Quale bellezza salverà il mondo?

Un dossier su un tema non facile: il significato e l’importanza dell’arte nella vita e nell’esperienza religiosa, sullo sfondo di un rapporto intenso e solare che la fretta, le distrazioni e altri interessi del nostro tempo hanno dolorosamente interrotto.
02 Maggio 2000 | di

Tra la fine del VI secolo e i primi anni del VII, il papa di Roma Gregorio, rispondendo a Sereno, vescovo di Marsiglia, che gli aveva posto il quesito se avesse dovuto distruggere o no le immagini sacre in ossequio agli ordini dell`€™imperatore (si era nel periodo dell`€™iconoclastia), non solo gli raccomandava di non bruciarle, lo invitava anzi a far sì che le immagini stesse, e in genere le opere d`€™arte presenti all`€™interno delle chiese, diventassero un insegnamento visivo, una specie di catechismo «illustrato» per le persone prive di cultura, non in grado di leggere: queste avrebbero potuto essere istruite nelle verità  della fede attraverso il linguaggio semplice e suggestivo delle immagini, che quelle verità  intendevano raffigurare.
Il Papa sintetizzò questi concetti in un`€™espressione plastica ed eloquente, destinata a diventare di uso corrente nella storia dell`€™iconografia, Biblia pauperum: le immagini dipinte nelle chiese sono la «Bibbia dei poveri», il libro di chi non sa leggere e attinge le conoscenze dall`€™universale, facilmente intuibile, linguaggio delle figure. Una catechesi per immagini, insomma, che si usa fare anche oggi utilizzando gli audiovisivi: un`€™opportunità  in più a beneficio anche di chi sa leggere, perché le immagini hanno certamente suggestioni (l`€™immagine va direttamente al cuore), capacità  di sintesi e di intuizioni che un testo scritto raramente possiede.
L`€™intuizione di Gregorio sta alla base dei grandi cantieri apertisi nel corso dei secoli, a partire dal periodo romanico, nei quali gli artisti si sono avvicendati per narrare sulle pareti delle basiliche, con la suggestività  delle forme e dei colori, o per scolpire nel marmo, i misteri della fede e la storia della nostra salvezza, con Gesù Cristo, ovviamente, in primo piano. Pensiamo alla bellezza dei portali di tante chiese fiorite in quell`€™epoca o ai cicli di affreschi creati nel periodo immediatamente successivo, quello medievale, il «cantiere dello stupore» ad Assisi, per esempio: così è stata definita la basilica superiore, nella cui parte superiore sono raffigurati episodi della storia della salvezza e in quella inferiore racconti della vita Francesco.
Un rapporto, quello tra arte, liturgia e vita, a quei tempi facilmente correlato, quasi logico, in una società  che aveva nella religione il suo costante punto di riferimento. La liturgia, con la sua ricca scenografia simbolica, era la «televisione» di allora. Il legame si è andato via via dissolvendo con l`€™avanzare di una cultura che parla e utilizza linguaggi diversi. A un turista medio, o a tanti scolari in gita scolastica che non siano stati opportunamente preparati, che cosa possono dire tante statue, affreschi, simboli presenti all`€™interno di una qualsiasi chiesa? Poco o nulla, crediamo, almeno di quello che l`€™artista con la sua opera voleva dire.
Non è un tema facile quello affrontato nel dossier di questo numero di maggio. Per il linguaggio forse, che inevitabilmente ricorre a termini e concetti che solo agli addetti ai lavori sono immediatamente comprensibili (il nostro sforzo di renderlo il più semplice possibile potrebbe non avere sortito l`€™effetto desiderato), ma anche perché siamo ancora nel bel mezzo di una crisi di significati simbolici. Ma il tema è affascinante, e non abbiamo voluto esimerci: troppe le sollecitazioni su di esso in quest`€™anno giubilare, non ultime quelle provenienti dal Giubileo degli artisti, preparato da una lettera del Papa a loro indirizzata, assai ricca di riflessioni, di stimoli e di proposte.
Per secoli il rapporto tra arte e religione ha costituito la base dell`€™arte stessa, il fondamento di una committenza che nell`€™esperienza di fede ha il suo motore. Dire arte `€“ al di là  delle polemiche se siano arte o solo provocazioni certe espressioni degli artisti di oggi `€“ significa riandare al bisogno della bellezza, connaturato all`€™uomo. Ne abbiamo una nostalgia interiore, tanto più intensa quanto più frequentemente è negata dall`€™incalzare di ritmi, dalla volgarizzazione dei rapporti, dall`€™impellenza di esigenze urbanistiche.
Ha avuto molto successo la lettera del cardinale Martini relativa alla domanda «Quale bellezza salverà  il mondo?». Quella lettera ha avuto il merito di riuscire a far emergere domande fondamentali che sono sopite nel cuore dell`€™uomo. È antica la domanda di bellezza, percorre la storia della cultura cristiana: dalla constatazione di sant`€™Agostino nelle sue Confessioni («Tardi ti amai bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai»), all`€™esperienza di preghiera di Francesco d`€™Assisi (nelle Laudi di Dio Altissimo per tre volte ritorna l`€™espressione Tu sei bellezza), a Dostojevski che solo nell`€™esperienza della bellezza intravede, quasi atto di fede, la possibilità  di salvezza all`€™interno della tragicità  della condizione umana.
Percorso non facile, lo riconosciamo. Ma perché non vivere l`€™esperienza del lasciarci affascinare?

di Luciano Bertazzo

   
   

   

   

 

   
Lettera agli artisti  , Giovanni Paolo II, edizioni Dehoniane, Bologna, 1999, pagine 24, lire 2.000.
È l`€™appello del Papa agli uomini d`€™arte sull`€™importanza di questa attività  al servizio della fede e dell`€™evangelizzazione.
                 
Le voci di Dio: la musica    . È il fascicolo n. 114 della rivista «Credere oggi», Edizioni Messaggero Padova, pagine 128, lire 10.000.
Una serie di saggi sul rapporto tra  musica ed esperienza religiosa. Il fascicolo può essere richiesto a: «Credere oggi», via Orto Botanico, 11, 35123 Padova.
                          
Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017