Ricordi d'infanzia

Racconto di A. Sanna

Buongiorno,

sono abbonato al «Messaggero» da anni come già lo fu mia madre, dalla quale ho ereditato la devozione al Santo. Mi piace scrivere racconti e poesie e mi farebbe piacere vederne qualcuna pubblicata sul mensile. Vi inoltro Ricordi d'infanzia, racconto legato alla città patavina. Grazie e cordiali saluti.

A. Sanna

 

Ricordi d'infanzia

Sono nato nel 1927 a Uggiate, paese in provincia di Como, in una casa lungo la salita che porta al Santuario di Somazzo, poco distante dal confine Svizzero. Mio padre, sottufficiale della Guardia di Finanza, si era accasato lì dopo il matrimonio con mia mamma Onorina nel 1926. Doveva provvedere alla manutenzione di tutta la rete metallica che segnava il confine di Stato fra la Lombardia e il canton Ticino. Allora se un appartenente al corpo delle Fiamme Gialle prendeva moglie, non veniva lasciato in zona ma trasferito ad altro Comando di Legione. Lui fu assegnato a quello di Padova, con il compito di controllare, presso il birrificio Pilsen, i beni di monopolio. Così io, a meno di 2 anni, mi trovai, da un giorno all’altro, catapultato con mia mamma dall’area comasca a quella veneta. Il trasferimento non fu facile. Mio padre, entrato subito in servizio presso la birreria, aveva trovato un appartamento in via Jacopo Facciolati, ma tutto il mobilio spedito a mezzo ferrovia tardava  ad arrivare. Così lui aveva trovato dimora presso la caserma della Guardia di Finanza ed io e mia mamma nell’hotel Donatello, dotato anche di ristorante denominato «Sant’Antonio».

Mentre continuava l’attesa dei mobili si andava alla scoperta delle bellezze della città: Prato della Valle, Piazza delle Erbe, il Battistero, il Caffè Pedrocchi, la Cappella degli Scrovegni, l’Università. Ma soprattutto la Basilica del Santo, dove si andava anche più volte al giorno a pregare sull’Arca che conserva i suoi resti mortali. Dopo più di quindici giorni di alloggio forzato, finalmente mio padre ci dà la notizia che gli arredi sono arrivati e ha già predisposto il trasferimento nella nuova abitazione dove si deve vedere assieme come sistemarli. «Ringraziamo sant’Antonio che fa riunire la famiglia» dice mia madre alla notizia. Da allora la nostra devozione al Santo è costante e continua ancora adesso.

Nel 1931 nasce mio fratello Alessandro: è il primo bambino ad essere battezzato nella chiesa di Santa Giustina e si fa festa. Ci sono dei colleghi di papà ed alcuni vicini di casa. La mamma però ha bisogno di una fantesca e, così, conosco Italia di 18 anni, figlia di contadini che hanno una grande azienda agricola appena fuori Padova. Io gioco con delle bambine più o meno della mia età che abitano nelle case di fronte: Luciana e Verbena due sorelle impiccione che giocherellando con il mio fratellino lo fecero anche cadere e Carlina, figlia di un funzionario comunale della quale ero un po’ geloso. Ne facevamo di tutti i colori: salire su una pianta di ciliegie o mettere dei chiodi sulle rotaie del tram che dal centro città andava a Piove di Sacco. Le ruote li appiattivano e diventavano come coltellini con cui giocare... Era il tram che prendeva mio padre per andare in servizio. Scendendo da quel mezzo, mentre era ancora in corsa, un giorno mio padre si ruppe il tarso. Con lui a casa per il piede ingessato niente più chiodi da appiattire. Una variante al quotidiano fu la visita della sorella di mia madre, zia Rosa con il fratello di mio padre, zio Antonio, in viaggio di nozze a Venezia.

Italia alla domenica, con la scusa di portarmi al cinema, si incontrava con il fidanzato. A me non dispiaceva, perché le proiezioni erano sempre una novità. Ricordo in particolare quella che raccontava la spedizione al Polo Nord di Nobile sul dirigibile ITALIA finita tragicamente. Anche se in chiaro scuro, ti lasciava con il fiato sospeso vedere quei dispersi sul ghiaccio in attesa dei soccorsi. L’ho in mente ancora adesso. Un giorno di festa Italia mi volle a casa dai suoi. Dopo aver attraversato un grande campo di granoturco ed un frutteto, mi siedo al tavolo con gli altri componenti della famiglia. Siamo in nove e attendiamo che dal paiolo venga versata la polenta sulla tafferia. Sorpresa, almeno per me. Quello che Italia aveva decantato come dolce era di fatto una polenta rimestata con fagioli. Comunque bagnata con un intingolo succulente era una bontà. Non ho più avuto occasione di gustarne un’altra.

Non so se per l’incidente avuto al piede o se per la vita sedentaria all’interno del birrificio che gli aveva procurato diversi disturbi, forse tutte e due le cose, fatto è che mio padre chiese di tornare a fare servizio in zona di confine. Non nascondo che tale decisione mi rese un po’ malinconico all’idea di lasciare le amicizie fatte, ma mi rendevo conto che la salute di un genitore viene prima di ogni altra cosa. Il trasferimento è a Lavena Ponte Tresa, paese sul lago di Lugano le cui acque internazionali bagnano la sponda italiana e quella svizzera. Dovrei frequentare l’asilo e stringere altre amicizie, ma io non voglio. La città mi ha già fatto grande e insegnato a parlare con inflessione veneta. Ma poi qui frequenterò le scuole primarie, le medie e le superiori in provincia. Qui nell’età matura sarò eletto Sindaco, restando in carica oltre 26 anni.
Qui ci hanno lasciati mio padre e mia madre, che ha continuato a manifestare la devozione al Santo fino all’età di 92 anni, con offerte, preghiere e la lettura del mensile edito dalla Basilica. Nè è venuta meno la mia, tanto che, con la moglie Silvia, partivamo in auto alla domenica presto per ascoltare la Messa. Uno spuntino sotto il chiostro e poi il rientro. Un’andata e ritorno di diversi, centinaia di chilometri per pregare il Santo dei miracoli.
Un anno, quello in cui mia mamma compiva i 95 anni l’abbiamo portata con noi  e, dopo la visita alla basilica, prendiamo posto al Ristorante del Santo di buona memoria. Alla signora che ci serviva volle raccontare della nostra permanenza in quell’hotel di 67 anni prima. Ci disse che lei era la nipote e mise sul tavolo il dolce detto di sant’Antonio. E’ stato un ritorno al passato che ha commosso tutti. Adesso è un po’ di tempo che non andiamo alla città patavina. Sulla mia patente c’è il divieto di circolare in autostrada. Ascoltiamo la domenica la Messa video trasmessa celebrata dall’altar maggiore della Basilica. E quando la telecamera riprende l’interno, l’Arca, i fedeli, ritorno indietro nel tempo e immagino di essere lì ancora bambino con mia mamma.                                                                                                

Data di aggiornamento: 07 Aprile 2022