interessa in modo particolare il settore del terziario, cioè quello dei servizi, anche in quegli ambiti caratterizzati per tradizione da un maggior consolidamento dell' organizzazione, come quello del credito. Il credito sta cambiando pelle completamente, un po' per la moltiplicazione dei tipi di prodotti finanziari che si stanno sviluppando, ma anche per effetto di quelle strategie che mirano alla riduzione dei costi e alla razionalizzazione interna. Qui la flessibilità , in prospettiva, si svilupperà  soprattutto nella sua componente più professionalizzata, perché la vendita di prodotti finanziari ai singoli clienti implica un rapporto di consulenza e di fiducia che non può esaurirsi con l' attività  allo sportello. In questo caso, il call-center e tutte le altre soluzioni mediate dalla tecnologia si rivelano preziose.

 Informatica. La flessibilità  si sposa anche con la rapida espansione dell' informatica, che via via diventa materia di un' attività  di consulenza sempre più specifica, perché è un fattore di garanzia all' interno di un' impresa per l' assistenza agli strumenti e ai macchinari, ai quali viene affidata buona parte dell' attività . Per cui, se in un' azienda non funziona la rete che collega i suoi computer o semplicemente il sistema di posta elettronica, ormai essenziali per il buon funzionamento dell' azienda stessa, questo ruolo di consulenza (interno o esterno all' azienda) diventa cruciale.

Settore pubblico. La flessibilità  entra in gioco anche nel settore pubblico, con la soluzione di modalità  contrattuali diverse, come il part-time e il telelavoro. Saranno sempre più numerosi gli impiegati che potranno lavorare da casa, utilizzando il computer collegato alla sede centrale. Attualmente sono 1 milione e 700 mila i collaboratori coordinati e continuativi: vengono definiti «lavoratori autonomi di seconda generazione», perché si collocano a un terzo livello, intermedio, fra il rapporto di subordinazione e lo status di lavoratori autonomi.


   
   
FLESSIBILITà€: SàŒ, MA...       

«M

ettere i lavoratori e chi non ha ancora un' occupazione nelle condizioni di avere una maggiore flessibilità        di regole». Parola del presidente del Consiglio Giuliano Amato , il quale ha auspicato più volte un cambiamento delle regole nel mondo del lavoro. E la scossa principale alla disoccupazione dilagante nel paese può venire proprio da un' applicazione corretta e appropriata del concetto di flessibilità , specie per quello che riguarda i più giovani. «La flessibilità  - ha puntualizzato il premier - è legata al cambiamento. Con una formazione maggiore, i giovani potranno usufruire di una forza contrattuale superiore e saranno loro stessi a chiedere rapporti di lavoro più flessibili».
Una teoria condivisa anche dal governatore della Banca d' Italia, Antonio Fazio , secondo il quale c' è bisogno, però, di una flessibilità  adeguata, in grado di superare la precarietà  attuale. «L' economia cambia - è il pensiero di Fazio - e con essa il lavoro, sintomo che siamo all' alba di una trasformazione epocale in cui       sarà  premiata la flessibilità ».
Anche il sindacato non rimane insensibile al richiamo del lavoro flessibile. «La frattura evidente che permane tuttora tra le due Italie - ha specificato il leader della Cisl,  Sergio D' Antoni  - può essere ricomposta solo grazie alla flessibilità  fiscale, salariale e del mercato del lavoro. Vanno individuate forme di lavoro flessibile da adattare a seconda delle circostanze».
Dello stesso tenore i proclami lanciati dal numero uno della Uil, Pietro Larizza , che comunque invoca chiarezza: «Se il governo lancerà  proposte di nuove flessibilità  per entrare nel mondo del lavoro, siamo pronti a discuterne. Se, invece, saranno flessibilità  per uscire dal lavoro, ci opporremo».
Tutti d' accordo, quindi, tranne i giovani. Sì, avete letto bene. Secondo un sondaggio condotto dal Cnel, infatti, oltre la metà  dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni, e cioè la fetta più interessata, si dichiara contraria al lavoro flessibile. In tempi in cui i «miti» sembrano perdere sempre più di significato, quello del «posto fisso» non ha alcuna intenzione di ammainare bandiera bianca...

 


   
   
I  N PROPRIO È PIà™ BELLO      

C    inquantadue anni, di Roma, amministratore delegato di uno studio di consulenza direzionale in materia di automazione, Paolo Soriani            rappresenta un esempio classico di flessibilità . La società  che gestisce insieme ad altri due       soci, aiuta le aziende a realizzare il loro progetto informatico. Ma prima di rivestire il ruolo attuale, Soriani si è «fatto le ossa» lavorando come dipendente. Un' esperienza che ha poi messo a frutto in maniera brillante. «Perché - come sottolinea lui stesso - per svolgere un lavoro di consulenza, bisogna prima aver fatto un necessario tirocinio come dipendente di un' azienda, in modo tale da cogliere problematiche ed       esigenze del cliente».
     «Dopo la laurea, agli inizi degli anni Settanta - spiega - ho avuto la fortuna di trovare lavoro presso un' azienda metalmeccanica a Milano, una delle poche in quel momento in Italia a progettare software            di sistemi operativi. Era quello il periodo degli albori dell' informatica, senza pc, ma con calcolatori elettronici di grandi dimensioni. Cercavo di andare anche oltre il mio normale orario di lavoro, in modo da acquisire più in fretta quelle nozioni utili per svolgere un lavoro che dava l' idea di offrire ottime prospettive. Poi ho avuto l' opportunità  di entrare in una società  di Roma che faceva capo a un grande gruppo bancario. Un' esperienza utile, perché sono passato da  problemi di carattere esclusivamente tecnologico a un' attività  in cui era necessario avere stretti rapporti con l' utenza. Il vero salto di qualità  l' ho fatto tre anni più tardi, accettando l' offerta di un ex dirigente       della Banca d' Italia, che si era messo in proprio con una società  di consulenza informatica, in linea con il mercato americano».
    Msa. Una scelta di campo rischiosa, visto che rinunciava a un lavoro sicuro e ben retribuito.
Soriani.
            Meno rischiosa di quanto possa sembrare. Direi piuttosto calcolata, anche se erano in tanti a sconsigliarmi quello che sembrava un vero e proprio salto nel buio. Ma ero consapevole di aver raggiunto una professionalità  che mi permetteva di lanciarmi nel mercato del lavoro. Un mercato che, nel caso le cose fossero andate male, era sempre in cerca di figure professionali con le mie caratteristiche.
Cosa comporta il suo attuale lavoro?
                C' è innanzitutto un' analisi dei requisiti dell' azienda che richiede la nostra consulenza, quindi si individua la strategia da adottare. Infine, si realizza il progetto informatico, in linea con le esigenze del cliente. È bene dire che piccole società  come la nostra vivono essenzialmente su una sorta di «passaparola». Significa che la garanzia di serietà  e i risultati ottenuti sono il nostro miglior biglietto da visita che le aziende che hanno lavorato già  con noi esibiscono ad altre ditte. In pratica, non ci facciamo pubblicità  per il semplice motivo che il consulente ha un rapporto basato quasi interamente sulla fiducia con il dirigente d' azienda che ci chiede di verificare l' efficacia della struttura. Dietro alla nostra attività  c' è soprattutto uno studio della qualità , perché è questa che porta al risultato, non la quantità .

 

   
   
I  O, LAVORATORE FLESSIBILE E FORTUNATO      

Q          uello dell' informatica (oltre che delle telecomunicazioni) è il settore produttivo dove più che in altri si applica la flessibilità : e questo proprio perché si tratta di un ambito in cui il tipo di lavoro svolto - orari, condizioni, situazioni - è in costante, anzi a volte frenetica, evoluzione. Abbiamo raccolto l' esperienza di Enrico Monaldi, 36 anni, di Roma, perito informatico.
      Msa. Spesso il concetto di «flessibilità » si associa alla necessità  per un professionista di cambiare luogo o  condizioni di lavoro o perfino il lavoro stesso. Qual è la sua esperienza in proposito?
Monaldi.
              Nel corso della mia esperienza lavorativa di quasi quindici anni, ho potuto sperimentare diversi aspetti della flessibilità . Specialmente negli ultimi tre anni, grazie all' attività  di consulenza informatica fornita dalle società  dove sono stato impiegato, ho conosciuto ambiti del tutto diversi tra loro pur non cambiando       professione: località  di lavoro differenti, contatti con nuove persone, mansioni diversificate. Eppure, anche questa varietà  stanca, portandoti a fare in sostanza il solito lavoro: per questo cerco un impiego in una nuova società  che possa offrirmi un miglioramento personale, professionale ed economico.
Le è «costato», in termini psicologici e/o economici, accettare un' esperienza di flessibilità ?
       Il cambiamento non mi ha comportato finora la rinuncia a nessuna delle mie abitudini private o a un       trattamento economico particolare, ad eccezione forse del caso in cui la località  del nuovo impiego implicava una maggiore distanza da coprire per raggiungerla. Forse l' inserimento in un nuovo ambiente di lavoro può avermi comportato qualche sindrome da «nuovo arrivato», ma l' ho superata con successo anche grazie all' ambiente lavorativo con cui mi sono rapportato.
    Conosce, nel suo ambiente di lavoro, esperienze professionali in cui la flessibilità  è stata applicata con effetti negativi sulle persone?
            Personalmente sono stato oggetto di una flessibilità  imposta dalla mia società . Questo è successo in occasione della mia messa in mobilità  e del successivo licenziamento, che mi ha lasciato improvvisamente spiazzato dopo sette anni continuativi di lavoro, con il bisogno di mettermi urgentemente di nuovo sul mercato. Per fortuna, forse grazie proprio alla specificità  della mia professione, sono riuscito a superare velocemente questo periodo negativo, ma non posso certo garantire che per altri sia andato allo stesso modo.
Conosce anche casi in cui invece gli effetti sono stati positivi?
             La possibilità  di acquisire nuove esperienze è sempre un fatto positivo, soprattutto quando se ne può far uso dopo molto tempo. Esiste chi con un' applicazione sfrenata del concetto di «flessibilità » è riuscito in breve tempo a migliorare la propria carriera passando da attività  prettamente tecniche a quelle, molto meglio retribuite, commerciali o addirittura manageriali. Ma attualmente cambi frequenti di società  sono possibili solo a chi è in possesso di grosse conoscenze nelle ultime tecniche informatiche (Specialisti di rete, web designer, webmaster) o chi si è specializzato nelle vendite.
   In base alla sua esperienza, ritiene che la flessibilità  sia un' opportunità  in più o una specie di «trappola», di sacrificio poco ricompensato?
       È prassi comune delle società  richiedere competenze nuove a persone totalmente inesperte senza proporre       nemmeno un adeguato rendiconto economico. Rendere il personale sempre più «flessibile» alle esigenze aziendali e di mercato deve comportare un grosso sforzo sia da parte delle persone ma soprattutto delle società  per rinnovarsi e riorganizzarsi.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017