Presenza che si fa speranza
In un tempo di crisi di vocazioni e di una religiosità che appare sempre più minoritaria (almeno alle latitudini del ricco Occidente) ha ancora un senso oggi la vita consacrata? Da anni questa domanda così radicale risuona nei vari ambiti in cui ci si interroga sul presente e sul futuro di questa forma di vita che da secoli attraversa la storia della Chiesa, sapendosi continuamente rinnovare.
Innanzitutto: di che cosa parliamo quando parliamo di vita consacrata? «Tecnicamente» si tratta della donazione totale a Dio tramite i voti di castità, povertà e obbedienza. Ma ancor di più e prima di tutto la vita consacrata è da sempre profezia nella Chiesa, vale a dire prefigurazione di una vita piena in Dio, una vita radicalmente evangelica, basata sulla preghiera, la gioia e la fraternità. «In un mondo che misura tutto in termini di utilità e produttività, la consacrazione è la scelta di chi decide di vivere per l’inutile agli occhi del mondo, ma per l’essenziale agli occhi di Dio. È la scelta di chi crede che la vita non si possiede, ma si dona. È la scelta di chi osa dire che la speranza non è un’illusione, ma una forza capace di cambiare la storia» come ha ricordato su Settimana del 14 dicembre, padre Maurizio Buioni, religioso passionista.
Ed è proprio dalla speranza che hanno preso avvio i vertici del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (suor Simona Brambilla, missionaria della Consolata, prefetta, il cardinale salesiano Ángel Fernández Artime, pro-prefetto, e suor Tiziana Merletti, delle Suore Francescane dei Poveri, segretaria) nella lettera Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata che hanno voluto inviare a tutti i consacrati e le consacrate per questo 2 febbraio, XXX Giornata mondiale della vita consacrata.
Una lettera in cui si esprime innanzitutto riconoscenza «per la fedeltà al Vangelo e per il dono di una vita che si fa seme sparso nelle pieghe della storia. Una vita talvolta segnata dalla prova, ma sempre vissuta come segno di speranza».
La Lettera prosegue ricordando come nel corso dell’ultimo anno i firmatari del documento abbiano incontrato «tante persone consacrate chiamate a condividere situazioni complesse: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede. Esperienze che svelano quanto sia forte la dimensione profetica della vita consacrata come “presenza che resta”: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova». Un restare che «assume volti e fatiche diverse, perché diverse sono le complessità delle nostre società». E proprio nei contesti più difficili questa presenza è il segno che «Dio non abbandona il suo popolo». Un «”restare” evangelico» che «non è mai immobilità né rassegnazione», ma «speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia. Proprio perché è così, questo restare non è solo una scelta personale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo». Un «restare» capace di non cedere alle logiche dello scontro, ma al contempo di non «rinunciare a dire la verità di Dio sull’uomo e sulla storia» e dunque costruttore e seme di pace».
E allora, forse, non è un caso che la giornata dei consacrati e delle consacrate si celebri proprio oggi, festa della Candelora, quando tradizionalmente si portano in chiesa i ceri per essere benedetti, facendo memoria della presentazione al tempio di Gesù. Una festa della luce, e quindi della speranza, non di primo piano, come la Pasqua o il Natale, ma «minore», piccola, umile, eppure da sempre così cara al popolo di Dio. Una festa che, forse più di altre, rappresenta esattamente la vita di tante religiose e religiosi nel mondo. Capaci di illuminare, spesso nel silenzio di gesti importanti, l’oscurità che pare sempre più voler contrassegnare questo nostro povero mondo.