In principio fu l’arte

Sin dall’inizio dell’esperienza cristiana, l’immagine sacra ha costituito un’occasione di catechesi e di preghiera. Oggi la questione è più problematica, la crisi dell’uomo moderno ha complicato un po’ tutto...
03 Maggio 2000 | di

Quella dell`€™arte è una strada pastorale per celebrare e comunicare la fede imboccata dalla Chiesa fin dalle catacombe, dai luoghi di sepoltura e da quelli in cui si celebrava la frazione del pane. Il mistero cristiano del Dio che si rivela nella storia di Gesù di Nazaret, riconosciuto vero Dio e vero uomo, lì è espresso e comunicato, con uno stile che oggi diremmo naà¯f, tanto in composizioni allegoriche quanto nel descrivere degli episodi.
Non c`€™è stata mai religione nella storia che abbia fatto a meno dell`€™arte, anche quelle `€“ come l`€™ebraismo `€“ che si rifiutavano di raffigurare in forme umane il divino temendo di profanare Dio. Il linguaggio artistico è ritenuto da sempre quello più in grado di esprimere la divinità , la realtà  più alta dell`€™esistente.
Con la libertà  di culto, concessa da Costantino nel 313, l`€™arte cristiana vive il suo primo periodo d`€™oro nelle basiliche paleocristiane. L`€™arte basilicale, che trova la sua massima espressione nella lucentezza dei mosaici, proclama dalle absidi e dagli archi trionfali la regalità  di Cristo e di Maria. Architettura, dipinti, arredo liturgico e funerario specchiano il clima di trionfo e vittoria della nuova era che segna la fine dell`€™antichità  greco-romana, nello stesso momento in cui ne assorbe stili e immagini immettendovi contenuti religiosi e cristiani.

 Bruciare le immagini. Nella seconda metà  del primo millennio, la cristianità  orientale visse la crisi iconoclasta o lotta contro le immagini. La società , nella quale convivevano cristiani, ebrei e musulmani, venne turbata da conflitti dovuti alla prassi dei cristiani `€“ legittimati dal dogma dell`€™Incarnazione di Cristo, tanto logos (parola) udibile quanto eikon (immagine) visibile del Dio invisibile `€“, di raffigurare con immagini il divino.
La proibizione di fare e venerare le immagini sacre avrebbe dovuto spegnere la rivalità  tra i gruppi religiosi. Di fatto i cristiani non si erano mai unanimemente convinti di poter fare a meno delle immagini sacre. E in quel travagliato periodo, Beda il Venerabile definiva l`€™arte cristiana «Sacramentum coloris!» (il colore come sacramento, segno).
In Occidente, dopo i trionfi dell`€™età  carolingia, la fine del primo millennio porta ancora il segno straordinario dell`€™arte romanica: il tono è ancora imperiale e feudale, ma, per l`€™afflato immessovi dal monachesimo, già  intriso di intima e drammatica religiosità .

Il secondo millennio si apre in un clima culturale rinnovato dalla scoperta della filosofia aristotelica, più attenta alla realtà  terrena e all`€™individuo. Nasce l`€™Europa dei «comuni» e il potere popolare riesce a imporre anche un linguaggio artistico in stil novo, nel quale cielo e terra, trascendenza e immanenza, vengono espressi in una suggestività  mai vista prima. È il tempo in cui il gusto e l`€™uso sapiente della luce producono il miracolo d`€™arte che è il vetro istoriato.
Gli storici parlano del «Rinascimento del XII secolo». Sorgono le cattedrali gotiche: opere che nessuno, per quanto ricco e potente, avrebbe potuto realizzare da solo, esse sono il frutto di diversi apporti che vedono coinvolti genio e denaro di varie generazioni. È il tempo della nascita della lauda sacra in vernacolo, di cui le cattedrali, con la loro selva di guglie, sono il risvolto spaziale. L`€™espressione artistica del senso del «sacro» è al culmine, perché architetti e pittori esprimono la fede che li unisce ad autorità  e popolo e di cui si riconoscono servitori.
Lo spirito gotico non è stato mai pienamente assimilato dagli artisti italiani. Con l`€™eccezione di Milano e di qualche altro caso minore, si tratta sempre di elementi gotici in realizzazioni di impronta romanica. Questo vale sia per opere di architettura sia di pittura. L`€™incontro nel grande cantiere di Assisi tra maestranze romane e toscane darà  luogo alla mitica epopea del Rinascimento che si svilupperà  esclusivamente sull`€™asse Firenze-Roma, esaurendosi poi nel Barocco.

Il Verbo che si fa carne e materia è il perno teologico che motiva l`€™arte del Rinascimento, che è la glorificazione del corpo umano e del paesaggio campestre e urbano che gli fa da scenario. È il trionfo dell`€™umanità  e della natura vissute dal Verbo e quindi promosse alla massima dignità .
Inquinamenti provenienti dalla mitologia classica, denunciati da Martin Lutero e dal Concilio di Trento, non devono far dimenticare l`€™opera di Donatello, dell`€™Angelico, del Sassetta, di Benozzo Gozzoli, di Niccolò da Foligno.
L`€™arte rinascimentale sa pregare e contemplare Dio, sa soprattutto annunciare, senza tradimenti manichei, l`€™Incarnazione del Verbo.
L`€™idealismo romantico ha, fin dai primi dell`€™Ottocento, promosso la riabilitazione del Medioevo romanico e gotico `€“ che era stato svalutato come barbaro e oscuro dai cultori del classicismo e dagli illuministi `€“ ma esso non è stato in grado di far coniare un nuovo linguaggio all`€™altezza dei tempi, per l`€™arte religiosa. L`€™Ottocento «copia» lo stile classico, romanico e gotico lasciando mediocri testimonianze di maniera, prive di vigore interiore.
Con l`€™era Wright, che permette grandi possibilità  tecniche tramite il cemento armato, siamo, anche per l`€™architettura cattolica, a una svolta epocale.
Ma sono tempi in cui gli uomini di Chiesa non sono in grado di aiutare gli architetti a esprimere i misteri della fede come nei periodi più felici dell`€™arte ecclesiale. Nel 1964, Paolo VI denunciava apertamente il divorzio tra la Chiesa e gli artisti e spingeva questi a riallacciare un rapporto fecondo con i teologi e i liturgisti.

Parlando di arte cristiana con Jean Guitton che lo intervistava, rovesciando la celebre espressione del prologo del Vangelo di Giovanni, Paolo VI diceva: «La materia si deve fare Verbo». La perdita della dimensione sociale del linguaggio artistico ha provocato l`€™esasperato soggettivismo della cultura contemporanea `€“ non è bello quel che è bello ma è bello quello che piace a me, che soddisfa i miei gusti personali `€“, ha reso il linguaggio sacro incomprensibile e incapace di creare consenso e comunione di sentimenti. La frantumazione soggettivistica della Verità , avvenuta con la complicità  della cultura della secolarizzazione, viene rispecchiata nella frantumazione o morte della bellezza dal volto religioso.
«La materia deve diventare verbo di Dio!».
Le chiese moderne non riescono a farsi immagine spaziale sacra che evoca Dio, Bellezza infinita. Troppe volte le linee e i colori che ammantano il tempio, sono pietre e colori che non riescono a celebrare, pregare e annunciare «Dio Bellezza antica ma sempre nuova» (sant`€™Agostino). L`€™auspicio di Paolo VI è che si ricostruisca un ponte tra la Chiesa e gli artisti del nostro tempo: l`€™opera di riconciliazione è possibile. Con essa, come nel passato, può avvenire il miracolo di una nuova epoca d`€™oro dell`€™arte cristiana. «L`€™arte non è mai la stessa; è continuamente un episodio nuovo dell`€™avventura umana. Chissà , forse un giorno non ci piacerà  più guardare i quadri di Picasso o di Matisse o di Klein... Impossibile dirlo! D`€™altronde, qualsiasi spiegazione se ne sia potuta dare, l`€™arte è pur sempre un mistero; e forse non è un male che continui ad esserlo» (F. Ricci).

 


   
   

 

   

«Dentro queste forme (le cattedrali gotiche), non c`€™è solo il genio di un artista, ma l`€™anima di un popolo. Nei giochi delle luci e delle ombre, nelle forme ora massicce, ora slanciate, intervengono certo considerazioni di tecnica strutturale, ma anche tensioni proprie dell`€™esperienza di Dio, mistero       'tremendo e fascinoso'»
(Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 1999).
«Ogni forma autentica d`€™arte è, a suo modo, una via di accesso alla realtà  più profonda dell`€™uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all`€™orizzonte della fede, in cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta. Ecco perché la pienezza evangelica della verità  non poteva non suscitare fin dall`€™inizio l`€™interesse degli artisti» (Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti,  1999).

 

    
   

   

   

   

«Questo mondo nel  quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità , mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell`€™ammirazione»
(Paolo VI in un   messaggio del Concilio all`€™umanità  1984).
«La bellezza è cifra del  mistero e richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo la bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell`€™arcana nostalgia di Dio che un innamorato del bello come sant`€™Agostino ha saputo interpretare con accenti ineguagliabili: 'Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato'»      
(Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 1999).
«L`€™artista vive una  peculiare relazione con la bellezza. In senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore con il dono del talento artistico».
(Giovanni Paolo II, Lettera agli       artisti, 1999).
Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017