Tutta la povertà che ci riguarda

Poco o nulla sappiamo su ciò che accade veramente nel mondo, sulle ragioni dei conflitti e delle povertà, sugli effetti che un mercato globale non regolato ha sulla vita delle persone. Nel Sud come nel Nord del mondo.
29 Dicembre 2008 | di

Sappiamo poco o niente di quello che succede realmente nel mondo. Infatti il sistema mediatico planetario – facendo la media tra società moderne e altre attardate – comunica appena il 20 per cento delle notizie che tutti saremmo tenuti a conoscere. Lo scrive Sergio Zavoli in un saggio dal titolo La Questione, eclissi di Dio o della Storia? (Mondadori 2007), citando fonti statunitensi. Un esempio? Che fine ha fatto l’Africa sulla stampa nostrana? Ecco che allora scoppia l’ennesima sanguinosa guerra nella Repubblica Democratica del Congo e praticamente nessuno ci fa caso, a parte un manipolo di volenterosi lettori appartenenti al mondo missionario o, più in generale, al Terzo Settore. Il paradosso è evidente: viviamo in un «villaggio globale» dove, sulle ali delle moderne tecnologie, dovremmo essere in grado di ricevere in tempo reale informazioni su quanto accade a Timbuctu o a Dar es Salaam, eppure il disinteresse rispetto a quello che succede fuori dallo Stivale regna sovrano. L’Italia in particolare, rispetto ad altre nazioni industrializzate, continua a essere un Paese caratterizzato da un provincialismo cronico elevato all’ennesima potenza. In un sondaggio SWG pubblicato in un rapporto di ricerca sui conflitti dimenticati di Caritas Italiana, «Famiglia Cristiana» e «Il Regno», emerge addirittura che il 20 per cento dei nostri connazionali non è in grado di indicare alcun conflitto armato del pianeta risalente agli ultimi cinque anni: né Iraq, né Afghanistan, né Palestina/Israele...

Eppure gli interessi in gioco sono così tanti che sarebbe vantaggioso per tutti noi conoscere la verità dei fatti. Da questo punto di vista, la sfida nelle relazioni tra i popoli, prim’ancora che essere sociale, politica o economica, è culturale. È arrivato il momento di smantellare i pregiudizi che dipingono un Nord civilizzato e un Sud in preda alle barbarie per elaborare insieme un sapere che tenga conto del punto di vista dell’altro, nella consapevolezza che l’umanità ha un destino comune.


La responsabilità dei media


Per carità, il criterio della vicinanza geografica avrà sempre un peso discriminante, ma impressiona l’incapacità di riconoscere i grandi drammi del nostro tempo. Ed è un fatto che il piccolo schermo si rivela sempre più come un contenitore casereccio nel quale troppe tragedie – poco importa se dovute a guerre, carestie o epidemie – trovano spazio solo quando vengono direttamente coinvolti alcuni nostri connazionali. E allora, spesso, tutto finisce per ridursi a una sorta di discutibile rotocalco. Se poi, per causa di forza maggiore, i temi sono di respiro internazionale e di fatto non si possono radicalmente ignorare, allora vengono ridotti ai soliti stereotipi stile Western, dove fin dalle prime battute si sa chi sono i buoni (i cowboy) e chi i cattivi (gli indiani), e tutto comunque è classificato e descritto per contrapposizioni estreme. Il che porta inevitabilmente a banalizzare realtà invece assai complesse e articolate.
L’informazione, invece, prima ancora degli aiuti, è la base di ogni forma di solidarietà. Per questo occorre cambiare marcia, nella consapevolezza che le questioni internazionali hanno decisamente a che fare col destino della casalinga di Voghera o del metalmeccanico di Poggibonsi. Il fatto che proprio un’azienda come la Rai abbia permesso alla radiofonia di creare dei programmi attenti ai temi della solidarietà, come Oggi Duemila o Radio Tre Mondo, dimostra che questa via è ben percorribile e soprattutto che l’interesse degli italiani a essere informati davvero non è un’invenzione dei missionari o delle Ong.


Alla radice dei conflitti

Detto questo, cerchiamo insieme di comprendere cosa c’è dietro un conflitto. Prendiamo ad esempio quello congolese a cui la stampa italiana, tranne alcune lodevoli eccezioni, ha dato in questi mesi poco spazio; una guerra peraltro paradossalmente legata al nostro modus vivendi.
Chissà quante mamme e quanti papà, senza saperlo, proprio in queste feste appena trascorse hanno contribuito a procrastinare nel tempo l’annoso conflitto che attanaglia il settore orientale dell’ex Zaire. Nessuno li ha informati che dietro a certe diavolerie elettroniche come i cellulari della next generation, videocamere o playstation 2, 3, 4 si celava un’insidia… Parte dei soldi dell’acquisto, per vie traverse, sono finiti nelle tasche dei famigerati signori della guerra dai nomi altisonanti come «Nkunda» o «Mutebusi». Naturalmente stiamo parlando di «signori» con la «s» minuscola, la stessa di «scellerati» e «sanguinari», assassini di stuoli di innocenti, magari con l’ausilio di legioni di bambini soldato.

Dentro a questi oggetti tanto reclamizzati c’è il coltan, una lega naturale di columbio e tantalio. Dal punto di vista strettamente economico ha un’importanza strategica immensa se si considera che, una volta debitamente trattato, proprio il tantalio serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Per esempio i condensatori al tantalio consentono un risparmio energetico e quindi una maggiore versatilità tecnologica. In questi anni, nei rapporti pubblicati dalle Nazioni Unite, il coltan è stato riconosciuto tra le cause del finanziamento della guerra congolese e non poche organizzazioni per la difesa dei diritti umani e la tutela di quelli ambientali (visti anche i gravi danni alle foreste) hanno denunciato lo scandalo.

Sta di fatto che in Congo la guerra si combatte non solo per il coltan, ma anche per il controllo dei giacimenti di oro, cassiterite, diamanti, rame, petrolio e quant’altro; tutte ricchezze che, volente o nolente, sono poi finite sui mercati occidentali, di quei Paesi cioè che hanno l’ardire d’impartire lezioni di democrazia all’universo mondo.

Ma non è tutto qui: come ben evidenziato nei rapporti dell’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite preposta allo studio dello sviluppo e del commercio, sono molti di più i soldi che l’Africa restituisce regolarmente al Nord del Mondo che quelli elargiti dai Paesi ricchi. Insomma per ogni sms che inviamo per finanziare un progetto in terra africana, quel continente ne restituisce decine e decine. Il motivo è semplice: i governi africani sono strangolati dal debito e soprattutto dagli interessi imposti dall’alta finanza. Se poi a tutto questo si aggiunge il fatto che le materie prime, nonostante brevi fasi di rialzo, vengono praticamente svendute con la complicità dei governi locali, c’è davvero da mettersi le mani nei capelli.

Per carità, qualcuno potrebbe obiettare che se i dittatori africani non fossero corrotti le cose andrebbero meglio. Non v’è dubbio, però a pensarci bene la corruzione prevede sempre due complici: colui che intasca il denaro e colui che lo consegna. Quindi se alle statistiche dei corrotti si affiancasse anche la «dimensione dell’offerta», la graduatoria vedrebbe in testa Paesi come la Svizzera, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Cina.


E ora la crisi finanziaria

Come se non bastasse, la bolla speculativa è ormai scoppiata, il modello economico-finanziario globale è scosso alle fondamenta da una crisi di fiducia, le grandi banche rischiano il fallimento, altre hanno addirittura già chiuso i battenti e i debiti sono diventati insostenibili, soprattutto per i Paesi del Sud del mondo. Si tratta di un terremoto senza precedenti, causato dai cosiddetti derivati finanziari (Otc), cioè le scommesse sugli interessi, sui cambi, sul mercato a termine o sulle azioni che due controparti stipulano tra loro. Il valore di questi prodotti tossici, che non figurano sui bilanci delle banche e non sono negoziati sui mercati ufficiali, è arrivato alle stelle: stando ai dati pubblicati sul bollettino trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) di Basilea (Bank for International Settlements, Bis), alla fine del giugno scorso risultava che i titoli derivati Otc ammontavano a 600 mila miliardi di dollari. Più che un buco è una voragine, determinata da oltre un decennio di finanza allegra all’insegna della de-regulation, del mercato cioè senza regole.

Premesso che queste politiche stanno causando disastri anche nelle cosiddette economie forti – il fenomeno della disoccupazione in Italia la dice lunga – viene spontaneo chiedersi come andranno a finire le cose nei Paesi poveri. Per quanto concerne l’Africa, il problema fondamentale è che i governi locali dipendono dagli aiuti stranieri: in alcuni Stati essi costituiscono addirittura il 40 per cento del bilancio. Denaro che a questo punto diminuirà sensibilmente, perché l’attuale crisi finanziaria internazionale sta già avendo delle fortissime ripercussioni sulla cooperazione allo sviluppo. Una curiosità: il Comptroller of the Currency statunitense, l’ente ufficiale di monitoraggio finanziario, nel resoconto del 31 dicembre 2007 affermava che le banche Usa particolarmente esposte alla crisi erano la JP Morgan Chase con un totale di derivati pari a 85 mila miliardi di dollari, la Citigroup con 37 mila miliardi e la Bank of America con 33 mila miliardi. Se si considera che nello stesso periodo il Pil complessivo dell’Africa sub-sahariana ammontava a 990 miliardi di dollari (nonostante registrasse una crescita del 6 per cento), viene spontaneo pensare a quanto il mondo dell’alta finanza sia tutto da rifare. Economisti e politici illuminati auspicano pertanto la convocazione di una nuova «Bretton Woods», ovvero di una conferenza internazionale in cui decretare la penalizzazione di ogni forma di speculazione per stabilire parità monetarie che consentano un sano sviluppo del commercio a lungo termine finalizzato allo sviluppo di tutti i popoli, anche perché nell’attuale congiuntura sono i poveri a pagare il prezzo più alto, poco importa se vivono nelle baraccopoli di Nairobi o a Castel Volturno.


Condividere la responsabilità

A questo punto qualcuno potrebbe avere la tentazione di gettare la spugna e dire che siamo tutti destinati a soccombere. L’abbiamo già detto: viviamo nell’epoca della globalizzazione, una realtà che ha bisogno di redenzione, cioè di evangelizzazione intesa come «globalizzazione perspicace di Dio». D’altronde essere cattolici significa respirare a pieni polmoni lo spirito dell’universalità. La posta in gioco è alta perché se da una parte oggi le merci circolano globalmente e riusciamo a trasferire digitalmente capitali a dismisura, dall’altra il mondo è sempre più diviso tra ricchi e poveri. Come se non bastasse, assistiamo inermi al rigurgito dei nazionalismi e dei provincialismi. Non v’è dubbio, allora, che la dimensione di comu­nione deve essere decisamente rilanciata essendo le nostre comunità, in piccolo, quello che dovrebbe essere il villaggio globale in grande. Questo in sostanza significa coniugare la so­lidarietà tout court con la sussi­diarietà intesa come corresponsabilità di fronte ai problemi del mondo, vicini e lontani.

Non basta mettere mano al portafoglio per sentirsi con la coscienza a posto. L’assunzione personale di nuovi stili di vita, in un mondo dove dalle piazze finanziarie si gettano al vento miliardi di euro quasi fossero coriandoli, è quantomeno un segno del cambiamento che sogniamo. Potrà sembrare utopistico, ma non v’è dubbio che a questo punto, in considerazione della bancarotta delle borse, alla luce anche delle sollecitazioni impresse dal magistero sociale della Chiesa, è inevitabile, prima che sia troppo tardi, la definizione di un sistema alternativo, incentrato sul primato della persona sul mercato.

Non è più tollerabile un’economia che per crescere acuisce il divario tra i ceti sociali. Un’ingiustizia di fronte alla quale non è lecito rimanere in silenzio. Parafrasando Martin Luther King, «non abbiamo paura delle parole dei malvagi, ma del silenzio degli onesti».


I numeri

963 milioni di persone nel mondo soffrono la fame;

40 milioni in più rispetto al 2007;

907 milioni di persone sottonutrite vivono nei Paesi in via di sviluppo, di cui il

65%vive in soli 7 Paesi: India, Cina, RD Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan, Etiopia;

+20%il prezzo degli alimentari dell’Indice Fao rispetto a ottobre 2006;

583 milioni di persone soffrono la fame in Asia;

236 milioni nell’Africa sub-sahariana;

30 miliardi di dollari l’anno è l’impegno finanziario necessario per ottenere il dimezzamento della fame nel mondo entro il 2015.


(Dati tratti dal rapporto Fao 2008).




Poveri d’ItaliadiGiulia Cananzi


Questa crisi? Forse è il punto di svolta


Con il 13 per cento di indigenti e la più forte disuguaglianza tra ricchi e poveri, l’Italia è il Paese europeocon il più alto tasso di ingiustizia sociale. Che cosa si può fare per uscire dal guado?


Esiste da anni in Italia una massa di persone che vive con la metà del reddito medio nazionale, circa 500, 600 euro al mese. L’ultimo rapporto sulla povertà di Caritas Italiana e Fondazione Zancan chiarisce che non si tratta di poche migliaia, ma di alcuni milioni, circa il 13 per cento della popolazione italiana. Eppure è come se tutte queste persone non esistessero; di fatto sono fuori dall’interesse della politica, forse perché non utili all’economia in quanto cattivi consumatori o solo perché sono tacitamente considerate il prezzo da pagare alla ricchezza del Paese. Non è l’unica distrazione di rilievo. L’Italia è il Paese occidentale in cui la forbice tra ricchi e poveri è più larga: metà degli italiani guadagna 15 mila euro l’anno, mentre il 10 per cento più ricco possiede il 45 per cento delle risorse. Insomma il Paese del sole e della convivialità si candida a essere il Paese con il tasso più alto d’ingiustizia sociale in Europa, con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di conflittualità sociale. A questo stato di cose si aggiunge la crisi odierna che continua a erodere la classe media e a far ricadere nel cono d’ombra della povertà insospettabili strati sociali, complice l’innalzamento dei prezzi, la crisi finanziaria, la precarizzazione del lavoro. D’improvviso il divario tra ricchi e poveri non è più una questione di «altri mondi», ma una realtà che ci riguarda da vicino. Che fare allora, rassegnarsi o reagire? E come reagire? «Iniziando a capire quali meccanismi ci hanno portato a questa situazione – risponde Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, Onlus di ricerca scientifica nell’ambito del sociale –. Negli ultimi dieci anni la linea di povertà in Italia non si è spostata, segno che tutti i provvedimenti adottati sia dai governi di sinistra che di destra sono stati o inutili o mere cure palliative». In altri Paesi europei non è stato così. Danimarca, Germania o Irlanda sono riusciti a ridurre del 50 per cento il rischio di povertà. Com’è potuto succedere? «Noi prescriviamo agli altri mondi la terapia giusta, cioè quella di dare ai poveri i mezzi per farcela da soli, ma poi ai nostri poveri applichiamo la formula inversa, cioè i trasferimenti monetari». Soldi a pioggia che alleviano, certo, ma non aiutano a uscire dalla povertà. Spendiamo così 12 parti su 13 della spesa destinata all’assistenza. Che cosa invece se ne potrebbe fare per un miglior costo-beneficio? «Creare servizi alle persone. Per esempio è indubbio che una madre lavoratrice avrebbe più beneficio da un nido che da un assegno familiare, con il quale riuscirebbe a pagarsi una babysitter solo per qualche ora. Lo stesso vale per l’indennità di accompagnamento per i disabili, data fra l’altro a tutti a prescindere dal censo: chi ha può pagarsi anche altri servizi, chi non ha non riesce comunque a prendersi cura adeguatamente del familiare. Alcuni servizi in più darebbero maggior respiro alle famiglie in difficoltà, sia in termini di cura della persona che in termini di vantaggio economico. È questa la ricetta utilizzata dai Paesi europei più avanzati».

Su quali leve potremmo far forza per invertire la rotta? «La più importante è capire che non occorre investire un solo euro in più. I 47 milioni di euro della spesa pubblica attuale, equivalenti a 800 euro a testa, sono già più che sufficienti. Il problema è che questa ristrutturazione del sistema di welfare ha bisogno di un grande coraggio politico, perché andrebbe a toccare privilegi acquisiti. Tuttavia, da questo punto di vista, la crisi odierna potrebbe trasformarsi in un vantaggio, perché la storia ci insegna che solo nei momenti più bui, quando la povertà era sentita come un rischio per tutti e non solo per le fasce marginali, si è riusciti a fare le grandi riforme dello stato sociale».

La ricetta più spesso proposta per superare la crisi è invece quella di stimolare i consumi, nella speranza che il mercato metta a posto ogni cosa. «Mi pare, al contrario, che usciamo da un periodo di consumi drogati, di credito indotto che ha ulteriormente impoverito i più deboli – conclude Vecchiato –. Se poi la tesi del mercato che tutto aggiusta fosse vera, negli Usa, uno dei Paesi ai primi posti dello sviluppo mondiale, non ci dovrebbero essere 13 milioni di bambini che vivono in povertà».



Scenari cinesi

 

Scenari cinesi

 

Che cosa succede se la Cina rallenta


Per il 2009 l’Onu prevede un aumento dei poveri in tutto il mondo, senza sconti per nessuno. Nemmeno per la ruggente Cina del boom quindi: il suo Pil rimarrà in positivo, ma con un taglio di diversi punti percentuali causato dalla crisi globale. Quali ricadute potranno esserci per i più deboli? La stampa italiana ha rilanciato le notizie di scontri nel Sud del Paese, in seguito a un’ondata di licenziamenti nell’industria manifatturiera. Lo sviluppo dell’economia era considerato garanzia della stabilità sociale cinese, ma se la locomotiva rallenta c’è chi teme un’esplosione di conflittualità. «Questo scenario forse è eccessivo – sostiene Stefania Stafutti, direttore del Centro di alti studi sulla Cina contemporanea –, ma è altrettanto vero che il divario tra ricchi e poveri è sempre più marcato, soprattutto nelle zone dove la povertà è estrema come le regioni dell’Ovest, al di là anche della terza velocità». Il riferimento è alla politica del governo che aveva ipotizzato uno sviluppo a tre velocità: prima le zone delle coste, poi quelle contigue, infine le più interne. «Il governo – riprende Stafutti – è consapevole del rischio di conflitti, ma mancano strumenti adeguati per ammortizzarli». La crisi economica mondiale accentuerà questi problemi, «ma il fenomeno dei licenziamenti di massa – spiega l’esperta – non nasce oggi. Scontri cruenti con le autorità a motivo di ciò si registrano almeno da metà anni ‘90. Il fatto che ne veniamo a conoscenza dipende anche dalla maggior trasparenza dell’informazione». Un esempio in tal senso è il riorientamento dell’industria dell’acciaio, che fungeva quasi da ammortizzatore sociale, senza preoccuparsi troppo della produttività. Con l’ingresso nel sistema di mercato questo non è stato più possibile. «Ma dire che solo pochi cinesi si sono avvantaggiati dello sviluppo economico – conclude la professoressa Stafutti – è falso: la gente comune sta di certo meglio oggi che negli anni ’80. Però chi già era fragile, oggi lo è ancora di più. Come la generazione dei settantenni per esempio: ha lavorato in un sistema socialista e si ritrova con una piccola pensione a vivere coi costi di un’economia di mercato. Questa è una fascia scarsamente protetta, che deve essere sostenuta dai figli. Su questo però si innescano gli effetti della campagna del figlio unico. Quindi può capitare che due figli, diventati nuova famiglia, debbano sostenere i quattro genitori. Non è facile».

Alberto Friso



42ª Giornata mondiale della Pace

Globalizzare la solidarietà

Combattere la povertà, costruire la pace è il tema scelto dal Papa per la 42ª Giornata mondiale della Pace (1 gennaio 2009). Ne parliamo con il cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace.

Msa. Eminenza, il legame tra lotta alla povertà e pace è stato sottolineato più volte nella Chiesa, dal Pontefice attuale come dai suoi predecessori…

Martino. Questo Messaggio riprende e sviluppa in particolare quello di Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della Pace del 1993, Se cerchi la pace va incontro ai poveri. Mi piace a riguardo sottolinearne un passaggio: «S’afferma… e diventa sempre più grave nel mondo un’altra seria minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s’è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s’impone alla coscienza dell’umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l’autentico e armonico progresso della comunità mondiale». Papa Benedetto XVI, nell’attuale Messaggio insiste in particolare sul rapporto causa-effetto che lega la lotta alla povertà e la pace, due elementi che si richiamano di continuo in una feconda circolarità che è il presupposto per un adeguato approccio culturale, sociale e politico alla realizzazione della pace in tempo di globalizzazione.

Quali sono i passaggi più significativi di questo Messaggio?

Il Messaggio del Papa è strutturato in due parti: nella prima si evidenziano le implicazioni morali collegate alla povertà; nella seconda, la lotta alla povertà è messa in relazione con l’esigenza di una maggiore solidarietà globale. Più in particolare, nella prima parte (3-7) sono affrontati in maniera esemplificativa alcuni drammatici nodi delle povertà odierne: lo sviluppo demografico, visto spesso erroneamente come una delle cause della povertà; il rapporto tra malattie pandemiche, soprattutto l’aids, e la povertà; la povertà dei bambini; la relazione tra disarmo e sviluppo; l’attuale crisi alimentare, caratterizzata non tanto da un’insufficienza di cibo, quanto dalla mancanza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. La seconda parte (8-13) del Messaggio si sofferma invece sul tema della lotta alla povertà e della solidarietà globale. A mio parere si tratta della parte forse più significativa, perché contiene stimolanti riflessioni e proposte sui temi della globalizzazione, sul commercio internazionale, sulla finanza e sull’attuale crisi finanziaria, nonché sull’esigenza di una governance mondiale nel segno della solidarietà. Nei due passi finali (14-5) il Papa sottolinea come nel mondo globale sia sempre più evidente che si potrà costruire la pace solo se saremo in grado di crescere insieme: le distorsioni provocate da sistemi ingiusti presentano, prima o poi, il conto a tutti. La globalizzazione rivela piuttosto il bisogno di essere orientata verso un obiettivo pienamente umanistico di profonda solidarietà per il bene di ognuno e di tutti. In questo contesto il Messaggio invita a guardare alla dottrina sociale della Chiesa, che da sempre si è occupata dei poveri e i cui principi chiariscono i nessi tra povertà e globalizzazione e orientano l’azione verso la costruzione della pace.

 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017