Quali svolte per il Duemila. La pena di morte Non uccidere

Contro la pena capitale si stanno mobilitando associazioni e movimenti per ottenere almeno la sospensione delle esecuzioni nell’anno del Giubileo: un’occasione per riflettere sull’opportunità di un gesto che pare più un assassinio che un atto di giustizia
01 Maggio 1999 | di

«La pena di morte non è né necessaria né utile per l'esempio di barbarie che offre agli uomini». «Io chiederò l'abolizione della pena di morte finché non mi sarà  stata dimostrata l'infallibilità  del giudizio umano». «La pena capitale è il più premeditato degli assassinii». «La vendetta è al di sotto della società , e la punizione è al di sopra, perché spetta soltanto a Dio». Cesare Beccaria, il marchese di Lafayette, Albert Camus e Victor Hugo non erano attivisti di Amnesty International, né esponenti di spicco delle altre associazioni che si battono per l'abolizione della pena capitale nel mondo. Ma, seppure in epoche diverse, ne avevano denunciato con forza e passione il dramma nella sua complessità . Avevano già  demolito, in sostanza, l'alibi dietro al quale si trincerano quanti oggi ne reclamano a gran voce l'applicazione, soprattutto nei confronti di chi si rende responsabile dei crimini più efferati, e cioè che la pena di morte è un deterrente al dilagare della criminalità .
Un'equazione che, alle soglie del terzo millennio, si è rivelata totalmente sbagliata, dal momento che nessuno studio è mai riuscito a dimostrare la fondatezza del rapporto tra pena di morte e criminalità . Anzi, le cifre dimostrano esattamente il contrario: un'analisi delle percentuali di omicidi in paesi dove la pena capitale è abolita e dove sussiste, ha rivelato che sono proprio questi ultimi ad avere in genere una percentuale maggiore. L'esame, in base alle cifre fornite da Amnesty International, metteva a confronto i cinque paesi che l'hanno abolita e i corrispettivi che l'hanno mantenuta con il maggior numero di omicidi. Ebbene, mentre nei primi il tasso più alto di omicidi era 11,6 per 100 mila persone, nei secondi raggiungeva il 41,6 per 100 mila individui.
È ampiamente documentato, invece, il fatto che l'abolizione della pena capitale non comporta alcun aumento della criminalità . In Canada, ad esempio, il tasso di omicidi per 100 mila persone è sceso da un massimo di 3,09 nel 1975, anno che ha preceduto l'abolizione, a 2,41 nel 1980 e da allora è rimasto relativamente stabile. anto è vero che nel 1993, cioè 17 anni dopo l'abolizione della pena di morte, il tasso di assassinii era di 2,19 per 100 mila persone, vale a dire il 27 per cento in meno rispetto al 1975. Discorso valido anche per quanto riguarda la California: nel periodo in cui venivano eseguite condanne a morte con una frequenza di una ogni due mesi - dal 1952 al 1967 - il numero di omicidi aumentava del 10 per cento ogni anno. Ma tra il 1967 e il 1981, con la sospensione della pena capitale, la crescita si aggirava sul 4,8 per cento. E nello stato di New York, tra il 1907 e il 1963, quando il numero delle esecuzioni era superiore a quelle dell'intero paese, si registravano in media due omicidi in più nei mesi immediatamente successivi a una condanna a morte. «Non è necessario che le pene siano crudeli per essere deterrenti. È sufficiente che siano certe», scrive Norberto Bobbio.

Dove c è la pena di morte. Se passiamo a una panoramica generale, ci accorgiamo come, specialmente negli ultimi cinquant'anni, l'«appello» lanciato da Beccaria, Lafayette, Camus e Hugo non sia rimasto del tutto inascoltato. a neppure recepito totalmente. Secondo i dati più recenti elaborati da Amnesty International e dalla Comunità  di Sant Egidio, 67 paesi hanno completamente abolito la pena capitale; 14 la mantengono solo per i reati eccezionali e commessi in tempo di guerra. Ventitré stati vanno considerati abolizionisti de facto , mantengono cioè la pena di morte ma non eseguono condanne da oltre dieci anni. Sono ancora 94, invece, i paesi che la applicano, tra cui India, Cina, Giappone e la maggior parte degli Stati Uniti. Dal 1976 una media di due stati all'anno ha abolito la pena capitale nella legge o, avendo preso il provvedimento per i reati comuni, ne ha sancito l'abrogazione per tutti gli altri. D'altro canto va registrata la ripresa di esecuzioni negli Stati Uniti e, più recentemente, nelle Filippine, che hanno eseguito la prima condanna nello scorso febbraio. In Italia la pena di morte era stata abolita nel 1889 con il codice Zanardelli - preceduto dal Granducato di Toscana nel 1786 - poi reintrodotta durante il fascismo e definitivamente annullata da due atti ufficiali, nel 1947 e nel 1994.

Il caso degli Stati Uniti d'America rimane, ovviamente, il più emblematico. Nel 1976 la Corte Suprema approvava le modifiche legislative adottate da Florida, Texas e Georgia, reintroducendo di fatto la pena di morte; nonostante la sentenza di quattro anni prima, che la definiva una chiara violazione della Costituzione, altri trentasei stati tornavano sui propri passi. Da allora, fino al termine del 1997, ventinove stati hanno eseguito condanne capitali, per un totale di 432 persone. Di essi, circa un terzo - 144 - sono stati giustiziati in Texas che, da solo, ha eseguito più condanne degli altri quattro stati che lo seguono in graduatoria: la Virginia con 46, la Florida con 39, il Missouri con 29, e la Louisiana con 24. Questo significa che tre quarti delle esecuzioni si verificano nella cosiddetta «cintura della morte» - che comprende pure la Georgia - laddove, cioè, schiavitù e discriminazione razziale hanno lasciato un solco profondo. Così, mentre la metà  delle vittime di omicidio sono neri, l'82,62 per cento dei condannati a morte ha assassinato un bianco; ma se la vittima è un individuo di colore o di un'altra etnia, la pena capitale viene applicata in meno del 50 per cento dei casi e il colpevole viene condannato all'ergastolo. In un'inchiesta pubblicata nel 1985 il «Dallas Times Herald» ha rivelato come «la condanna a morte del presunto assassino di un bianco è dieci volte più probabile rispetto all'omicidio di un nero». In Louisiana il 90 per cento delle persone uccise è di colore, ma il 75 per cento dei detenuti nel braccio della morte è costituito da presunti assassini di bianchi.
Della pena di morte, quindi, si fa spesso un uso razziale e comunque discriminante nei confronti delle categorie più disagiate. Ecco perché, sono parole di suor Helen Prejan, «la pena di morte colpisce coloro che hanno ucciso un bianco, sono poveri e non hanno modo di pagare un buon collegio di difesa... non ci sono ricchi nel braccio della morte...». Ed è ancora più preoccupante il fatto che «mentre il governo federale tagliava sui programmi sociali, lo stato della Louisiana costruiva nuove prigioni». O che nel braccio della morte, dove si muore molte volte prima di arrivare all ultimo atto, le condizioni dei detenuti siano allucinanti: la maggior parte di loro trascorre 23 ore al giorno confinata nelle proprie celle. Sentite cosa dice Pierre Sané, segretario generale di Amnesty International, che nell'ottobre del 1997 ha visitato il braccio della morte riservato agli uomini in Texas, Ellis One Unit: «Non ho mai incontrato prima un essere umano in salute, che conoscesse la data esatta, l'ora e il modo con cui sarebbe stato ucciso a sangue freddo. Abbiamo visto come una politica mirante a disumanizzare i prigionieri sia attuata freddamente, professionalmente e senza pietà ».

Gli altri paesi. Se si eccettua l'Europa, con rarissime eccezioni, che rappresenta il maggior polo di diffusione delle idee abolizioniste, gli Stati Uniti sono in buona compagnia. Nei paesi a maggioranza musulmana, ad esempio, la pena capitale viene regolarmente applicata. Tra l'incudine e il martello si trovano i paesi dell'ex Unione Sovietica, che però recentemente hanno compiuto un passo deciso verso l'abolizionismo con la firma della Convenzione europea dei diritti umani - il VI protocollo - che prevede l'abolizione della pena di morte. Favorevole alla pena capitale si conferma il continente africano, anche se 21 paesi sono abolizionisti de facto o si accingono ad abbandonare le esecuzioni. Esecuzioni che, comunque, sono in diminuzione e che, per il 50 per cento dei casi si sono verificate in Nigeria ed Egitto. L'Oceania con l'Australia è quasi totalmente abolizionista. In Asia la pena di morte si abbatte specialmente sulle fasce più povere, quando non viene utilizzata per eliminare avversari politici e militari che non eseguono ordini superiori. Le esecuzioni più recenti sono 12 mila 834 e il 92 per cento di esse si verifica in Cina. Qui i reati punibili con la pena capitale sono addirittura 68, tra cui l'evasione dalle tasse, la frode, il gioco d'azzardo, la bigamia, l'intralcio all'ordine pubblico, il furto di mucche. Le cifre delle persone giustiziate sono ufficiose, perché le autorità  non pubblicano rilievi statistici: è ipotizzabile, quindi, che le cifre reali siano più elevate rispetto a quelle di cui si ha notizia. Spesso la pena capitale colpisce le classi meno elevate e le prove contro gli imputati derivano da confessioni estorte sotto tortura. Le condanne a morte sono abitualmente eseguite con un colpo di pistola alla nuca.
In Giappone era scattata una moratoria sulle esecuzioni nel 1989, interrotta con sette esecuzioni nel 1993: in questo lasso di tempo la criminalità  era sensibilmente diminuita...

Erano innocenti. Un capitolo a parte meritano i casi di innocenti condannati a morte. Solo nel corso di questo secolo sono stati documentati 350 casi di persone condannate a morte negli Stati Uniti, poi riconosciute innocenti: 25 di loro erano già  stati giustiziati, altri avevano già  trascorso alcuni decenni in carcere. Di questi casi, 55 risalgono agli anni '70, 20 nel periodo tra il 1980 e il 1985. In Giappone un uomo, condannato a morte per un omicidio, venne riconosciuto innocente e rilasciato dopo 33 anni di carcere. Un cittadino bielorusso, invece, condannato a morte per omicidio nel 1970, si vide commutata la pena diciotto mesi più tardi ma venne liberato solo nel 1987. Nello stesso anno un quotidiano locale scoprì che gli investigatori gli avevano strappato la confessione nel corso di interrogatori notturni, picchiando anche il fratello per ottenere false prove che avvalorassero la confessione.
Alla luce di queste considerazioni la moratoria, di cui la Comunità  di Sant'Egidio si fa portavoce insieme ad Amnesty International, non è solo improrogabile e irrinunciabile: è una conquista fondamentale per un mondo più civile. La moratoria permetterebbe, scrive Pierre Sané, «di prendere tempo, il tempo per gli stati di abituarsi all'idea che nessuno deve essere giustiziato; il tempo per capire che giustiziare non comporta una diminuzione della criminalità  nel mondo; il tempo di capire che c'è un'altra strada».

   
   
AMNESTY INTERNATIONAL PER L'ABOLIZIONE TOTALE
LA MORATORIA, SOLO UN PASSO
     

A colloquio con Daniele Scaglione, segretario generale della sezione italiana di Amnesty International.

Appoggio totale e incondizionato alla moratoria sulla pena capitale promossa dalla Comunità  di Sant'Egidio. Ma soprattutto una campagna incessante per diffondere nel mondo la cultura dei diritti umani, calpestati anche da quegli stati che continuano a ricorrere alla pena di morte, facendo pagare con la vita, come accade in alcuni paesi dell'area orientale, il furto di un cavallo o il gioco d'azzardo. Per coloro che nelle celle del braccio della morte contano i giorni, le ore, che li separano dall'esecuzione, Amnesty International rappresenta qualcosa di più di un punto di riferimento: nella maggior parte dei casi è l'unica à ncora di salvezza a un passo dal baratro. «Chi salva una vita, salva il mondo intero», recita un detto ebraico. Un motto che sintetizza alla perfezione l'opera di Amnesty.
L'associazione, che ha la sua sede principale a Londra, conta aderenti e sezioni in tutto il mondo. Daniele Scaglione, il segretario generale della sezione italiana, indica le       coordinate principali seguite da Amnesty nella sua battaglia e focalizza gli obiettivi da perseguire nell'immediato futuro.
     

Msa. La moratoria rappresenta una tappa importante nel cammino di Amnesty.
Scaglione.
Non c'è dubbio. La proposta avanzata dalla Comunità  di Sant'Egidio, alla quale aderiamo con tutte le nostre forze, è un passo concreto per raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissi: l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Il fronte della nostra battaglia, però, è molto più ampio e non deve fermarsi solo alla richiesta di una moratoria. C'è, ad esempio, un punto che merita di venire trattato in maniera adeguata.

Quale?
La nostra è soprattutto una lotta per la salvaguardia dei diritti umani in generale, senza il rispetto dei quali l'umanità  intera non può avere futuro. Dimenticarsi di questo significherebbe portare avanti un discorso importante, ma monco della sua componente principale.     

Quali sono le direttrici principali sulle quali si muove Amnesty International?
Innanzitutto salvare vite umane: ci diamo da fare perché le condanne a morte in tutto       il mondo siano commutate in altre forme di detenzione e perché siano cambiate le leggi che le autorizzano, e la moratoria rappresenta il perno principale attorno al quale si muove l'intero discorso. Inoltre promuoviamo ovunque la cultura dei diritti umani, l'unico modo di far capire che la pena capitale costituisce una feroce violazione di essi.       Forse pochi sanno che, oltre alle persone condannate a morte, nelle prigioni di molti paesi sono rinchiuse centinaia di persone per motivi politici, spessissimo sottoposte ad atroci torture.

   
   
Moratoria 2000
Un anno senza esecuzioni
     

Lo propone la Comunità  di Sant'Egidio che sta raccogliendo firme per un appello da inviare al segretario dell'Onu, Kofi Annan, perché i paesi che praticano la pena di morte la sospendano durante l'anno del Giubileo.

di Piero Lazzarin     

  Giovanni Paolo II sempre, ma in modo più perentorio e intenso negli ultimi anni, s'è pronunciato contro l'uso della pena di morte. Durante il viaggio in Messico nel gennaio scorso, è ritornato con decisione sull'argomento affermando: «La nuova evangelizzazione richiede ai discepoli di Cristo di essere incondizionatamente a favore della vita. La società  moderna è in possesso dei mezzi per proteggere se stessa, senza negare ai criminali la possibilità  di redimersi. La pena di morte è crudele e non necessaria e       questo vale anche per colui che ha fatto molto male». Visitando Saint Louis nel Missouri (Usa) il Papa ha ottenuto dal governatore, Mel Carnaham, che al pluriomicida Darrell Mesase la condanna a morte fosse commutata nell'ergastolo.
Giovanni Paolo II non è solo in questa battaglia. Sono con lui anche molti esponenti del mondo non cristiano. Scrive Norberto Bobbio, pensatore laico: «Lo stato non può porsi sullo stesso piano del singolo individuo.
L'individuo singolo agisce per rabbia, per passione, per interesse, per difesa.
Lo stato risponde meditatamente, riflessivamente, razionalmente. Anch'esso ha il dovere di difendersi. Ma è troppo più forte del singolo individuo per aver bisogno di spegnere la vita a propria difesa».
Ma anche tra i parenti delle vittime non tutti invocano la morte degli assassini, auspicano, al contrario, la riconciliazione. Alcuni di loro negli Stati Uniti hanno dato vita a un'associazione (Murder victims families for reconciliation ) per dare forza e visibilità  al loro dissenso. «Conosciamo fin troppo bene i terribili effetti di un omicidio e quanto sia importante che la spirale degli omicidi venga interrotta. Non possiamo fermare tutta la violenza, ma possiamo lavorare per fermare la violenza compiuta da uno stato che uccide nel nostro nome». Il documento si intitola significativamente Non nel nostro nome.
Su questa lunghezza d'onda si è inserita la Comunità  di Sant'Egidio che da un paio di mesi ha lanciato Moratoria 2000, un periodo di tregua, durante il quale nessuna condanna a morte venga eseguita. Ci spiega Mario Marazziti, presidente della Comunità : «Noi siamo convinti della necessità  che le esecuzioni capitali vengano abolite per       sempre. In attesa che il difficile obiettivo venga raggiunto, proponiamo almeno di sospenderle per tutto l'anno del Giubileo, un 'cessate il fuoco', che consenta una pausa di riflessione su una pratica che, anche per il suo più ostinato sostenitore, non dovrebbe essere accettata a cuor leggero».
Sostenuti da suor Helen Prejean, una suora americana impegnatissima in iniziative per creare una cultura della vita contro la pena di morte (suo il libro Dead Man Walking tradotto in un film che ha scosso più di una coscienza), gli amici della Comunità  di       Sant Egidio hanno già  raccolto migliaia di firme al loro appello non solo in Italia. Quando le firme saranno diventate milioni, le porteranno al segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, perché le trasformi in una proposta di moratoria a tutte le nazioni rappresentate al Palazzo di vetro.
La Comunità  di Sant'Egidio, nota per il suo impegno a favore dei poveri di tutto il mondo, promotrice del dialogo tra le religioni e di iniziative concrete per la pacificazione (come quella in Mozambico), ha preso a cuore da qualche tempo anche le condizioni dei condannati a morte in attesa dell'esecuzione. Il primo contatto avvenne con Dominique Green, un giovane afro-americano di 25 anni, condannato a morte quando ne aveva       appena compiuto 18. Di famiglia povera, genitori separati, la madre con disturbi psichici, Dominique è cresciuto nei sobborghi di Houston, dove vivono i più poveri. Accusato di aver ucciso nel corso di una rapina, viene assistito al processo da un avvocato d'ufficio un po' superficiale, il quale, tra l'altro, presenta oltre la scadenza i documenti in difesa di Dominique: il processo fu sommario e ingiusto, inevitabile la condanna a morte. Dal braccio della morte di Ellis One Unit, in Texas, Dominique aveva inviato una lettera ad alcuni giornali italiani chiedendo ai lettori aiuto, amicizia, un contatto umano che rompesse l'immensa solitudine in cui è confinato: «La solitudine di questo luogo comincia ad avere effetto su di me - scriveva - anche perché ho realizzato che posso finire qui per qualcosa che non ho fatto». I giovani della comunità  non solo gli       risposero avviando con lui un dialogo di amicizia, ma convintisi della sua innocenza, si battono perché venga riaperto il processo.
Dominique è il primo di una serie di condannati a morte con i quali la Comunità  ora       intesse rapporti: storie diverse e differenti le responsabilità , comune il presente di dolore e di mortificazione, e il futuro di morte che intossica ogni momento della giornata, che li uccide, li annienta nello spirito prima ancora che la vita sia stroncata. Merita una persona un destino così, anche se si è macchiata di un atroce delitto? La Comunità  di Sant'Egidio e i molti che si sono affiancati ad essa nel richiedere la moratoria nel 2000, dicono di no. Lo dice anche George White, uno che ha visto uccidere la propria moglie Charlene durante una rapina. Ironia della sorte, dopo un'affrettata indagine, di quel delitto fu accusato lui stesso e schivò la condanna a morte (fu condannato all'ergastolo) perché bianco e ricco... In realtà  si fece «solo» sette anni di carcere perché alla fine saltò fuori il vero assassino. Ma quell'esperienza, il terrore di finire sul patibolo, lo ha segnato così a fondo da farlo diventare uno dei più convinti oppositori alla pena di morte. Oggi si batte perché si usi clemenza anche con l'assassino di sua moglie. Lo scorso anno ha raccontato la sua vicenda incantando i giovani romani radunati al Palafiera:       «Charlene amava la vita - disse - questa è la sua eredità . Quello che iniziò con un orribile atto di violenza non dovrebbe essere celebrato e ricordato con un atto di vendetta. L'odio è una continuazione, non una conclusione. Tom, Christie [i figli] e io diciamo: 'Non uccidete nel nostro nome, i nostri cuori hanno sanguinato abbastanza'».

     

               
         
COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
APPELLO PER LA MORATORIA
           

N oi sottoscritti firmatari dell'appello, convinti che la pena di morte sia negazione del diritto alla vita riconosciuto universalmente; sia pena finale, crudele, disumana e degradante, non meno abominevole della tortura; sia incapace di combattere la violenza, in realtà  legittimazione della violenza più completa: quella che recide la             vita umana, a livello degli stati e delle società ; disumanizzi il nostro mondo dando il primato alla rappresaglia e alla vendetta, mentre elimina gli elementi di clemenza, perdono e riabilitazione del sistema della giustizia.
Invitiamo tutti anche quanti sostengono l'uso della pena di morte a riflettere serenamente sulla necessità  di una sospensione delle esecuzioni.
Infatti, oggi nel mondo più della metà  degli stati non utilizzano la pena di morte, alcuni l'hanno abolita totalmente, mentre altri hanno deciso, nei fatti, di non metterla in pratica.
Le Nazioni Unite riconoscono l'assenza di dati capaci di dimostrare che il suo uso sia un deterrente efficace contro i crimini più efferati.
Da anni i reati gravi non hanno subito alcuna riduzione significativa, lì dove la pena di morte è stata reintrodotta.
Esistono metodi alternativi di grande efficacia per proteggere la società  anche da quanti abbiano commesso i crimini più orribili.
La logica «occhio per occhio, dente per dente» e «vita per vita» è avvertita come arcaica e inaccettabile in gran parte del nostro pianeta. Il sistema giudiziario praticamente ovunque cerca di superare questo modo inumano di trattare persone che hanno commesso crimini, anche i più gravi.
Nei paesi democratici, il costo della pena di morte è più alto del costo della detenzione a vita.
Per tutte queste ragioni chiediamo ai governi ovunque nel mondo di osservare una moratoria della pena di morte entro l'anno Duemila

Per aderire con la tua firma alla Moratoria 2000 scrivi o telefona a: Comunità  Sant'Egidio, 3/a - 00153 Roma (Italy). Tel. (39) 06585661; fax (39)             065800197; email: m2000@santegidio.org.             COMU

     

NITà€ DI   SANT EGIDIO

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017