27 Agosto 2014

Santi, frati e briganti

L’eremo di Montecasale è un «luogo teologico» perché «costringe a guardare il cielo». Qui, immersi in una ruvida bellezza, vivono dei frati cappuccini che pregano, raccontano storie e lavorano. Semplicemente.

Sono qui nella mia stanza, a scrivere al computer. È una stanza semplice, ma non mi manca nulla. Attraverso internet il mondo mi cade letteralmente davanti agli occhi. A portata di «click» ho notizie, aggiornamenti in tempo reale, sguardi telematici in qualsiasi direzione.

Allora perché mi ritrovo a pensare con nostalgia ai cappuccini di Montecasale, che a questa stessa ora, richiamati dalla campana suonata con vigore da fra Edoardo, pregano il Vespro nel sobrio e raccolto coretto dietro l’altare maggiore? Scranni scarni, legno levigato e imbrunito da mani e tonache ruvide, assemblato senz’altro da un maestro d’ascia ma senza tante velleità artistiche, pavimento d’assi che pare fare eco a chissà quanti sandali calzati nudi da schiere di cappuccini, presenti in questo luogo da cinquecento anni, e da altri frati, con indosso un saio di altra foggia, in epoche prima di loro: è di questo che ho nostalgia? Della penombra ovattata cesellata da ardite ragnatele, della luce che penetra generosamente dall’unica finestra volta a ponente, o dell’abbiocco che ti prende mentre cerchi, sottratto anzitempo all’abbraccio di Morfeo,  di prestare un minimo di attenzione a ciò che stai pregando alle Lodi delle sei del mattino?

 

Nel regno della pietra

L’antico eremo di Montecasale, in montagna, alle spalle di Sansepolcro (in provincia di Arezzo, ndr), non ha molto da offrire alla nostra curiosità estetica né al bisogno di distrazioni. Da qualsiasi parte lo affronti, parla la dura e povera lingua della pietra. Persino il chiostrino (qui non si può fare altro che usare sostantivi «diminuiti»…), che, a dispetto delle sue misure minime, ti accoglie con un vigoroso abbraccio, non è altro che pietra, una sopra l’altra, a fare anche da copertura al tetto, impreziosita qua e là da macchie di gerani rossi. 

Fra Nicola, toscano di Sicilia, capitato quassù ammaliato dalle doti oratorie di un cappuccino predicatore, dice che è un «luogo teologico»: «perché ti costringe a guardare il cielo». Che poi è quello chiazzato di nuvole dipinto da Piero della Francesca, è il blu degli affreschi di Giotto nella Basilica di Assisi.

 

Di pietre è anche la celletta che mi ospita, una suite di poco più di un metro per due. Il mondo fuori entra da una minuscola finestrella, grande come lo schermo di un computer, ma non gestibile arbitrariamente con un mouse. Con un generoso ampliamento, è probabilmente una delle feritoie dell’antico castelliere su cui fu impiantato, e poi fiorì, dapprima un eremo camaldolese e, infine, il nostro eremo francescano. Che una volta tanto dicesi tale non solo perché presidiato da un manipolo di frati francescani, ma in questo caso frequentato dallo stesso san Francesco.

 

La pietra ti accompagna anche nell’antica e rustica cucina, dove in un angolo campeggia un affumicato camino. Quanto basta per immaginarsi le lotte ingaggiate con fratello freddo e sorella fame. Di cui ignoro gli esiti di allora, ma di cui sono sicuro circa quelli di oggi. Dopo aver potuto apprezzare le doti culinarie di fra Francesco, guardiano del convento e abile tra i fornelli. Lui è arrivato qui invece «scendendo» da Vicenza. E così abbiamo unito anche l’Italia.

 

Alla dura roccia, al rigoglioso bosco e a istrici e cinghiali, è invece sottratto lo spazio per un fioritissimo giardino e un promettente orto a chilometro zero. Che un orto, qui, già c’era ai tempi di Francesco: a due giovanotti del luogo vi fece piantare a radici in su alcuni cavoli, per saggiarne lo spirito d’obbedienza. Mia mamma, che di orti se ne intende, avrebbe qualcosa da ridire. Ma certamente è un bel posto dove «piantare» le nostre preghiere con le radici verso il cielo!

 

Le pietre sono un sorprendente sfondo anche per i libri della piccola biblioteca conventuale, ordinati con affetto su antichi scaffali lignei da fra Nicola.

 

Ci passeresti la giornata qua dentro, buttando via l’orologio, non sai bene se ad annusare o a socchiudere gli occhi e nient’altro. Perché di essere letto, tutto sommato, è solo una delle tante cose che possono accadere a un libro.

 

Reliquie inusuali

Ma la pietra è protagonista soprattutto del luogo più intimo dell’eremo, lì dove Francesco e i suoi compagni erano soliti pregare. E dove sono conservate delle reliquie davvero inusuali: i teschi di alcuni briganti! Ops!, scusate, di alcuni fratelli briganti. Perché questa essenziale distinzione insegnò quella volta Francesco d’Assisi ai frati dell’eremo. A retrocedere ad aggettivo ciò che le vicende della vita hanno fatto di ognuno di noi, proclamando quel sostantivo, fratello, che ci dice invece della dignità che appartiene per creazione divina a tutti, nessuno escluso. E fu così che «tre ladroni micidiali fecionsi frati»: abitavano nei dintorni e, ma si dica sottovoce, frequentavano i frati. Che, cacciatili via in malo modo una prima volta, su suggerimento di Francesco li convertirono poi… prendendoli per la gola: offrendo loro appetitose merende a base di buon vino e buon cacio, servendoli «con umiltà e volto ilare». Valorizzandoli in ciò che anch’essi potevano fare di bene: fosse anche solo aiutare a portare la legna all’eremo. Ma soprattutto sforzandosi di vederli da un altro punto di vista. Da quello di Dio.

 

«In un posto così, non tutto deve per forza essere diritto», insinua fra Giovanni, il decano più che ottantenne della comunità, mentre si avvia compito e sornione verso le sue galline che lo stanno aspettando per la razione giornaliera di ghiotte granaglie. E mi sa che non si riferiva solo alle linee architettoniche dell’eremo. Che ai numerosi pellegrini che giungono fin qui, spesso partiti da lontano a piedi, non offre altro che se stesso. Oltre alla suggestione di un panorama meraviglioso. I frati accolgono, a ognuno narrano pazientemente la stessa storia da chissà quanti anni.

Lo fanno da abili affabulatori, cantastorie di santi e briganti. Per il resto pregano, lavorano e stanno in silenzio. Fra Andrea suona la chitarra, fra Francesco dipinge icone. Come tanta umanità che non ha riflettori, ma solo lo scorrere delle proprie ore.

 

Ecco, forse è di ciò che ho nostalgia. Di questa normalità, quando sostantivi e aggettivi con cui noi indichiamo il contrario dell’eccezionalità intendono invece: inesistente, senza valore. Aveva ragione fra Nicola: qui le pietre parlano. E non solo del passato.

 

 

INFO

Eremo di Montecasale

52037 Sansepolcro (AR)

tel. 0575 742648

e-mail: montecasale@fraticappuccini.it

 

 

Se ti stai domandando che cosa il Signore desidera per te, o se ti incuriosisce la vita francescana, visita: www.vocazionefrancescana.org

Vi troverai un frate pronto ad ascoltarti e a consigliarti!

 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017