Sindone, specchio del Vangelo

Immagine che interroga lo spirito e l’intelligenza, testimone muto della morte e della risurrezione di Cristo. A dieci anni dall’ostensione giubilare, la Sindone torna a essere visibile.
26 Marzo 2010 | di

«Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova». Così l’evangelista Matteo racconta la sepoltura di Gesù da parte del ricco Giuseppe d’Arimatea. E possiamo dire che proprio lì, in quel momento, incomincia il mistero della Sindone. Un autentico giallo storico, religioso e scientifico. Che il corpo di Gesù sia stato avvolto in un len­zuolo è fuori discussione, perché anche Marco e Luca usano questo termine (in greco, sindòn). Giovanni parla invece di othònia, ovvero tessuti di lino, al plurale, che nella traduzione italiana sono diventati «bende», definizione però non corretta, perché se Giovanni avesse voluto dire bende avrebbe usato la pa­rola keirìai, come fa quando descrive la risurrezione di Lazzaro.

Ma qual è la storia di questo lenzuolo? Quale il suo percorso? Le fonti più antiche riferiscono di un’immagine di Gesù acheropita (cioè non dipinta da mano d’uomo) che dalle prime comunità cristiane sarebbe stata custodita in segreto per riapparire entro il IV secolo dopo Cristo a Edessa, nell’odierna Turchia, dove prende il nome di mandylion, e in seguito è trasportata a Costantinopoli, città nella quale rimane fino al saccheggio crociato del 1204, quando se ne perdono le tracce.
Per avere una prova documentabile dell’esistenza della Sindone bisogna aspettare il 1353, anno in cui ne entra in possesso in Francia il cavaliere Goffredo di Charny, non si sa però di preciso in quali circostanze.
Trascorrono cent’anni e un discendente di Goffredo dona la Sindone ai duchi di Savoia che la portano a Chambery. Del 1532 è l’incendio che la danneggia in più punti e costringe le clarisse a ripararla con alcune toppe e un telo di sostegno. Nel 1578 la capitale del regno viene trasferita a Torino e la Sindone segue la stessa sorte.
Altri tre secoli e il telo è fotografato per la prima volta (permettendo così di scoprire che è un negativo), ma la prima vera analisi scientifica avviene molto più tardi, nel 1988, quando il risultato dell’esame al carbonio 14 rivela che il lenzuolo sarebbe di epoca medievale, esito però contestato da alcuni studiosi che parlano di errori procedurali, mentre altri affermano che i campioni su cui è stato condotto l’esame sarebbero stati alterati da rammendi avvenuti nel corso dei secoli.


I punti di domanda


Al momento una risposta certa non è possibile, ma le ricerche continuano a fornire dati, spesso sorprendenti, che permettono di ampliare il quadro di riferimento. È il caso delle notizie date, nelle sue opere più recenti, da Barbara Frale, ricercatrice dell’Archivio segreto vaticano, che accredita decisamente la tesi secondo cui la Sindone, dopo il saccheggio di Costantinopoli, sarebbe stata custodita dai templari.

Per dimostrare che le cose stanno proprio così, la Frale cita la testimonianza di un giovane francese, Arnaud Sabbatier, che nel 1287 per essere ammesso nell’ordine è invitato a pregare davanti a un lungo telo di lino che porta impressa la figura di un uomo. Era questo l’«idolo barbuto» che, secondo l’accusa del re di Francia Filippo il Bello, i templari adoravano in segreto. Una vera e propria reliquia, trafugata durante il saccheggio e custodita come antidoto contro l’eresia catara che negava l’umanità di Cristo e, di conseguenza, anche la sua morte in croce e la sua risurrezione. Dalla stessa studiosa è poi arrivata una seconda ricerca che aggiunge al quadro un altro tassello importante: le tracce di scritte rinvenute sul telo sarebbero compatibili con espressioni di tipo burocratico in uso al tempo di Gesù e relative sia alle circostanze della condanna a morte sia alla tumulazione del cadavere. Tutto risolto, allora? Per niente. In realtà due «partiti» continuano ad affrontarsi senza riuscire a mettere la parola fine alla contesa. Vediamo in sintesi le rispettive posizioni.
Oltre a quelli descritti da Barbara Frale, il partito dell’autenticità porta a sostegno delle proprie tesi i seguenti fatti: la Sindone non è un dipinto né un disegno; i segni delle brutalità subite dal condannato corrispondono esattamente al racconto evangelico; ci sono tracce di sangue maschile; sopra le palpebre sono impresse due monetine coniate sotto Pilato nel 29-30 dopo Cristo; il tipo di tessitura è caratteristico dell’antico Medio Oriente; sul telo vi sono pollini (lo ha sostenuto lo studioso svizzero Max Frei) tipici di tutte le aree in cui la Sindone ha viaggiato lungo i secoli e il polline più frequente è uguale a quello che si trova nei pressi del lago di Tiberiade e nelle zone vicine al Giordano; la datazione con il carbonio 14 non è attendibile, perché la quantità di carbonio sul telo può subire alterazioni a causa di svariate circostanze, come incendi e ostensioni.
Il partito che invece parla della Sindone come di un manufatto medievale punta su altri elementi: la datazione al carbonio 14 è coerente con la data in cui la Sindone è comparsa per la prima volta in Europa; a Gerusalemme sono stati ritrovati a più riprese resti di teli sepolcrali risalenti al primo secolo dopo Cristo e del tutto differenti, come tessitura, dal telo conservato a Torino; l’immagine sindonica appare come una proiezione ortogonale incompatibile con la presenza di un corpo umano al suo interno; le tracce di sangue sono state rilevate da un solo studioso (il professor Pierluigi Baima Bollone) e comunque non provano nulla perché può trattarsi di sangue aggiunto in un secondo tempo; i risultati ottenuti da Max Frei circa i pollini non sono mai stati replicati; la presenza di monetine non è dimostrabile.


L’ostensione e la visita papale

In mezzo a questa «battaglia», i credenti sono forse i più sereni di tutti. «Misteriosa per la scienza» e «provocazione per l’intelligenza», come la definì Giovanni Paolo II, la Sindone è oggi «richiamo forte a contemplare, nell’immagine, il dolore di ogni uomo, le sofferenze a cui spesso non sappiamo neppure dare un nome». Sono parole dell’arcivescovo di Torino, Severino Poletto, che così si rivolge ai visitatori nel sito internet realizzato in occasione della nuova ostensione, in programma dal 10 aprile al 23 maggio 2010, che sarà caratterizzata dalla visita del Papa.
Mantenendo una promessa fatta ai pellegrini torinesi nel 2008, Benedetto XVI ha infatti deciso di recarsi in visita alla Sindone il prossimo 2 maggio, durante un’intensa giornata che lo vedrà anche presiedere la celebrazione eucaristica in piazza San Giovanni, incontrare i giovani nella chiesa del Santo Volto e fare una sosta al Cottolengo per benedire gli ospiti della Piccola casa della divina provvidenza.


Sfida per l’intelligenza


Uno specchio che rimanda a Gesù e che invita tutti a modellare la propria vita su quella di chi ha donato se stesso per noi.


Notes. A Torino

Dal 10 aprile al 23 maggio nella Cattedrale torinese la Sindone si presenterà in modo del tutto inedito. Il pellegrino che giungerà a Torino per contemplare l’immagine dell’Uomo dei dolori si troverà per la prima volta di fronte al lenzuolo così come appare dopo il paziente restauro eseguito nel 2002. In particolare sono state rimosse le toppe cucite dalle clarisse dopo l’incendio di Chambéry del 1534.

Nelle settimane di ostensione, il Duomo rimarrà aperto con orario continuato dalle ore 7.00 alle 20.00; fino alle 22.30 i venerdì e nel corso dell’ultima settimana di ostensione. Per poter visitare la Sindone è necessario prenotarsi on line sul sito www.Sindone.org o, dal 10 aprile, direttamente a Torino. Già oltre un milione di pellegrini hanno prenotato la propria visita: risultano esauriti quasi tutti i posti disponibili nei fine settimana. Persone con disabilità, ammalati, religiosi hanno nel sistema delle prenotazioni spazi e servizi a loro riservati. Per ogni informazione si veda il sito ufficiale dell’ostensione sopra riportato.

È anche a disposizione un numero verde internazionale: 0080007463663.


Per approfondire.

Libri. Le ultime uscite

Tracce di scrittura (in greco, latino e aramaico) da poco identificate sul telo di lino. Questa l’ultima frontiera degli studi sindonici, al centro del libro La Sindone di Gesù Nazareno (Il Mulino, pp. 376, € 23,80) di Barbara Frale, ricercatrice dell’Archivio segreto vaticano. Le scritte riconducono alla sepoltura di un uomo chiamato Yeshua Nazarani nella Gerusalemme dei tempi dell’imperatore Tiberio, che governò dal 14 al 37 dopo Cristo, e il volume arriva dopo un altro saggio, I templari e la Sindone di Cristo (Il Mulino, pp. 272 pagine, € 16,00) in cui l’esperta di documenti antichi sostiene che fu proprio il potente ordine militare e religioso medievale a custodire il telo come prezioso antidoto contro le eresie dell’epoca.

Per rispondere ai mille interrogativi suscitati dal sudario conservato a Torino il giornalista Marco Tosatti, a lungo vaticanista de «La Stampa», nel libro Inchiesta sulla Sindone (Piemme, pp. 210, € 15,00) interpella esperti, consulta documenti e risale alle notizie più remote, senza ignorare alcuni risvolti inquietanti ai quali accennò il cardinale Anastasio Ballestrero quando parlò di frange massoniche interessate a svalutare l’importanza del telo, possibile testimone muto della risurrezione di Cristo.

Tra gli studiosi più appassionati della Sindone c’è il professor Pierluigi Baima Bollone, che al sudario ha dedicato numerosi libri, tra i quali il più completo è Il mistero della Sindone (Priuli & Verlucca, pp. 350, € 18,50): netta smentita, su base scientifica, della datazione con il carbonio 14 effettuata nel 1988 e bilancio delle nuove indagini (come la scannerizza­zione dell’intera superficie) fatte in occasione dei restauri del 2002.

Per quanto riguarda i libri più recenti, usciti in occasione dell’ostensione 2010, c’è Sindone. Inchiesta sul mistero (Gribaudi, pp. 144, € 7,50), breve saggio del giornalista Andrea Tornielli, mentre di argomento tutto spirituale è la bella meditazione Il Dio nascosto (Centro Ambrosiano, pp. 80, € 7,00) del cardinale Carlo Maria Martini.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017