Un burkinabè tra i cardinali

Il direttore generale del «Messaggero» si è recato di recente in Burkina Faso per mettere a punto il progetto Caritas Antoniana. Un’occasione per incontrare uno dei cardinali creati di recente e scoprire un nuovo volto della Chiesa di papa Francesco.
27 Febbraio 2014 | di

Il 17 gennaio, a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, è una mattina calda e polverosa, tipica di questa zona ai margini del deserto del Sahel. Mi trovo qui per il prossimo progetto della Caritas Antoniana e non mi faccio sfuggire l’occasione di passare in arcivescovado. Pochi giorni fa papa Francesco ha annunciato che Philippe Nakellentuba Ouédraogo, arcivescovo di Ouagadougou, classe ’45, è tra i sedici prelati che saranno nominati cardinali il 22 febbraio prossimo: un altro pastore della Chiesa preso dalla «fine del mondo».

Per il Burkina Faso, Paese poverissimo, ai margini dell’attenzione internazionale, è un evento: Philippe Nakellentuba Ouédraogo è il secondo cardinale burkinabè di sempre. Entro in vescovado con un pregiudizio in cuore: altre volte alcuni prelati africani mi sono sembrati piccoli principi. Scopro invece che l’arcivescovo Ouédraogo è un uomo semplice, sulla cui tunica, essenziale, campeggia solo il crocifisso. È aperto, cordiale, a volte persino ironico. La gente lo ama, nonostante questo sia un Paese in prevalenza musulmano, perché ha saputo prendere la difesa degli ultimi, senza temere di apparire scomodo agli occhi del potere.

Msa. Arcivescovo, si aspettava questa nomina?
Ouédraogo. Assolutamente no, sono sorpreso anch’io. Non ho fatto nulla perché ciò accadesse o, meglio, ho fatto solo il mio lavoro, ma questo non è un merito particolare. Mica che la Chiesa debba lavorare per le promozioni! l’ha scritto chiaro e tondo papa Francesco a noi nuovi cardinali, in una bellissima lettera personale: la nostra è una missione, non una promozione, è dono totale, è gratuità è «servizio d’amore» per dirla con le parole di sant’Agostino.

Un Papa «che viene dalla fine del mondo» va a cercare i suoi pastori in ogni parte del mondo. Che cosa ha significato per l’Africa l’elezione di papa Francesco?
L’Africa ha gioito per l’elezione di questo Papa non europeo. È un cambio di mentali­tà, un segno forte dell’universalità della Chiesa. Francesco è un uomo straordinario, con una sensibilità particolare, che crede in una Chiesa umile, al servizio; la sua è una testimonianza che porterà frutto. Di recente in udienza ho avuto modo di salutarlo e lui mi ha detto: «Pregate per me».

Come è arrivato fin qui?
La mia famiglia non era cattolica. Io sono diventato cattolico prima dei miei genitori. Da voi non sarebbe possibile, ma qui i bambini possono frequentare la catechesi anche se non sono cristiani, i genitori non lo impediscono. C’è molta tolleranza. Sono stato ordinato sacerdote nel ’73, vescovo di Ouahigouya nel ’96, e sono diventato arcivescovo metropolita di Ouagadougou nel 2009. Ho anche studiato a Roma, un dottorato sulla poligamia. Sono prete da quarant’anni e, infatti, ho i capelli bianchi.

Come arcivescovo di Ouagadougou, lei ha preso posizione in favore dei poveri, richiamando la politica al suo ruolo di servizio e stigmatizzando la corruzione dilagante. Lo scorso luglio, come vescovi del Burkina Faso, avete scritto una lettera pastorale critica nei confronti dell’istituzione del Senato, voluto dal presidente, si dice, per garantirsi la possibilità di un altro mandato. Una scelta coraggiosa. Questo nuovo ruolo darà più peso alla sua linea?
Ci hanno accusato di fare politica, ma i vescovi sono pastori del popolo, condividono la vita della gente, sarebbe grave che non ne vedessero le difficoltà. La nostra preoccupazione non è il potere, ma la pace, la giustizia e la coesione sociale. La Chiesa agisce secondo la sua dottrina sociale, che mette al centro la dignità della persona, il bene comune, la solidarietà. Noi siamo la voce dei senza voce. È con questo spirito che interpelliamo gli attori della scena politica e vogliamo salvaguardare la nostra libertà e neutralità in nome del Vangelo a servizio di tutti gli uomini. Non abbiamo un ruolo decisionale, tuttavia possiamo dare il nostro contributo alle sfide sociali ed etiche, partendo dal nostro punto di riferimento che è Cristo.

Il Burkina Faso si è sempre distinto per il clima di armonia tra le religioni, ma ora in due Paesi confinanti, Mali e Niger, c’è di fatto la guerra e il pericolo Al Qaida. Che ruolo può avere la Chiesa nel bloccare il radicalismo?
Siamo coscienti che ciò che sta succedendo altrove potrebbe arrivare fin qui. L’unico modo di evitarlo è il dialogo, l’amicizia. Fortunatamente nel mio Paese c’è ancora tolleranza. I legami di sangue sono più forti dei legami di religione. Persino nella mia famiglia la maggioranza è musulmana. Con i musulmani teniamo relazioni fraterne. Tuttavia l’anno scorso c’è stato un incidente significativo. Ogni anno mi reco nella piazza della Nazione in occasione della festa islamica della Tabaski e, a loro volta, tra Natale e Capodanno gli imam vengono a farmi gli auguri. Lo scorso 29 dicembre, il grande imam accompagnato da altri dieci imam sono venuti per questa visita di rito e una televisione ha ripreso le immagini. Un gruppo di giovani integralisti non ha gradito e si è recato dal grande imam, chiedendogli di cancellare queste consuetudini. Fortunatamente i musulmani hanno reagito molto positivamente: hanno scritto una lettera per condannare apertamente questo atteggiamento. Sono queste le cose che tolgono forza al fondamentalismo.

Siamo qui per aiutare i nostri frati a costruire un centro medico, con l’aiuto dei lettori del «Messaggero di sant’Antonio». Quanto è importante per il Burkina Faso un’opera di questo tipo?
L’evangelizzazione è sempre indirizzata a una società concreta, a un essere umano concreto. Un uomo con la pancia vuota non può accogliere la Buona Novella. Evangelizzazione e promozione umana vanno sempre insieme: lo sottolinea bene la Costituzione pastorale Gaudium et spes. Un ospedale, un centro medico che migliora la salute dei più poveri, della gente delle campagne, è un’opera a favore della dignità dell’uomo. Un tassello nel progetto di Dio.

In Europa, e in Italia in particolare, le famiglie risentono molto della crisi economica in corso. Secondo lei perché una famiglia in difficoltà dovrebbe continuare a pensare anche agli altri?
Qui c’è un detto: «Non si dà perché si ha, ma si dà perché si ama». Se non abbraccia questa logica, l’uomo non sarà mai sazio. Il Papa ha ragione quando dice che nessuno è troppo povero da non poter donare qualcosa.
Esco dall’arcivescovado con un misto di emozioni. So di aver incontrato un volto della Chiesa di papa Francesco in questo uomo semplice, in questa città polverosa, così straordinariamente ricca di vita e oggi più vicina alle Cupole di San Pietro.
(Traduzione di A. M. Checchin)

 
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017