Alcune Baute ritratte nel dipinto «Il ridotto di Palazzo Dandolo» (1750-1770 ca), di un seguace del Longhi.

Venezia. Casanova in carcere

La mostra Le Baute di Casanova, aperta in occasione del carnevale a Venezia, fa riscoprire la tradizione delle maschere grazie anche a un gruppo di detenute del carcere femminile della Giudecca.
| Sabina Fadel Caporedattrice

Per tutti Giacomo Casanova è solo l’avventuriero libertino simbolo della Venezia un po’ dissoluta del Settecento. Ma, andando un po’ più a fondo nelle cronache dell’epoca, si scopre la complessità di un personaggio che fu, certo, anche un avventuriero (la sua fama di seduttore si deve soprattutto alla sua opera più famosa: Histoire de ma vie, cioè Storia della mia vita, nella quale narrava le sue vicende amorose) ma fu soprattutto un uomo profondamente colto, laureato (pare) all’Università di Padova in diritto, con una raffinata sensibilità artistica (suonava molto bene il violino) e con notevoli capacità oratorie (in una delle sue molteplici «vite» fu anche chierico, apprezzato a Venezia per le sue doti omiletiche). Un uomo di rara intelligenza che però ha fatto i conti tutta la vita con un segreto dolore: l’essere stato abbandonato dai suoi genitori.

«Sì la vita di Casanova fu segnata da un grande dolore – conferma Nadia De Lazzari, fondatrice dell’Associazione veneziana Pesce di pace –: figlio di una nota attrice dell’epoca, sempre lontana per lavoro dal figlio, rimase orfano di padre ad appena 8 anni e venne cresciuto dalla nonna materna, Marzia Baldissera Farussi. Una ferita, quella dell’abbandono, che si portò dietro per tutta la vita».

E proprio questa ferita ha fatto da trait d’union per una iniziativa ideata e organizzata da Pesce di pace in collaborazione con la Compagnia dell’arte dei Mascareri e l’Unione Italiana insieme alle Comunità di Fiume, Lussinpiccolo e Orsera, che vede sbarcare nella città lagunare, a partire da domani 21 febbraio e fino al 4 marzo, una mostra dal titolo Le Baute di Casanova, inserita nel ricco programma delle manifestazioni per il carnevale veneziano 2025, quest’anno dedicato proprio a Casanova in occasione dei 300 anni dalla sua nascita.

«La mostra – spiega Nadia De Lazzari – coinvolgerà un gruppo di otto detenute del carcere femminile veneziano della Giudecca, che, dopo aver seguito un corso di formazione, guideranno i visitatori alla scoperta della maschera forse più famosa della tradizione veneziana: la bauta, una maschera che copre il volto, generalmente bianca, realizzata solo con carta e colla, che veniva utilizzata dai veneziani ed era in voga soprattutto nel 1700. Una tradizione che con il tempo si è persa e che negli ultimi anni si sta rinnovando anche grazie all’opera di un gruppo di maschereri, per lo più architetti, che la stanno riproponendo grazie a un’alta tecnica artigiana e a laboratori aperti anche al pubblico».

«Il coinvolgimento delle donne ristrette in carcere – prosegue la fondatrice di Pesce di pace – è avvenuto grazie alla lungimiranza della direttrice della struttura, la dottoressa Maria Grazia Bregoli, che si è dimostrata entusiasta della nostra proposta, riconoscendo in essa un’opportunità per rompere quell’isolamento in cui queste donne vivono: chiuse in carcere, in un’isola, e spesso chiuse anche nel loro dolore che rende ogni relazione con le altre persone particolarmente difficile».

«Le detenute hanno aderito al progetto su base volontaria – dice ancora De Lazzari – e devo dire che si sono impegnate molto nel corso di formazione da me tenuto, e che hanno dovuto frequentare per poter fare le guide alla mostra. Anche perché molte di esse si sono profondamente ritrovate in quell’originario dolore di Casanova, nella sua solitudine, condizione che esse stesse hanno sperimentato spesso nella loro infanzia e che fa da sfondo purtroppo alla loro vita di oggi, una solitudine esistenziale, la stessa vissuta dal Casanova che viveva in mezzo alla gente eppure restava sempre nel suo animo quel bambino solo che tanto aveva sofferto per la mancanza dei genitori. Inoltre, Casanova stesso patì il carcere (fu rinchiuso per 15 mesi nei terribili Piombi veneziani, da cui fuggì, in modo rocambolesco, dopo tre tentativi andati a vuoto) a causa delle sue bravate lagunari».

«Non solo – conclude Nadia De Lazzari –: le donne detenute si sono riconosciute anche in quella che per Casanova fu l’unica consolazione nel periodo dei Piombi: la preghiera. È lui stesso a confidarlo nei suoi libri: ero solo, scrive, e la mia solitudine mi pesava tanto in carcere, allora pregavo, pregavo tanto. Ed è esattamente quanto queste donne fanno a loro volta, poiché, mi hanno raccontato, solo la preghiera, la fede, dona loro un po’ di sollievo nella solitudine della cella, ripensando agli errori commessi, alle famiglie e ai figli lontani e che magari di loro non vogliono più sapere nulla perché si vergognano. Per questo, se sarà possibile, continueremo questo percorso con loro, anche dopo la conclusione della mostra».

La mostra (a ingresso gratuito) è aperta ogni giorno dal 21 febbraio al 4 marzo, dalle 14 alle 18, in Calle Bernardo, Sestiere Dorsoduro 3200.

 

 

Data di aggiornamento: 23 Febbraio 2025