SPECIALE CARITAS: I PROGETTI DEL 2001

05 Giugno 2001 | di

La strage degli innocenti

 

Nel mondo più di 1,4 milioni di bambini sono ammalati di aids e 13,2 milioni sono orfani a causa dell`€™infezione. Oltre il 95 per cento di questi bambini vive in Africa e spesso affronta da solo la fame, l`€™abbandono, la carenza d`€™affetto, la malattia e l`€™emarginazione.

Nel 2000, più di 500 mila piccoli sono morti, molti senza aver neppure conosciuto l`€™abbraccio della madre o una voce amica che li chiamasse per nome.

Sono le vittime innocenti della povertà , dello squilibrio economico e sociale tra i popoli, dell`€™indifferenza di larga parte della comunità  internazionale.

Per questo non possiamo e non vogliamo ignorarli. Li reclamiamo come figli accettando di compiere un gesto piccolo, insufficiente a riparare il dolore, ma significativo: finanzieremo tre progetti in loro favore, in tre paesi poveri: Mozambico, Zambia e Brasile.

Aiutateci a costruire la speranza, aiutateci a rompere l`€™omertà  e il silenzio per far capire al mondo che l`€™aids non è solo degli altri, ma è una prova per tutti. Che l`€™aids non è la peste del secolo, ma il flagello dei poveri.

 

Bambini: vittime innocenti

Flagello dei ricchi, oblio dei poveri

 

Nella sola Africa sub-sahariana sono dodici milioni gli orfani dell`€™aids. Una cifra enorme: è come se un quinto della popolazione italiana, composta solo di bambini da zero a quattordici anni, si trovasse in stato di completo abbandono. Una delle peggiori tragedie che l`€™umanità  ricordi.

 

La storia di Sibatra (vedi riquadro) non è una storia limite. È lo spaccato dell`€™Africa, a sud del Sahara, oggi. Dice con i fatti quello che le fredde cifre sull`€™AIDS in Africa non riescono a dire: la paura, l`€™abbandono, la miseria e il dolore moltiplicati milioni di volte. Sibatra è già  nel novero del milione di bambini sieropositivi e sta per diventare una dei 12 milioni di orfani dell`€™aids in questa vasta zona dell`€™Africa. Una cifra assurda. È come pensare a un quinto della popolazione italiana, composta solo di bambini da 0 a 14 anni, in stato di completo abbandono. Una delle peggiori tragedie che l`€™umanità  ricordi.

Così tanti orfani sono lo specchio di paesi in agonia, in cui la popolazione tra i 15 e i 49 anni, quella che dovrebbe mantenere i figli e gli anziani e lavorare nelle strutture produttive del paese, si sta velocemente estinguendo.

Nell`€™Africa sub-sahariana ci sono oggi 25,3 milioni di persone colpite dall`€™aids, oltre il 70 per cento dei casi mondiali; in 16 paesi c`€™è un infetto ogni dieci adulti; in 7 paesi un infetto ogni cinque, ma ci sono anche i casi limite, come il Botswana, in cui gli infetti sono più di uno ogni tre adulti. Studi africani dimostrano che l`€™infezione si sta propagando tra i teen- ager e le ragazze ventenni, una gran parte delle quali non giungerà  ai trent`€™anni. Un salto indietro per l`€™Africa che ha oggi una speranza media di vita inferiore di 10 anni rispetto al passato e un assetto produttivo e demografico completamente sconvolto.

Paesi poveri, che già  dovevano subire i tagli alla sanità  e alla scuola prescritti dal Fondo monetario internazionale per pagare i debiti, stanno collassando sotto il peso dell`€™epidemia: non reggono le già  scarse strutture sanitarie, aumenta l`€™assenza dal lavoro degli impiegati, degli operai e degli agricoltori a causa della malattia, continuano a morire i professionisti: medici, infermieri, tecnici, insegnanti. Non c`€™è ramo della struttura sociale che non stia pagando costi altissimi. È in crisi persino l`€™antica tradizione della famiglia allargata, che prima assicurava protezione a qualsiasi orfano ma che oggi non riesce a far fronte alle troppe morti di genitori. Chi ha almeno un nonno se lo tiene caro.

Stiamo arrivando all`€™assurdo che persino le guerre che sconvolgono l`€™Africa fanno meno paura dell`€™aids: nel 1998, 200 mila africani sono morti in guerra ma più di 2 milioni sono morti per aids.

 

Sarebbe banale e profondamente ingiusto pensare che questa tragedia dipenda soprattutto da scelte personali. Il rapporto del giugno 2000 dell`€™Unaids, programma delle Nazioni Unite, parla chiaro: «Dopo aver a lungo insistito sugli stili di vita, i programmi di prevenzione dei primi anni `€™90 hanno sottolineato l`€™importanza del contesto sociale ed economico nell`€™acquisizione di determinati comportamenti». L`€™estrema povertà  restringe l`€™autonomia delle persone rendendole vulnerabili al virus. Per esempio, la debolezza sociale ed economica espone la donna a violenza familiare e stupri e, in alcuni casi, la costringe alla prostituzione per mantenere i piccoli; la mancanza di informazione e di strutture sanitarie porta all`€™ignoranza del rischio e all`€™emarginazione degli ammalati. La paura dell`€™emarginazione poi, obbliga i sieropositivi a non dichiarare il proprio stato per paura di perdere il lavoro o il riconoscimento sociale e fa in modo che molti altri neppure prendano in considerazione la possibilità  di essere infetti. Insomma, dove mancano le minime condizioni di vita e il minimo rispetto dei diritti umani, l`€™aids falcidia il numero più alto di vittime.

Al contrario, dove esiste una rete umanitaria consolidata o dove gli stati hanno organizzato campagne di informazione, l`€™incidenza del virus si è quasi dimezzata e sono cambiati i comportamenti delle persone. È il caso dell`€™Uganda, che è riuscita ad abbassare il tasso d`€™infezione dal 14 per cento dei primi anni `€™90 all`€™8 per cento di oggi, grazie a una forte campagna di prevenzione organizzata dal governo insieme ad associazioni laiche e religiose e organizzazioni per lo sviluppo. Lo stesso si avvia a fare lo Zambia.

Negli ultimi anni, persino le industrie locali hanno capito che non possono ignorare il problema e alcune hanno organizzato campagne di informazione e assistenza per i dipendenti. Lo stesso stanno facendo molti governi che a lungo hanno nascosto la realtà  dell`€™epidemia per non perdere prestigio internazionale. C`€™è una maggiore presa di coscienza anche nei paesi ricchi ma ancora pochi s`€™impegnano in modo adeguato. Con colpevole ritardo.

Eppure fermare l`€™aids in Africa non è impresa impossibile ma richiede l`€™impegno concreto di tutti e soprattutto il superamento della barriera del pregiudizio, del silenzio e dell`€™omertà , che ha permesso a questa malattia virale di diventare il più grande flagello dei poveri.

(Dati Report on the global HIV/AIDS epidemic - June 2000, December 2000 - Unaids)                   

 

 

Mozambico: la via africana contro l'aids

«Nascerai sano»

 

Molti bambini africani, nascendo, ricevono dalla madre sia la vita sia la morte. E la morte ha la crudezza dell`€™aids. Un progetto della Caritas antoniana in Mozambico vuole bloccare la trasmissione del virus da madre a figlio, somministrando le più recenti cure anti-aids alle partorienti e puerpere ricoverate nell`€™ospedale di Anchilo, nel nord del paese.

 

Un giovane alto e magrissimo lo guarda negli occhi. Gli stende la mano. Chiede. Il volto scavato, le gengive sanguinanti, una ferita sulla testa. Il professor Leonardo Palombi, epidemiologo dell`€™Università  «Tor Vergata» di Roma e consulente del ministero degli Affari Esteri per il programma di lotta all`€™infezione da Hiv in Mozambico, di esperienza ne ha molta. Eppure quest`€™Africa così dolente, così sola è ogni volta un pugno nello stomaco. C`€™è una distanza infinita tra le strade di Roma e quelle di Maputo, capitale del Mozambico.

Il giovane è un insegnante che ha perso il lavoro a causa dell`€™aids. È partito dal villaggio per cercare assistenza nella capitale e ha trovato ostilità . Non solo, ma recentemente è stato percosso e derubato di tutti i suoi averi.

Sua moglie al villaggio sta malissimo ed è incinta. Il figlio può diventare uno dei 20 mila neonati sieropositivi del Mozambico e trovarsi, di lì a qualche mese, nella schiera dei quasi 250 mila orfani del paese a causa dell`€™aids.

Che cosa si può fare? Salvare quel bambino e quelli come lui; regalare qualche anno di vita alle madri, perché da loro dipende la sopravvivenza dei piccoli. Il futuro dell`€™Africa può rinascere da questo passaggio di vita da madre a figlio.

 

· Lo spirito del progetto

 

Il progetto ci è stato proposto dalla comunità  di Sant`€™Egidio. La posta in gioco è alta: trovare una via d`€™uscita all`€™aids che sia attuabile, sostenibile e, soprattutto, immediata. «Le campagne di prevenzione sono importanti, ma non risolvono il problema degli oltre 25 milioni di persone già  infettate nell`€™Africa sub-sahariana. Solo in Mozambico ce ne sono più di 1 milione e 200 mila», chiarisce Palombi.

Problema non da poco in un paese in cui mancano le medicine più banali, dove i laboratori non sono in grado di fare molti dei più comuni test diagnostici e il personale specializzato non esiste. Se a queste carenze strutturali, si aggiungono la fame endemica e la piaga dell`€™aids, la speranza potrebbe apparire un lusso.

«Ma un intervento è fattibile da subito e con poca spesa `€“ afferma Palombi `€“: organizzare, in alcuni ospedali più strutturati, protocolli di cura per le partorienti e le puerpere che utilizzino per un tempo limitato i nuovi farmaci». Ciò consentirebbe, con una spesa minima, due risultati importanti: il blocco della trasmissione della malattia dalla madre al figlio e un discreto recupero delle difese immunitarie della madre.

Il progetto sarà  attuato in tre ospedali, situati in posizioni strategiche del paese: al Centro di salute di Mavalane, a Maputo (a Sud), al Centro di salute di Manga Chingussura, a Beira (nel centro), e presso il Centro di Salute di Anchilo, a 30 chilometri da Nampula, importante città  del Nord. Queste tre strutture assistono quasi 10 mila parti l`€™anno. Visto che il 15 per cento delle madri è sieropositivo, 1500 bambini rischiano di contrarre il virus: il progetto previsto li può salvare.

 

· Le varie fasi

Il progetto verrà  realizzato in più fasi. La prima, è già  in corso: si tratta della ristrutturazione e dell`€™equipaggiamento dei tre ospedali. La seconda, procederà  alla formazione del personale specializzato. La terza fase, comprende più livelli: lo screening e il counselling per l`€™infezione da Hiv, gli esami clinici e di laboratorio, l`€™educazione sanitaria, la supplementazione nutrizionale, la cura delle infezioni legate al virus e la profilassi con antiretrovirali.

«Con circa 400 mila lire possiamo salvare la vita del bambino `€“ conferma Palombi `€“ e con un altro milione e cento prolungare di alcuni anni la vita della madre». Questi costi comprendono tutte le fasi di prevenzione e cura e saranno praticabili solo se il governo del Mozambico riuscirà  a ottenere il 90 per cento di sconto sui farmaci antiretrovirali.

È un obiettivo possibile? «Certamente `€“ risponde Giuseppe Liotta, medico della comunità  di Sant`€™Egidio `€“. Il governo del Mozambico ha scelto di favorire la diffusione della terapia degli antiretrovirali e siamo fiduciosi che, come già  avvenuto con altri governi africani, le case farmaceutiche possano raggiungere un accordo per la vendita scontata di questi farmaci essenziali per la sopravvivenza delle persone colpite dall`€™infezione da Hiv».

Il progetto durerà  cinque anni e prevede un costo di 3 miliardi di lire all`€™anno. «Sembra tanto `€“ precisa Palombi `€“, ma per le sole feste di Natale, Roma ha speso 1600 miliardi di lire». Alla Caritas antoniana è stato assegnato il costo della profilassi e delle cure di tutte le donne sieropositive che partoriranno nel Centro di salute di Anchilo nel corso di un anno, per un totale di 500 milioni di lire. Con questa cifra salveremo 335 coppie madre-bambino e contribuiremo alla messa a punto di un modello che potrebbe allargarsi all`€™intero paese, risparmiando migliaia di vite».

Migliaia di bambini che potranno crescere con le loro madri nel periodo più delicato della loro vita e diventare l`€™alba di un nuovo Mozambico.                                       

 

Zambia: un villaggio per gli orfani

«Ti chiamerò per nome»

 

Cinque case famiglia per gli orfani dell`€™aids e un nido per i neonati. È questo il progetto che la Caritas antoniana vuole realizzare a Ndola, nello Zambia, città  tristemente nota per l`€™alto tasso di infezioni.

Per restituire a questi piccoli il calore di una famiglia, l`€™amore di una madre che non hanno fatto in tempo a conoscere.

 

Mupeta, sei anni, ha visto morire prima papà  e poi mamma misteriosamente. La «bestia oscura» che se li è portati via è rimasta senza nome fino a quando un medico, esaminando il bambino, ne ha trovato traccia nel suo sangue: aids, purtroppo. Quando ha paura, Mupeta abbraccia Carol, 11 anni, la sorella maggiore, una mamma in miniatura per lui e per i suoi tre fratellini.

Il giorno che la madre morì, si trovarono da soli dentro il capanno. Intorno solo povere cose. Rimasero sospesi, come in un brutto sogno, al margine di un precipizio. Anche le lacrime finirono presto, ma la fame, quella no, non dava tregua. Carol capì che dovevano sopravvivere. Lasciò i più piccoli nel capanno, prese per mano il fratellino più grande e andò insieme a lui a chiedere l`€™elemosina e a rovistare nella discarica cittadina.

Poi Mupeta prese la malaria e Carol lo portò all`€™ospedale. Il medico prescrisse una lunga ricetta. Carol la prese tra le mani e la fissò intontita. Il respiro le si bloccò nel petto. Scoppiò in un pianto disperato, inconsolabile. Tutto inutile. Il suo amore era inutile.

Fu allora che qualcuno, mosso a pietà , la portò da suor Sabina delle Missionarie di Assisi le quali, insieme alle suore di altri ordini e agli assistenti sociali di Ndola, in Zambia, si prendono cura dei bambini sieropositivi, orfani dell`€™aids. Una missione estenuante, perché non remunera con la guarigione né serve a estirpare il problema. Serve solo a dare speranza e dignità , ad allungare di qualche anno la vita, perché forse, chissà , potrebbe essere trovata una cura. Il mondo non può far finta di niente. Non è possibile. Non è umano.

La lettera di richiesta delle suore gronda dolore: «Queste creature sono piccole vittime, nuovi martiri. Spesso sopravvivono alla madre e non hanno neppure il tempo di succhiare il suo seno, di sentirne il calore. Loro nascono e nessuno benedice il buon Dio per il dono di una nuova vita. Sono orfani, malati, poveri. Perché vengono al mondo? Che cosa si aspettano?».

 

·  Un progetto di speranza

È per dar fiato alla speranza che abbiamo voluto fare la nostra parte, proponendovi questo progetto.

Ndola, la città  che lo ospiterà , si trova al centro del paese, lungo il confine con la Repubblica democratica del Congo. Con i suoi 500 mila abitanti è la seconda città  dello Zambia, dopo la capitale Lusaka, ed è tristemente famosa per l`€™altissimo tasso d`€™infezione: 150 mila i sieropositivi, 15 mila le persone già  malate, 10 mila gli orfani.

Suor Ilaria, che firma la lettera per tutte, è molto realista: «Sono troppi, non arriveremo mai ad accoglierli tutti. Ma dare una casa ai più deboli, a quei piccoli che ti portano avvolti di stracci, con quella continua febbricola, che piangono per la fame, è già  un piccolo risultato. Non voglio che siano un numero nelle statistiche. Non lo sopporto più. Loro, le statistiche non sanno neppure leggerle. Noi li vogliamo chiamare tutti per nome: Marie, Terese, Pieri, Giovanni, Mulenga, Bupe, Bualua... Sì, proprio così, non possiamo dar loro tutto quello di cui avrebbero bisogno però almeno un tetto, un posto a tavola e qualcuno che li chiami per nome, questo sì».

L`€™intenzione è di non creare un orfanotrofio. Parola che, tra l`€™altro, neppure esiste in Africa, visto che un tempo, prima dell`€™aids, la famiglia allargata si prendeva cura di ogni bambino che perdeva i genitori. Oggi una nonna, vecchia, ammalata e povera può ritrovarsi con cinque, otto, dieci nipoti da accudire. Ma è pur sempre meglio di niente, almeno dal punto di vista affettivo. Dunque, finché è possibile, bisogna fare in modo che il bambino mantenga legami con parenti lontani o con adulti, disposti a prendersi cura di lui. Ma purtroppo i casi di completo abbandono aumentano di giorno in giorno, così come diminuisce l`€™età  degli orfani, tanto che alcuni hanno appena pochi giorni di vita. E sono i più difficili da far sopravvivere.

«Pensiamo `€“ scrive suor Ilaria `€“ che il modo migliore per accogliere questi piccoli sia creare un villaggio, che dedicheremo a sant`€™Antonio, formato da cinque case-famiglia, più un edificio dedicato ai neonati». In ogni casa vivranno una quindicina di bambini con una donna che farà  da madre. Il nido ne potrà  accogliere altri quindici. L`€™infermeria, la cucina e la scuola completeranno il progetto.

Il «Villaggio sant`€™Antonio» di Ndola sarà  interamente finanziato con i fondi donati dai lettori del «Messaggero», per un costo totale di 500 milioni di lire. Cercherà  di ricostruire, per quanto possibile, un clima familiare e di dare ai piccoli aiuto psicologico, sanitario e scolastico.

Con la stessa penna con cui ha raccontato l`€™orrore dell`€™aids, suor Ilaria scrive parole di speranza e ci invita a dare un senso anche a questa tragedia: «In Zambia c`€™è terreno fertile per le opere buone. Non lasciamo che tanta sofferenza sia sprecata. Se ci avviciniamo a questi bambini, loro ci miglioreranno: il cuore cresce, la compassione si sviluppa, la sensibilità  diventa più attenta e andremo al cuore della vita. Se avremo l`€™occhio sveglio, forse vedremo Dio».

Se farete questo a uno di questi piccoli, l`€™avrete fatto a me.                          

 

 

Brasile: una casa per madri e bambini

«Lotterai con tua madre»

 

I bambini colpiti dall`€™aids, che hanno la fortuna di non rimanere presto orfani, sono spesso allontanati dalle madri che non riescono a provvedere alle loro esigenze. La casa acquistata dalla Caritas antoniana eviterà  questa dolorosa separazione: madri e figli potranno combattere insieme la malattia.

 

Suor Maria delle Missionarie di Assisi entra in una povera casa nel quartiere San Gaetano a Santo André, in Brasile. Con lei c`€™è un`€™operatrice della pastorale dei minori. L`€™investe l`€™odore acre dell`€™urina e il pianto disperato di un bambino. La stanza è quasi vuota. Al centro, un materasso steso sul pavimento, accoglie una scena da brivido: Joanito, coperto di piaghe sanguinolente, poggia la pelle martoriata sulla fodera, inzuppata di urina. La madre, Patricia, è stesa accanto a lui, consumata dalla febbre. Hanno l`€™aids. La solitudine che li avviluppa è tremenda. Suor Maria cerca un lenzuolo, avvolge con delicatezza Joanito e lo porta all`€™ospedale. Patricia viene, invece, accompagnata in una casa di appoggio per donne.

«È stato terribile staccare la madre dal figlio `€“ racconta suor Maria`€“. Pensate al trauma del bambino. Dopo tanti anni che seguiamo malati di aids, quest`€™episodio è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La carenza di strutture assistenziali nel nostro paese non consente neppure di tenere uniti madri e figli e di pensare a un recupero sanitario e sociale valido per entrambi. Da qui è nato il nostro sogno di creare una struttura adatta a questo scopo».

La diffusione dell`€™epidemia in Brasile, fortunatamente, non è neppure paragonabile a quella dell`€™Africa. I casi registrati sono 540 mila e le autorità  ritengono che la diffusione del virus si sia stabilizzata da qualche anno. Un convegno epidemiologico sull`€™aid

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017