Ventata d'italianità a Chicago

Regista e produttrice televisiva insieme al marito, con cui condivide le origini siciliane, Gia Amella racconta con orgoglio le proprie radici italiane.
17 Aprile 2008 | di
Chicago
La loro vita scorre parallela, tra le verdi colline della Toscana e le popolose strade di Chicago. Eppure sono vite che si toccano e si integrano alla perfezione, quelle che Gia Marie Amella e Giuseppe Mangione hanno deciso di vivere come coniugi. Tra loro c’era l’Oceano Atlantico ma non è bastato a evitare il loro incontro e con loro, l’incontro di due storie familiari tenute insieme dalle radici siciliane.
Figlia di una madre d’origine francese, irlandese, inglese e tedesca, e di padre siciliano, Gia Marie Amella si sente particolarmente legata all’Italia. Divide il suo tempo tra Montevarchi e la sua città di nascita: Chicago.
Appassionata di musica elettronica e sperimentale, di mass media, storia, di tradizioni culinarie e di problemi legati all’ambiente, conserva gelosamente le sue tradizioni italiane.
«Mio nonno paterno, Carmelo Amella, è emigrato dalla provincia di Agrigento prima che iniziasse la Prima Guerra mondiale, nel 1913. Come tutti gli emigrati ha seguito il profumo del lavoro e si è fermato in luoghi dove c’erano altri compaesani. Lui e la famiglia sono andati in Pennsylvania. Mio nonno scese a lavorare nelle miniere, e dopo la morte del bisnonno per una malattia polmonare, decise di trasferirsi in Colorado. Il nonno aveva conosciuto mia nonna Lucia Alessi a Chicago dove era nata e cresciuta in un quartiere italiano che è diventato Chinatown. In quasi tutte le metropoli americane i quartieri italiani e cinesi si sviluppano uno accanto all’altro, e mi sono sempre chiesta perché».
La regista ha iniziato i suoi primi passi professionali nel 1993 a San Francisco, in California, grazie a un Master universitario. «Nel 2000, abitavo a New York dove avevo conosciuto Joe Sciorra, il direttore assistente di programmi culturali e pubblici del Calandra Institute che aveva organizzato una conferenza in Valdarno, in Toscana, con l’Associazione culturale di cui mio marito Giuseppe Mangione era uno degli organizzatori. In quel periodo ero in Toscana per fare delle riprese con una troupe televisiva, e avevo qualche giorno libero prima di incontrare la troupe, quindi avevo deciso di andare a quella conferenza. Non sapevo dove si trovava il Valdarno e neanche Montevarchi. Ci siamo conosciuti alla conferenza e abbiamo scoperto che avevamo tante cose in comune a partire del fatto che siamo ambedue di origini siciliane. Sposati nel maggio del 2003, attualmente dividiamo la nostra vita tra Chicago, la mia città natale, e Montevarchi la città di mio marito. Avevo già vissuto un anno a Palermo tra il 1998 e il 1999 come borsista Fulbright dove facevo delle ricerche sulle tradizioni popolari. È stata una grande avventura scoprire la Toscana, il suo popolo, l’ambiente, la cultura e le tradizioni. Mi sono molto affezionata alla Toscana perché anche lì, in quell’ambiente straordinario tra i paesaggi bellissimi che si stendono tra Firenze, Arezzo e Siena, mi sento a casa».
Gia Marie e Giuseppe hanno fondato nel 2006 la Modomedia (www.modiomedia.com), una casa di produzione media-video che opera nel campo televisivo. «Devo dire che quando una persona italiana mi chiede da dove vengo, dico che sono un’americana, per precisare un’americana di Chicago d’origini italiane oppure un’italoamericana nata a Chicago. Da quando ero adolescente, sono stata cosciente di essere legata all’Italia e quindi consapevole di appartenere al Paese dei miei antenati. Dall’altra parte, le mie abitudini, la mia personalità, come mi presento, come mi comporto in diverse situazioni, chiaramente indicano che sono americana ma questi contrasti caratteriali che mi contraddistinguono dagli italiani sono le caratteristiche che gli italiani apprezzano di più. In effetti, vivo il presente in Italia e non voglio e non posso vivere l’esperienza dei miei antenati».
È proprio la grande passione per la ricerca storica che ha spinto Gia a ripercorrere i passi di quella storia italiana che ha caratterizzato l’Illinois e Chicago. Affermatasi come produttrice di vari programmi televisivi, due anni fa decise di affrontare in modo professionale il silenzio che aleggiava intorno agli italiani di Chicago, ovvero le leggende metropolitane imperniate tutte sulla figura cupa di Al Capone.
«Potrei dire che sto ancora scoprendo la mia italianità attraverso gli occhi di mio marito e dal fatto che vivo anche in Italia. E noi insieme stiamo scoprendo la nostra sicilianità. I miei nonni avevano tantissimi fratelli, quindi sono cresciuta in una famiglia piuttosto larga. Mio padre e i suoi fratelli sono cresciuti a Bridgeport, un quartiere di diverse etnie, con tanti italiani del meridione; un quartiere reso più famoso dal fatto che c’è cresciuto Richard Daley, sindaco di Chicago per decenni, e la presenza di Comiskey Park, lo stadio dei White Sox. In quel periodo hanno passato un’infanzia quasi idilliaca perché Bridgeport era un piccolo mondo dove trovavi di tutto – era come essere trapiantati in un piccolo paesino meridionale, e invece di uno sfondo di montagne o colline, dalla tua finestra si vedevano i grattacieli. Ho dei bei ricordi di questo quartiere dove al tramonto, durante l’estate, un ometto andava in giro per il quartiere con un carretto e vendeva le semenze che mi piacevano tantissimo. Dopo la Seconda Guerra mondiale questi quartieri di emigranti hanno iniziato a disgregarsi a causa di un massiccio rinnovamento urbano che li ha stravolti. Un miglioramento economico verificatosi nella seconda generazione di emigrati, ha dato loro la possibilità di comprarsi una piccola casa nei sobborghi di Chicago, di avere il proprio giardino e di mandare i figli a scuola con “ragazzi americani”. Anche per la mia famiglia questo ha rappresentato il sogno americano che si è realizzato. Oggi questi figli nutrono una grande nostalgia per il passato, e trovo che tanti italiani cresciuti nei vecchi quartieri di Chicago e in altre città con una forte presenza italiana, si lamentano di quello che hanno perso. Fortunatamente a Bridgeport sopravvivono ancora delle tradizioni, e la mia generazione sta riscoprendo una piccola parte del mondo a cui appartenevano i nostri antenati».
Il risultato di un anno e mezzo di ricerche e di lavoro è arrivato sotto forma di video-documentario dal titolo altamente evocativo: And they came to Chicago: the Italian American Legacy. Nei suoi 76 minuti ospita le storie affascinanti di Italo Balbo e del quartiere italiano, la travagliata vita di Madre Cabrini, e quella del premio Nobel per la Fisica, Enrico Fermi.
«Nei posti in cui ho vissuto – San Francisco, New York e Chicago – ho sempre mantenuto qualche legame con le comunità italo-americane. Quando ero bambina, mio padre apparteneva a varie Associazioni (Figli di Sicilia, San Joseph’s Club, ecc.), quindi abbiamo sempre partecipato alle varie attività che organizzavano. Da grande, ho presentato le mie ricerche a conferenze e festival organizzati da varie Associazioni sia negli Stati Uniti che in Italia. Tra queste l’American Italian Historical Association, una delle più prestigiose conferenze per storici e ricercatori, e il Laboratorio Immagine Donna che annualmente organizza il Festival Internazionale di Cinema e Donne a Firenze e che attira donne-registe da tutte le parti del mondo.
Di solito mi piacciono le Associazioni che hanno una visione più ampia delle riunioni amichevoli. Queste Associazioni hanno una funzione precisa: quella di mantenere il senso di comunità per sentirsi legati alle proprie radici anche se sono lontane e cambiate nel tempo. L’italiano emigrato ieri non è come quello di oggi, e anche l’Italia lasciata 50-70 anni fa non è come quella di oggi».
Prodotto con l’ausilio dell’Illinois Humanities Council, del Chicago History Museum, dell’University of Illinois at Chicago e della NIAF, il documentario è andato in onda sulle reti NBC 5 e WTTW11 e ha conquistato 5 premi Telly: Cultural Program, Documentary, Use of Music (Mirio Cosottini), Sound/Sound Design (Beppe Mangione), Editing (Martin Nelson), uno degli allori più prestigiosi nel campo televisivo a livello mondiale, ricevendo il plauso di Nancy D’Alessandro Pelosi, la speaker della Camera dei Rappresentanti americana.
«L’istruzione dei giovani italo-americani inizia con la loro famiglia, i nostri genitori. Sono loro che debbono insegnarci la storia come figli di emigrati. È compito della famiglia trasmettere la propria storia ai figli, e inculcare loro un senso di orgoglio. I giovani sono molto condizionati dai mass media. La televisione dovrebbe offrire un’immagine più ampia dell’esperienza italo-americana e della nostra cultura, non solo l’immagine del gangster che batte la strada con sorprendente regolarità. Così sarebbe molto più facile mantenere il proprio orgoglio e il desiderio di scoprire le proprie radici, che purtroppo sono già molto condizionate dalle immagini seducenti, spesso esagerate, con cui ci bombardano ogni giorno i media. Gli americani di origine italiana divorano qualsiasi cosa che parla delle loro esperienze, della loro storia e dell’Italia. La prima sera che il programma è stato trasmesso sulla televisione pubblica WTTW11, solamente nella zona di Chicago ha raggiunto oltre 65 mila case, ed è andata in onda anche su NBC 5 di Chicago. Abbiamo ricevuto una critica molto positiva dalla comunità italiana, e tante richieste di presentarlo in Tv in altre aree del Paese. Purtroppo, ci sono pochissimi programmi di questo genere che vengono trasmessi in televisione».
Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017