Sui Banchi... del palcoscenico

Italian Theater Practicum è una formula didattica per imparare l'italiano recitando i classici. Il presidente di Teatromania l'ha applicato alla Columbia University di New York.
23 Novembre 2006 | di

NEW YORK

Attore e regista poliedrico, Vittorio Capotorto – pugliese di Mola di Bari ma ormai cittadino statunitense – ha interpretato e diretto oltre cento rappresentazioni teatrali. Cresciuto alla scuola del grande Eduardo De Filippo, dopo essere approdato negli Stati Uniti, Capotorto ha letteralmente inventato un corso di formazione attraverso il quale gli studenti delle università americane possono migliorare il loro italiano facendo gli attori. La Columbia University lo ha accettato, e così Capotorto ha iniziato ad insegnare con questo nuovo e rivoluzionario sistema didattico.
Le finalità del Corso «Italian Theater Practicum» sono quelle di migliorare l’apprendimento della lingua italiana in ogni sua forma, compresi i «modi di dire», arricchendo la propria cultura con la conoscenza di autori teatrali italiani, classici e contemporanei, e la messa in scena di un loro testo.
L’esperienza è stata esportata anche in Argentina, a La Plata, con il sostegno dell’Associazione dei Pugliesi guidata dal consigliere della Regione Puglia, Nicolas Moretti: gli studenti-partecipanti, di qualunque età e ceto sociale, giocando e recitando in italiano, hanno avuto modo di apprendere il significato delle frasi e delle parole che le compongono in quanto «costretti» a ripeterle varie volte durante le prove.
L’estate scorsa, Capotorto ha portato al successo a New York la pièce Orlando in Love (episodi del romanzo epico cinquecentesco L’Orlando Innamorato del Boiardo, resi in versione teatrale e tradotti dalla professoressa Jo Ann Cavallo, della Columbia University. La pièce è andata in scena al Teatro all’aperto Naumburg Bandshell del Central Park, a Manhattan, sotto gli auspici del New York City’s Department of Parks & Recreation. La rappresentazione – secondo il Progetto Orlando, ideato da Teatromania – è stata prevista anche in italiano in vari castelli e siti storici della Puglia, accompagnata da una serie di seminari all’Università di Lecce.
Bettero. Quali sono le opere teatrali italiane più rappresentate, e che hanno raccolto l’interesse e l’entusiasmo degli studenti americani?
Capotorto
. Pirandello è il più conosciuto, però io ho inaugurato il primo corso con uno spettacolo di Eduardo: Le bugie con le gambe lunghe. È stato molto apprezzato, e poi l’ho ripetuto in inglese dopo averlo fatto tradurre da italiani che non conoscevano Eduardo.
De Filippo fa divertire ma comunica anche contenuti di spessore. Ho messo in scena pure la Mandragola, e Non tutti i ladri vengono per nuocere di Dario Fo; e poi Il berretto a sonagli e Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello.
La Columbia University ha accolto con favore questo corso?
Sì, ho avuto la fortuna di incontrare la professoressa Cavallo che parla benissimo l’italiano e che è un’esperta mondiale dei nostri autori del Quattrocento: Boiardo, Ariosto, Tasso, Castiglione ed altri; e lei ha accettato subito la mia idea.
Questo metodo invoglia gli studenti a perseguire la conoscenza e lo studio della lingua e della cultura italiana?
Certamente. Va detto che il 90% degli studenti del primo corso alla Columbia, poi ne hanno seguiti almeno altri due o tre. Molti di loro si sono laureati in Letteratura italiana, alcuni hanno cambiato addirittura corso di studi pur di laurearsi in Letteratura italiana.
Lei è regista prima ancora che docente universitario. Quali sono i suoi cavalli di battaglia?
Io porto in scena i classici perché ci sono dei testi immortali come Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello: in fondo tutti noi siamo dei personaggi, e tutti siamo sulla «scena della vita», però mi piace molto lavorare con i giovani, e apprezzo le nuove forme di creatività.
Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Eduardo De Filippo?
Nel 1969 l’amministrazione comunale del mio paese – con sindaco il mio grande amico Giovanni Padovano – decise di abbattere il Teatro comunale intitolato a Niccolò Van Westerhout: un musicista nato a Mola di Bari nel 1857, e morto giovanissimo a Napoli, nel 1898. Questo Teatro, cosa unica al mondo, fu inaugurato nel 1896 dallo stesso Van Westerhout con una sua opera lirica: Doña Flor. Mi dissi: non è possibile che lo abbattano senza che si faccia nulla per opporsi! Così, con uno stratagemma, mi presentai da Eduardo De Filippo, accampando un finto appuntamento, e gli riferii che, appunto, volevano abbattere un teatro dell’Ottocento. Allora portammo nottetempo Eduardo a vedere il Teatro di Mola, e lui se ne innamorò; quindi mi comunicò di aver scritto ad Aldo Moro, allora esponente di spicco della Democrazia Cristiana e già presidente del Consiglio, invitandolo a parlare al sindaco di Mola. Naturalmente si mossero contemporaneamente, in favore del restauro, in primis la Pro-Loco di Nicola Parente ed altre persone di una certa levatura culturale tra i quali Vitantonio Barbanente e Angelo Massimeo. Il risultato fu che la delibera del Comune fu modificata con l’impegno di restaurare il Teatro anziché di trasformarlo. Quattro anni dopo, fu la mia compagnia, il Gruppo Universitario Teatrale, ad inaugurarlo. Era il 24 maggio 1973, il giorno del compleanno di Eduardo.
Che cosa significa fare cultura italiana a New York?
Le strutture italiane esistenti qui a New York non sono unite tra loro, e sono quasi sempre un’appendice burocratica dei rispettivi Ministeri italiani. L’Italia non è sufficientemente presente, in mezzi e professionalità creative, come altre nazioni, nel sostegno della propria lingua e cultura. I contributi sono irrisori. E questo è un peccato. Voglio raccontare solo un aneddoto. Stavo chiacchierando in un bar di New York con un mio amico attore quando una vecchietta, al tavolino a fianco, mi disse in inglese: «Non smetta di parlare italiano!». Per dire che gli americani sono innamorati della nostra lingua e della nostra cultura. Non dobbiamo perdere questa occasione!
Cos’ha imparato da Eduardo, e com’è nata l’esperienza al The Players Club di New York?
Da Eduardo ho imparato molte cose. Ne ricordo una, in particolare. Un giorno mi disse: «Vittorio, quando tu in un paese, mettiamo come Apricena, in provincia di Foggia, dove non si fa teatro da una vita, porti in scena una rappresentazione surreale, il pubblico dopo un po’ si alza e se ne va, e la volta dopo non vedi a teatro più nessuno. A teatro bisogna cominciare col portare una commedia che diverta gli spettatori, che li interessi, che li coinvolga e li appassioni, allora quelli tornano una seconda volta, e anche una terza». Così io scelsi di rappresentare al The Players Club, a Gramercy Park South, Le bugie con le gambe lunghe perché è uno dei testi immortali di Eduardo. Non ho proposto Questi fantasmiLe voci di dentro che sono più per gli addetti ai lavori. Invece Le bugie con le gambe lunghe era divertente: la traducemmo e la rappresentammo. The Players Club ha circa 600 attori soci: alcuni sono in pensione, altri lavorano. Anche Richard Gere e Tim Robbins sono membri del Club.
Cosa sogna Vittorio Capotorto per la cultura italiana a New York?
Sogno un Centro Culturale Italiano a Manhattan: piccolo, una stanza grande con un palcoscenico e un piccolo ufficio, con una macchinetta per fare il vero caffè espresso italiano; un luogo in cui fare teatro e scuola di lingua italiana, anche con l’ausilio di film, musica, ecc. Ci vuole qualcosa di stabile a New York perché la gente è abitudinaria: vuole un posto fisso per poter dire: lì c’è «Teatromania», il teatro italiano, la mia Compagnia! A noi basta solo una grande stanza con alcune sedie. E siccome la passione c’è, mi auguro che qualcuno, penso soprattutto ai privati, ci investa dei soldi.
Di certo, dopo il successo di Orlando in Love al Central Park, alcuni di loro si stanno facendo avanti e già per il prossimo anno è prevista la rappresentazione, al Lincoln Center, dello spettacolo Visita ai Parenti di Aldo Nicolaj, e in estate quella del testo inedito sulla vita del grande Filippo Mazzei: Le Vigne di Pippo di Francesco Fulcini (sceneggiatore e professore universitario di Verona) – con la mia regia – e sempre nella cornice del Central Park.

 

 

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017