Popoli dimenticati. Il fascino dei dogon

Situatisi ai piedi della falesia di Bandiagara, hanno conservato la loro cultura e le loro tradizioni. Tra di loro ha fatto breccia il cristianesimo. Un pozzo realizzato con il contributo dei lettori del «Messaggero» ha ridato vita al villaggio di Yelé.
05 Luglio 1999 | di

Gli studiosi lo sanno da tempo, per i profani è una bella novità . I dogon , antico popolo stabilitosi fra l'XI e il XIII secolo in Mali, ai piedi della falesia di Bandiagara (un bastione roccioso lungo circa duecento chilometri e alto dai tre ai seicento metri), ogni sessant'anni celebrano la «festa di Zigui». Ed è la loro più grande festa. Nulla di strano, se non fosse che a essere festeggiato è «Potolo», il satellite della stella Sirio («Sigui tolo»), ritenuto la sede delle anime; satellite non visibile a occhio nudo e fotografato dagli astronomi solo nel 1947. Ma i dogon la festa la fanno da tempo immemorabile. Come abbiano fatto a scoprire «Potolo» è un mistero. Che va ad accrescere il fascino di un popolo, creatore di una delle civiltà  più singolari del Mali e dell'Africa, oggetto della ricerca degli studiosi e della curiosità  di numerosi turisti.
Di questo popolo, che ha conservato inalterati usi e tradizioni antichissime, ci parla con entusiasmo Enzo Dalla Pellegrina, presidente dell'associazione Nord-Sud di Bassano del Grappa, che finanzia microrealizzazioni in zone particolarmente disagiate del «pianeta miseria». Appassionato di fotografia, Dalla Pellegrina ha girato il mondo per seguire e documentare i lavori realizzati dal suo gruppo, ma anche per registrare la vita, i costumi, le tradizioni, i segreti di popoli minacciati dalla miseria, ma anche da un turismo pasticcione e malaccorto. Egli ha potuto così accumulare una dovizia di prezioso materiale, in parte utilizzato per realizzare splendidi libri fotografici, in parte per mostre e in parte in attesa di essere sfruttato.
Tra i dogon, Dalla Pellegrina c'è stato anche di recente per predisporre la costruzione di due scuole, una a Yelé e un'altra a Dindan, con la collaborazione degli alunni delle scuole elementari di Romano d'Ezzelino, Marostica, Rosà  e delle medie di Cassola. «I due villaggi - ci dice - distano una trentina di chilometri l'uno dall'altro, ciò consente l'accesso alla scuola degli alunni che vivono nel raggio di una quindicina di chilometri, percorsi ovviamente a piedi». L'analfabetismo è ancora molto alto. «Il loro contatto con il mondo occidentale europeo è abbastanza recente - dice Dalla Pellegrina - . Il primo ad avvicinarli, per quel che se ne sa, è stato uno scienziato francese, Marcel Griaule, nel 1936, in occasione di un suo viaggio da Dakar a Gibuti. Griaule visse tra i dogon sedici anni, occupato soprattutto a studiarli. Ma insegnò loro anche a costruire piccole dighe per raccogliere l'acqua, preziosissima per gente dedita all'agricoltura. Tant'è vero che gli abitanti del villaggio di Yelé sono molto riconoscenti ai lettori del 'Messaggero di sant'Antonio', il cui contributo ha reso possibile la costruzione di un pozzo, che ha ridato vita alla zona. Griaule, poi, conquistata la stima e la fiducia dei dogon, ricevette le confidenze di Ogotemmeti, un autorevole anziano cieco per un incidente di caccia. In un colloquio frazionato in trentatré sere, Ogotemmeti gli narrò la storia della sua gente, svelandogli un mondo straordinario, che poi Griaule trascrisse in un celebre libro del 1948, Dio d'acqua. Da allora si cominciò a guardare l'Africa e gli africani sotto una nuova luce».

 Per sfuggire all'islamizzazione. I dogon, prima di stabilirsi nel Mali, abitavano nel Sudan, da dove se ne sono andati per non soccombere all'islamizzazione attuata in gran parte del paese. Ancor oggi la religione predominante nel Mali è l'islam. Il cristianesimo è piccola minoranza, più consistente proprio tra i dogon. Difesi da quello straordinario ammasso di blocchi di arenaria che è la falesia, i dogon hanno conservato incontaminati la propria identità  culturale, i propri costumi, espressione dell'antica civiltà  del ferro formatasi nei luoghi di origine a partire dal primo secolo, e fondata sulla casta dominante dei fabbri. Vicende varie hanno in seguito smembrato il popolo negli odierni quattro gruppi principali: gli Arou, i Dyon, gli Omno e i Domno.

Miti e vita quotidiana. I rapporti tra la complessa concezione mitico-religiosa dei dogon e la loro cultura materiale sono evidenti e influenzano sia le istituzioni sociali (la famiglia estesa, concepita come clan, la cui organizzazione condiziona la struttura del villaggio) sia la produzione artistica. La religione dominante tra i dogon è l'«animismo». Credono in un dio unico, Am ma, creatore di tutte le cose, ma a fianco di lui, considerato troppo lontano, venerano come intermediari gli antenati (un ruolo all'incirca analogo a quello dei nostri santi), ai quali offrono sacrifici di animali. Da alcuni anni ha fatto breccia anche il cristianesimo.
Racconta Dalla Pellegrina: «Capo spirituale del villaggio, eletto a vita, è l'hogon, sacerdote del culto e depositario della tradizione antica. Ma un ruolo dominante ce l'ha il fabbro, che lo pone in rapporto diretto con il più importante degli otto Nommo (i mitici antenati). Costui assunto in cielo con gli altri sette fratelli, tornò sulla terra per portarvi i fondamentali elementi culturali (essenziale la lavorazione del ferro) e, uomo tra gli uomini, fu il primo a morire di morte naturale, reincarnandosi poi nel serpente Lebé».
Ma ecco altri rapporti tra mito e vita quotidiana. I Nommo hanno generato tanti discendenti quanti le dita di una mano, dando inizio alle otto stirpi dogon: i numeri da uno a otto e il dieci sono diventati numeri simbolici e a essi viene ricondotta l'organizzazione di gran parte dello spazio fisico e di alcuni importanti oggetti d'uso. La facciata delle grandi case della famiglia-clan presenta dieci file verticali di otto nicchie (in ricordo dei Nommo e della loro discendenza), separate da dieci lesene (le dita delle mani).
«Riferimenti ai miti d'origine - dice ancora Dalla Pellegrima - si ritrovano anche nella togu na (la casa dell'assemblea, dove gli anziani prendono le più importanti decisioni), nella partizione degli orti, nei granai comuni, e in ogni altra parte del villaggio. Sculture e maschere, poi, sono portatrici di un simbolismo abbastanza complesso. Le statuette di legno, ad esempio, con le braccia alzate, esprimono la preghiera per far cadere la pioggia nei periodi di siccità . Altre figurine rappresentano la coppia mitica degli antichi fondatori del paese. Le ricche maschere vengono indossate in genere all'inizio e alla fine della stagione del raccolto: con queste indosso e appollaiati su alti trampoli, i dogon intrecciano complicate danze, una delle quali simboleggia il moto dell'universo. Ad esse assistono sempre più numerosi i turisti, attratti dal fascino antico di questi riti, accompagnati da sacrifici di animali, con i quali si onorano gli avi, sugli altari di famiglia».

L'avvento del cristianesimo. Il cristianesimo è approdato di recente e in un modo insolito. I missionari che operavano nelle vicine regioni, ottenendo straordinari successi, soprattutto tra le tribù dei marka nel Burkina Faso, non avevano preso in considerazione la conversione dei dogon: pensavano che avendo essi resistito all'islamizzazione, probabilmente non avrebbero accolto neppure il cristianesimo. Ma un giorno (si era nel 1945) Kombé Samboro di Segué, andato in un villaggio marka per comprare un cavallo, si imbatté in un gruppo di persone che, riunite sotto una costruzione di paglia, pregavanoe cantavano. Incuriosito, li avvicinò e così seppe che, guidati dai missionari di Nouma (Burkina Faso), stavano imparando il vangelo di Cristo e che ora i capi del distretto e dei villaggi non rubavano più come prima. E vivevano in pace.
La faccenda sorprese non poco Kombé che stava subendo, con gli altri del villaggio, le angherie del capo del distretto di Aru, Amadu Garango. Chi aveva una bella moglie, una bella spada, un fucile ben fatto, un cavallo scalpitante doveva aspettarsi, prima o poi, che Amadu passasse a prenderseli. Se il cristianesimo - pensò Kombé - riesce a moderare le voglie dei capi, vuole dire che è una religione molto potente. E così andò a Nouma da monsignor Lessourd a pregarlo di inviare missionari anche tra i dogon di Segué. Intanto si fermò per alcuni giorni a Nouma a imparare i rudimenti della nuova religione. Tornato al suo villaggio, si improvvisò missionario rivelando con entusiasmo quello che aveva scoperto. Fu convincente, tanto che nel marzo del 1945 una trentina di cavalieri, rappresentanti di venti villaggi, si recavano a Nouma a chiedere l'invio di missionari.
Il vescovo, a corto di personale religioso, li invitò a pazientare. Intanto Kombé proseguiva nel divulgare le buona notizia del cristianesimo, impegnandosi anche nel sociale, convinto che al cammino di fede si dovesse accompagnare quello della giustizia e della liberazione dalla tirannia dei capi. I quali non gradirono affatto e per togliersi dai piedi lo scomodo predicatore, lo accusarono presso le autorità  civili e militari di essere un sovversivo. Gli tesero anche delle trappole per coglierlo in fallo. Così Kombé finì in carcere da dove uscì nel giugno del 1947.
L'anno successivo giungeva a Segué un missionario e, qualche tempo dopo, lo stesso monsignor Lessourd che, accompagnato da Kombé, visitò diversi villaggi. La missione di fatto iniziò nel giugno 1949 con l'arrivo di due padri bianchi. La missione fu messa sotto la protezione della Madonna di Lourdes. I successi furono clamorosi. «I dogon - racconta Dalla Pellegrina - non fecero fatica ad accogliere il cristianesimo perché questo da subito si dimostrò rispettoso della loro cultura, delle loro tradizioni, cercando di valorizzarne gli aspetti positivi».
Ora i cristiani tra i dogon sono circa 17 mila (67 mila in tutto il Mali), hanno sette preti, uno di loro, Jorges Fonettoro, è amministratore diocesano, quasi vescovo. «Una lezione ho imparato dai dogon - ci dice Dalla Pellegrina - : la loro serenità , il senso dell'essenzialità ; usano le cose, non le consumano. La vita è molto faticosa, devono fare anche 7-10 chilometri per andare a prendere l'acqua. Sono bravi lavoratori, ma una minaccia viene dal turismo in grande ascesa: una mancia scucita ai turisti vale un mese di lavoro!».


   
   
LE PAROLE DEI DOGON      

Am ma : Dio unico, creatore di tutte le cose.
Awa:
società  segreta delle maschere.
Falesìa di Bandiagara:
è un dirupo che si estende per duecento chilometri circa per un'altezza variabile fra i duecento e i trecento metri.
G u i n n a: 
gruppo di case di una stessa Grande Famiglia.
Hogon:
 il capo spirituale eletto a vita da una comunità .
Kanaga:
la maschera più importante fra quelle inserite nelle danze.
Lebé:
il serpente, simbolo dell'antenato.
Nommo:
sono gli otto figli del Dio Amma, nati dall'unione con Tenga, la madre terra.
Potolo:
il satellite di Sirio, la stella nana che è la sede di tutte le anime. I dogon dicono che il loro spirito aleggia nella notte sotto forma di vento.
Sigui tolo:
la stella Sirio.
Sigui:
la festa più importante fra i dogon che si celebra ogni sessanta anni.
Togu na:
la «casa della parola», dove si tengono le assemblee del consiglio. Gli anziani vi prendono qui le grandi decisioni e deliberano stando seduti perché la parola detta in equilibrio è maggiormente meditata. Togu vuol dire riparo e na vuol dire grande e anche madre. Il suo significato è quindi «grande madre».
I dogon affermano che il popolo vivrà  fintanto che la togu na manterrà  il suo ruolo.
Yurugu:
la volpe pallida. Gli indovini disegnano, al tramonto del sole, un tracciato rituale sulla sabbia. La mattina seguente interpretano il futuro dalle orme lasciate dall'animale.

   
   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

 

   

   

Capitale: Bamako
Superficie: 1.240.000 Kmq
Popolazione (milioni): 9,8 (1992) 12,6 nel 2000
Popolazione rurale: 75%
Densità : 8,7 ab/Kmq
Mortalità  infantile: 159 per 1000 (1993)
Mortalità  sotto i 5 anni: 217 per 1000 (1993)
Bambini sottopeso sotto i 5       anni: 22% (1990)
Speranza di vita alla       nascita: 46 anni (1992)
Analfabetismo: 69%
Musulmani: 65%
Animisti: 30%
Cattolici: 67 mila
Protestanti: 20 mila

 

   
   
IL VILLAGGIO DOGON      

I dogon costruiscono le loro case a ridosso delle rocce per non invadere i terreni coltivabili, così necessari alla loro vita. L'agricoltura, infatti, è sempre stata la principale fonte di sostentamento, assieme alla caccia, almeno quando la foresta arrivava fino       al piedi della falesia. Il villaggio comprende i terreni e i granai comuni, la togu na , la fucina del fabbro, gli altari dei culti pubblici, i pozzi e i punti d'acqua e, ai limiti del villaggio, le case delle donne nel periodo del ciclo mestruale. L'anno è diviso in quattro stagioni: inizio della stagione secca, piena stagione secca (mese di maggio), inizio della stagione delle piogge e stagione delle piogge. Nel periodo delle piogge tutti lavorano i campi: gli uomini si dedicano ai lavori pesanti, donne e fanciulli sorvegliano gli animali. Piove in luglio e agosto e la vegetazione, che durante la siccità  era sparita, si ridesta cambiando il paesaggio.
A metà  giugno si semina il miglio. Gli uomini preparano il terreno, le donne e i bambini seminano. Il raccolto si ha a metà  ottobre. Fiorente la produzione di cipolle che vengono vendute al mercato di Mopti. I dogon allevano animali domestici: gli asini per i trasporti; volatili, pecore, capre e bovini per l'alimentazione e per i riti sacrificali in onore degli avi. Ma fanno poco uso di carne.
La caccia, per mancanza di selvaggina, è più che altro un ricordo. A ciò si aggiunga la raccolta di frutti selvatici o coltivati e del miele, la fabbricazione del grasso. Le donne curano la casa e provvedono alla tintura delle stoffe, alla cardatura e alla filatura del cotone. La tessitura spetta invece ai maschi. Un posto di assoluto rilievo nella gerarchia ce l'ha il fabbro: lavora il fuoco e continua l'opera creatrice del Dio Am ma.

   
   

   

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017