Per un'Europa della giustizia

Integrazione e diritti per gli immigrati che rispettano le leggi. Dialogo col mondo arabo. Lotta a povertà, terrorismo e pedofilia. Tutela della famiglia.
15 Settembre 2006 | di

BRUXELLES

Franco Frattini è nato a Roma nel 1957. Parlamentare italiano dal 1996 al 2004, ministro degli Esteri dal 2002 al 2004 nel governo Berlusconi, e precedentemente ministro per la Funzione Pubblica e per il Coordinamento dei Servizi di informazione e sicurezza dal 2001 al 2002, dal 22 novembre 2004 è vicepresidente della Commissione europea e commissario per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza.
Bettero. Il tema della convivenza di gruppi etnici diversi in Europa è in cima all’agenda politica comunitaria anche alla luce delle tensioni tra mondo arabo e Occidente. Secondo lei è giusto ridurre il problema ad una mera questione di ordine pubblico?
Frattini. Sicuramente no. È anche una grande questione sociale e politica che tocca l’identità di noi europei; è una questione che tocca la convivenza e il dialogo interculturale e interreligioso; e che va perciò affrontata per eliminare alla radice il senso di frustrazione, il senso di isolamento di comunità che appartengono a religioni diverse da quella cristiana cattolica, ma che pure vivono nel territorio dell’Unione europea, rispettandone le leggi. Noi non possiamo incoraggiare o tollerare questo senso di frustrazione per una mancanza di dialogo. Quindi la ricetta è: più dialogo, più incontro, più capacità di comprensione.
Immigrazione e legalità. L’Italia più di altri Paesi europei, a causa della sua posizione geografica è a rischio «invasione». A Bruxelles quale politica s’intende adottare per arginare questo fenomeno?
Dal recente vertice di Rabat sono emerse alcune linee guida da adottare: in primo luogo una maggiore cooperazione con i Paesi da cui provengono i flussi migratori perché se aiutiamo questi Paesi – come il Senegal, la Mauritania, il Sudan – a migliorare le condizioni di sviluppo locale, noi incentiviamo milioni di persone disperate a non lasciare la loro patria, ma a rimanere lì, a ricostituire l’agricoltura, l’ambiente, le piccole e medie imprese. E poi occorre lavorare per una prevenzione dei flussi migratori clandestini. In Europa non possiamo trasformare l’illegalità e la violazione delle regole d’ingresso nei nostri territori nella normalità, con le regolarizzazioni a catena, per esempio. Dobbiamo piuttosto dire con chiarezza che vogliamo immigrati che vivano e lavorino nel nostro territorio – perché ne abbiamo bisogno – ma con regole chiare; dobbiamo stabilire i principi e le leggi che essi debbono rispettare; dobbiamo garantire un lavoro regolarizzato e, ovviamente, l’integrazione. Non possiamo aprire le porte a flussi migratori indiscriminati e poi non garantire una casa, un lavoro, e nemmeno l’apprendimento delle lingue. Oggi, finalmente, l’Europa comincia a parlare con una voce sola rispetto a questi problemi.
I voli segreti della Cia in Europa hanno riproposto la necessità di un’azione comune antiterrorismo tra Europa e Stati Uniti come ha raccomandato al Consiglio d’Europa il relatore svizzero Dick Marty. Che strategia volete mettere in campo?
È evidente che noi non avremo mai un Servizio segreto europeo, e che la sicurezza nazionale di ciascun Paese viene gelosamente salvaguardata. Siccome il terrorismo resta la minaccia numero uno alla nostra vita, alla democrazia e alla libertà, noi dobbiamo lavorare con gli Stati Uniti in modo coordinato e coeso, spiegando agli americani che ci sono delle regole che vanno rispettate, anzitutto quelle di protezione dei diritti fondamentali delle persone, anche dei sospetti terroristi. Abbiamo detto con amicizia agli americani che la prigione di Guantanamo ci sembra un’anomalia. La stessa Corte Suprema degli Stati Uniti, con un’importante sentenza, si è espressa in termini analoghi. È ovvio, però che non possiamo rinunciare alla lotta contro il terrorismo.
C’è un timore che serpeggia in Europa: quello dell’ingresso della Turchia. Il Papa sarà in visita proprio a novembre in quel Paese dove sono stati perpetrati anche delitti ai danni di religiosi cristiani. Lei che rischi prevede?
In Europa c’è il timore che la Turchia, con oltre 70 milioni di musulmani, entrando in Europa, costituirebbe una minaccia per l’identità europea, fondata sui valori cristiani. Io credo che questo pericolo possa essere scongiurato. Ritengo che il vantaggio di un negoziato con la Turchia – che non durerà pochi mesi o pochi anni, ma durerà molto più tempo – sia per noi duplice: in primo luogo possiamo portare la Turchia a riformare profondamente la propria struttura statale, con l’adozione di leggi moderne, con la tutela dei diritti umani, con garanzie per la libertà, per esempio quella dell’informazione. E sono ambiti che rientrano nel mio campo di responsabilità, e sui quali negozierò con i turchi. In secondo luogo, il grande vantaggio è simbolico, cioè di immagine. Se noi avessimo chiuso le porte alla Turchia prima ancora di verificare la sua buona volontà, avremmo dato l’impressione al mondo islamico – cioè ad oltre un miliardo di persone –, che noi chiudiamo le porte dell’Europa solo perché loro sono musulmani. Questo avrebbe avuto, a mio avviso, un effetto devastante per il ruolo dell’Europa sulla scena internazionale, esacerbando, di conseguenza, quegli estremismi e quei radicalismi, per fortuna minoritari, verso l’Occidente e verso l’Europa, che ci sono nel mondo islamico.
Negli ultimi due anni, nelle banlieues parigine ma anche in altre periferie di grandi città della Francia sono scoppiati gravi disordini. Quasi un campanello d’allarme. C’è infatti una parte crescente della popolazione europea che è povera ed emarginata, e che rivendica diritti e giustizia sociale che spesso non ha. Che cosa intende fare Bruxelles su questo fronte?
Noi abbiamo avviato una riflessione e una serie di azioni su scala europea proprio per favorire l’integrazione di quelle comunità di immigrati che lavorano e vivono nelle periferie di molte grandi città europee, in condizioni francamente non degne della civiltà e della democrazia. Sono spesso giovani che fanno un lavoro nero, a cui vengono negati i servizi sociali e l’assistenza, che non hanno la possibilità di apprendere le lingue perché vivono in una situazione di semi illegalità. Nulla giustifica però la violenza. Sarebbe estremamente pericoloso credere, o far passare il messaggio, che siccome loro non hanno un lavoro regolare, allora possono sfondare le vetrine dei negozi o dare fuoco alle auto. Io ho proposto un fondo europeo di un miliardo di euro (circa duemila miliardi delle vecchie lire), con cui sosterremo politiche per l’educazione, per l’apprendimento delle lingue, per gli alloggi. E lo faremo con i governi locali, con i sindaci, con le Regioni perché sono loro i primi responsabili del territorio. La linea politica europea prevede più integrazione dei cittadini stranieri che vogliono rispettare le leggi, e severità nei confronti di coloro che commettono violenze e non rispettano le leggi.
Che bilancio possiamo fare del Mandato d’arresto europeo? Quali risultati ha prodotto, e quali problemi restano ancora aperti?
È un bilancio eccellente. Nell’ultimo anno oltre duemila casi sono stati affrontati in Europa con il Mandato d’arresto europeo, e hanno permesso la consegna, alle autorità giudiziarie dei diversi Paesi, di sospetti terroristi o di appartenenti a organizzazioni criminali, con una tempistica media che non ha superato i 45 giorni. Prima dell’introduzione del Mandato d’arresto europeo, le procedure ordinarie richiedevano 12 o 13 mesi: un dato che fa la differenza nella lotta al terrorismo e al crimine transnazionale. Alcuni Paesi hanno avuto dei problemi di costituzionalità ma li stanno risolvendo; li ha risolti la Germania, li risolverà la Polonia. Ora abbiamo completato il Mandato d’arresto europeo con il Mandato europeo per la raccolta delle prove. Questo permetterà, nei processi di terrorismo e di criminalità organizzata, non solo l’arresto immediato ma la possibilità di aiutare a raccogliere le prove di reati così gravi anche in un altro Paese.
Le radici cristiane dell’Europa restano quasi un tabù per molti Paesi e anche per molti esponenti politici. Non crede che in nome di una sorta di intangibile diritto supremo alla tutela della libertà di coscienza individuale, alla fine si rischi di perdere – per dirla con Durkheim – proprio la coscienza collettiva?
Guardi, è molto strano che questo principio di libertà di coscienza che viene invocato per negare le radici cristiane dell’Europa, venga poi richiamato dalle stesse persone per negare valori assoluti come il diritto dell’embrione o come la sacralità del matrimonio. C’è un po’ di contraddizione nel voler parlare del principio di libertà di coscienza. Io credo che affermare l’identità cristiana non sia una sorta di «violenza» alla libertà di coscienza individuale, ma corrisponda piuttosto alla presa d’atto di un dato che è nella storia dei popoli d’Europa: non si tratta di confondere la laicità dello Stato con i principi religiosi. Gli Stati devono essere laici, e guai se non lo fossero; ma i popoli non sono gli Stati. I popoli sono fatti di persone: bambini, donne, uomini. E la storia dei popoli ci dice che l’identità cristiana ha ampiamente condizionato la storia dell’Europa.
Lei è anche Commissario europeo responsabile per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza. Quali sono le scadenze, in agenda, in fatto di armonizzazione del diritto di famiglia, di legislazione penale e di lotta al crimine organizzato?
Per quanto riguarda il diritto di famiglia noi pensiamo di preoccuparci di alcune conseguenze dei matrimoni transnazionali, cioè tra persone che sono di nazionalità diverse ma che vivono in Paesi europei: considerata la libera circolazione delle persone e la libertà di andare a risiedere dove si vuole, s’incontrano talvolta delle difficoltà proprio perché le legislazioni sono differenti. La soluzione non sarà un diritto di famiglia europeo, cioè gli status familiari rimarranno rigorosamente disciplinati dagli Stati membri. Noi non abbiamo intenzione di regolamentare, da Bruxelles, istituti fondamentali come quello del matrimonio, o come quello di famiglia. Queste sono norme nazionali e non possono essere regole europee obbligatorie. Sempre in relazione alla famiglia, ci occuperemo di successioni, ma non lo faremo con leggi vincolanti. Per quanto riguarda la criminalità, continuerà la lotta al terrorismo e al crimine organizzato. Avremo un’attenzione particolare per la lotta alla pedofilia che resta un delitto orrendo. Europol, la Polizia europea, avrà un mandato rafforzato per smantellare le reti transeuropee di pedofili che, purtroppo, si stanno diffondendo.

 

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017