Testi di regime?

15 Gennaio 2001 | di
   
   
La polemica suscitata dal Consiglio regionale del Lazio sui testi di storia utilizzati nelle scuole, apre una serie di considerazioni intorno alla storiografia, riassumibile in un' unica domanda: è possibile una ricostruzione storica obiettiva?

Chissà  quanti tra i lettori più anziani di questa rubrica avranno sorriso assistendo alla recente diatriba sulla revisione dei libri di storia. Saranno andati indietro con la memoria ai tempi della scuola, alle innumerevoli domande che ogni studente si è sempre fatto: ma chi ci dice se tutto questo è vero? E poi: la storia può essere ridotta ai «grandi eventi» e ai «grandi uomini»? Che ne è di tutti i miliardi di uomini e donne che ci hanno preceduto e che sono stati testimoni di quei fatti? Ma poi sono proprio fatti o interpretazioni? Possiamo fidarci di ciò che hanno lasciato scritto soprattutto i vincitori?
Oggi che l' indignazione esonda o inonda, a seconda dei punti di vista, io mi adeguo e do il mio modesto contributo all' alluvione di parole. Protesta la destra, si inalbera la sinistra, sussulta il centro, si agitano i genitori, insorgono gli insegnanti, occupano gli studenti, tacciono per ora gli editori sperando che non passi la linea del testo-fai-da-te. «All' alba del terzo millennio», come si usava dire un anno fa, si è scoperto che esistono insegnanti faziosi e che i libri di storia contengono - udite! udite! - qualche menzogna, qualche reticenza e perfino qualche inquietante silenzio. Insomma, pare che la storia non sia proprio quella lux veritatis, luce del vero, di cui parlava Cicerone, e anche come magistra vitae, maestra di vita, lasci un po' a desiderare, a meno che per «vita» non si intenda quel paradiso di bugie di cui parla una vecchia canzone.
Certo ci sono stati periodi, come «il ventennio», in cui la quota di menzogne dei libri di storia era esagerata tanto da balzare agli occhi del più ottuso dei lettori, ma anche negli anni successivi non si è badato a spese in materia di manipolazione della buona fede degli studenti. Quand' ero bambino, e non studiavo ancora la storia leggevo sul Corrierino dei Piccoli questi versi illuminanti: «Re Giorgetto d' Inghilterra / ha paura della guerra / chiede aiuto e protezione /al ministro Ciurcillone». Come andò quella guerra lo sappiamo, ma intanto noi bambini eravamo formati in questo modo a comprendere gli eventi.
Il fatto che un presidente di un Consiglio regionale abbia partorito l' idea di purgare gli attuali libri di testo non dovrebbe sorprendere. Quello che davvero lascia stupefatti è che non si colga l' occasione per convenire almeno su un punto: oggi come ieri, la qualità  di un insegnante non dipende dai libri di testo che adotta, o gli fanno adottare, ma dal rispetto che ha per l' intelligenza propria e dei suoi alunni. Questi ultimi hanno diritto, e per questo diritto vale anche la pena di occupare una scuola, a conoscere i fatti prima delle interpretazioni, a non essere indottrinati, ma aiutati, invece, a diffidare da fanatismi e integralismi, a indagare soprattutto su ciò che il libro non dice, sui silenzi, sulle omissioni, sulle censure, sulle complicità  con il potere del momento. L' insegnante, pur avendo proprie convinzioni politiche, non ha il compito di omologare gli studenti, ma di farne dei curiosi della vita, dei ricercatori e, se possibile, degli uomini liberi. Se vorrà  fare valere le proprie idee, offra agli studenti l' esempio delle proprie azioni, dimostri di non avere timore di presentare fatti in contrasto con le proprie convinzioni, trasmetta nella pratica il culto della libertà  di insegnamento e di ricerca.
Ogni tanto chiuda il testo di storia e giri per la città  con i suoi alunni. Incontrerà  a ogni piè sospinto le tracce di una storia che in nessun caso, sia essa il nostro orgoglio o la nostra vergogna, può essere ignorata se non si vuole vivere immemori e inconsapevoli, immersi nella cronaca. Guardi, ad esempio, quella monumentale lapide in bronzo su una delle porte della città  che esalta «gli italici petti che si immolarono come insuperabile baluardo al ferro nemico». È passato oltre un secolo e mezzo dal tempo in cui tanti giovani andarono a morire e nessuno ricorda i loro nomi. Restano solo tronfie parole dettate forse da chi da quel massacro ha tratto onori e medaglie. Guardi sul muro di quella casa quel vaso arrugginito e senza fiori davanti a una piccola lapide in cui si legge a fatica il nome di chi, poco più di mezzo secolo fa, fu ucciso per difendere la nostra libertà . Chi si ricorda più di lui? Non c' è libro di storia che ne parli.
Quando ero al liceo, un bravo insegnante ci fece leggere queste parole di Brecht, invitandoci a non dimenticarle quando aprivamo un libro di storia: «Chi ha costruito Tebe dalle sette porte? Nei libri appaiono i nomi dei Re. / Sono stati loro a caricarsi sulle spalle i blocchi di pietra? / E Babilonia, così spesso distrutta, / chi era che continuava a ricostruirla? / In quali case vivevano i muratori / nella Lima rilucente d' oro? / E dove sono andati i manovali la sera / che furono finite le Grandi Muraglie della Cina? / La Roma imperiale è piena di archi di trionfo. / Ma su chi hanno trionfato i Cesari? / [... ] Il giovane Alessandro ha conquistato l' India. / Da solo? / Cesare ha battuto i Galli. / Senza nemmeno chi gli preparasse la cena? / [... ] Un grande uomo ogni vent' anni. / Chi ne ha fatto le spese? / Tante storie. / Tante domande».

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017