Vajont, una ferita ancora aperta

Il 9 ottobre ricorre il 50° anniversario del disastro del Vajont. Quasi duemila morti, interi paesi spazzati via. E una memoria difficile da ricostruire. Prima ancora per i sopravvissuti. Molti non hanno più fatto ritorno nei luoghi della catastrofe.
17 Settembre 2013 | di

Il tuono. Prima il tuono. Come di un temporale estivo fuori stagione. Poi, l’aria. Prima ancora dell’acqua, tanta aria. Uno spostamento due volte più grande di quello della bomba atomica di Hiroshima. Non dimenticherà mai Micaela. Non dimenticherà mai Renato. Non dimenticheranno mai i pochi superstiti, all’epoca bambini, di un cataclisma che ha cancellato via tutto: le chiese, le case, le strade, il passato, la memoria, le vite di ognuno. Non passa giorno, da cinquant’anni, che il pensiero non torni lì. Ogni giorno.

Sono le 22.39 del 9 ottobre 1963. Una frana rocciosa, pari a circa 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti, inizia a scivolare dal monte Toc precipitando nel lago artificiale del Vajont. Solleva, oltre la diga, una massa d’acqua di 70 milioni di metri cubi, alta più di cento metri, contenente massi del peso di diverse tonnellate. «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi» scriverà nelle pagine del «Corriere della Sera» il giornalista e scrittore Dino Buzzati, bellunese.

La costa del Toc («non a caso chiamato così, visto che da millenni, mi raccontava mio nonno, quel monte si sentiva rumoreggiare»), quasi tre chilometri di boschi, campi coltivati e abitazioni, affonda nel bacino sottostante. La valle viene percorsa da una potente scossa di terremoto. La forza d’urto di quella massa di detriti finiti nel bacino artificiale, e poi volati fuori insieme all’acqua, spazza via, in due ondate, l’intero paese di Longarone. Risparmia, per pochi metri, l’abitato di Erto, lambisce le case più basse di Casso, raschiando via le frazioni più a valle come Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La grande onda si infrange sulla montagna. Ma non si ferma. Inizia un lento reflusso, opposto alla direzione di spinta, altrettanto potente. Rivalta, Faè e Villanova, Codissago nel comune di Castellavazzo vengono in parte o totalmente distrutte. A Pirago, quasi per miracolo, rimane in piedi solo il campanile. Quella foto farà il giro del mondo. Villa Malcom, con le sue segherie, viene trascinata via. Sparisce anche la strada statale 51 Alemagna. Quella che, nel fine settimana, viene invasa dai turisti che si recano in Cadore e a Cortina.

«La storia del “grande Vajont”, durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime» scriverà Tina Merlin, giornalista corrispondente, donna nata e cresciuta tra quelle montagne. Sulle pagine de «L’Unità» aveva preannunciato i pericoli che quei paesi avrebbero corso se la diga fosse entrata in funzione. Inascoltata dalle istituzioni, Tina fu denunciata per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico», processata e assolta dal Tribunale di Milano. I morti ufficiali furono 1.909, di cui solo 726 con un nome, circa 800 i dispersi e una storia giudiziaria infinita che, ancora oggi, pone tanti interrogativi. Non rimarrà niente. Se non paesi da ricostruire da zero. E ferite che tanti, a distanza di mezzo secolo, non hanno ancora rimarginato.
 
Il resto? Niente resto
«Qui c’era la piazza». «No, era più in là». «E qui?» «Qui c’era la chiesa». «E la scuola? E la posta? La mia casa? Dov’era la mia casa? E la tua? E il resto?». Niente resto. Non c’è più. Sono queste le domande ricorrenti degli emigranti. Sono rien­trati ai loro paesi da tutta Europa. Se n’erano andati, alla ricerca di lavoro, in Francia, in Germania, in Belgio, in Svizzera. «Crollata la diga del Vajont» è il primo lancio dei notiziari radiofonici. «L’aveva detto mio padre che quel mostro avrebbe portato lavoro, ma ci avrebbe anche seppellito» ricorda uno di loro. Il lancio giornalistico è, però, sbagliato. La diga non è crollata, anzi, è lì. Ancora lì, cinquant’anni dopo. Quasi come uno sberleffo a tutto il resto, è l’unica rimasta tra chiese, case, paesi, vite brutalmente spazzate via in una manciata di attimi.

Qualche emigrante cerca subito, appena saputa la notizia, un contatto telefonico, ma è impossibile. Qualche altro fa in modo di rientrare. Decidendo, poi, di restare. Ma tanti altri non faranno più ritorno. «Ho cercato di mettermi in contatto con molti di loro, anche residenti all’estero – spiega l’architetto Renato Migotti, uno dei sopravvissuti, presidente dell’Associazione dei superstiti del Vajont –. È come se ci fossero due Vajont: quello del disastro e quello del dopo». Con i tanti volontari che gli danno una mano, Migotti sta cercando di stilare un elenco di tutti i superstiti e dei loro famigliari. Un lavoro imponente e certosino che conta di finire entro il prossimo anno. «È un tassello nella ricostruzione difficile di una memoria collettiva».
 
Quell’orologio fermo
Ogni anno, il 9 ottobre, i comuni raschiati via dal disastro si fermano. A Longarone l’anniversario è giornata di lutto cittadino: fabbriche, uffici, scuole, negozi, rimangono chiusi. È il tempo della preghiera, del ricordo, della riflessione. Dopo le cerimonie civili, la chiusura, di notte, nella chiesa di Longarone, con una cerimonia religiosa, ogni anno con modalità diverse, che si conclude con il suono della campana alle 22.39, ora del disastro, seguito dalla lettura dei nomi delle 1.909 vittime. Sarà così anche per questo cinquantesimo anniversario che richiamerà nella valle del Vajont le più alte autorità.

Nonostante la solennità delle celebrazioni di quest’anno lei non ci andrà. Non è mai riu­scita a partecipare ad alcuna manifestazione che si tiene il 9 ottobre in ricordo di quel giorno di tanti anni fa. Mai una volta in cinquant’anni. Micaela Coletti aveva 12 anni. Nel disastro ha perso i genitori, la nonna con la quale viveva, una sorella. I soccorritori si accorsero di lei perché, dal fango e dai detriti, spuntavano una mano e un piede. «Quando mi tirarono fuori pensavano fossi una vecchia. Fui catapultata con la mia casa a 350 metri di distanza. Non ricordo l’acqua, ma solo lo spostamento d’aria, lo stare sospesi nel vuoto» racconta Micaela che a Longarone comunque è rimasta e presiede il Comitato dei sopravvissuti del Vajont. «Ogni 9 ottobre è come se quell’orologio si fosse fermato. Giro nelle scuole per portare la mia testimonianza. Ho raccontato al mio nipotino la storia del Toc e di quell’inferno di acqua, ma quel giorno non riesco a uscire, tanto meno a parlare». Micaela non ha ancora superato il trauma. «Per anni ho bevuto l’acqua solo di notte, in bottiglie colorate. Solo a vedere un bicchiere pieno mi sentivo male. E ho sempre bisogno di aria. Anche in pieno inverno sto con le finestre aperte. Sono sempre pronta a partire, a scappare come se dovesse succedere qualcosa».
 
Guardare avanti per costruire il futuro
Il 9 ottobre a Longarone si tiene la commemorazione civile, alla presenza di autorità, superstiti e popolazione. «L’unico modo per guardare avanti, una volta per tutte, è cercare di ricucire quello strappo, rielaborare quel lutto, quel dolore – spiega il sindaco, Roberto Padrin –. In tanti non ci sono ancora riusciti. Non c’è via di scampo se si vuole progettare su fondamenta solide un nuovo futuro per questo paese e questa valle. Perdono? È una parola grossa. Non spetta a noi. Ma quando penso agli errori macroscopici compiuti nella vicenda Vajont, quando uomini di scienza potevano vedere e non hanno visto, non oso immaginare che non abbiano voluto vedere». «Non c’erano solo duemila morti da seppellire. C’era da seppellire, prima di tutto, la catastrofe della memoria. Così come si seppelliscono tutti quegli eventi che disturbano». Mario Fabbri all’epoca dei fatti era un giovane giudice istruttore. Arrivò a Belluno dalla natale Macerata. Il suo nome resterà per sempre legato alla tragedia del Vajont. Fu lui, solo contro tutti, una sorta di Davide contro Golia, a istrui­re uno dei processi più scomodi e difficili della recente storia italiana. Mandò a processo otto persone ritenute responsabili della tragedia. I rea­ti contestati furono disastro colposo, frana, disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento, e omicidio colposo plurimo aggravato. II processo Vajont si chiuse con pene irrisorie rispetto ai fatti che Fabbri documentò in 458 pagine chiedendo giustizia per i duemila morti.

Dopo essere andato in pensione, Fabbri è rimasto a vivere a Belluno. «Il Vajont è occultato nella coscienza degli italiani. Cinquant’anni su cui rimane ancora molta amarezza».
 
Le vere responsabilità
Non fu la montagna a tradire. Fu il geologo austriaco Müller a individuare la presenza di una frana («una frana a forma di M, ma non l’ho fatta io!», gli fa dire scherzosamente l’attore e scrittore Paolini nel suo spettacolo sul Vajont). Ma non gli dettero retta. Edoardo Semenza, figlio di Carlo, il progettista della diga, più volte aveva detto che la valle del Vajont si era formata su un’antica frana, che si sarebbe potuta rimettere in movimento con l’acqua del bacino. «La frana potrebbe anche star ferma lì per altre migliaia di anni. A meno che... qualcuno con un bacino artificiale non cominci a bagnargli i piedi, poi le ginocchia... Dai oggi, da domani... Un domani questa frana benedetta potrebbe anche stufarsi di star ferma e buona coi piedi a mollo, e allora potrebbe decidere di andare a vedere come è fatto il mondo» prosegue Paolini nel suo monologo che ha contribuito – non è l’unico – a far conoscere la tragedia del Vajont. Lo dissero i geologi. Prima ancora, lo sapeva la gente della valle.

La mamma di Renato Migotti, originaria di Codissago, ogni volta che guardava la diga, si lasciava scappare: «Quel mostro ci seppellirà tutti». Non è un caso, allora, se molto tempo dopo, siamo ormai nel 2008, l’Onu lo ha collocato al primo posto tra i cinque peggiori esempi di gestione del territorio e dell’ambiente con la seguente motivazione: «Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere». Un documento rivolto, quasi cinquant’anni dopo, a governi ed esperti con il monito a non ripetere gli stessi errori. 

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017