Icone di libertà

«La libertà passa per la ricchezza delle relazioni. Qualunque persona privata di relazioni non è libera, anche in un contesto nel quale potenzialmente sembra essere padrona delle proprie scelte». Lo scrive il papà di un ragazzo disabile.
28 Settembre 2015

Papa Francesco ha più volte parlato di schiavitù e delle forme in cui si palesa nel mondo come nella quotidianità. Mi chiedo spesso se la disabilità possa o meno rientrare in una di queste forme… E se invece fosse paradossalmente un’icona di libertà? Come si può essere liberi nella diversità? E come i genitori, o più precisamente il padre, di un bambino con disabilità possono scoprirla nella relazione che li lega e darle spazio?
Qualche mese fa avevamo parlato di come nella relazione padre-figlio le difficoltà, ormai non più solo competenza materna, possano inaspettatamente condurre entrambi in un orizzonte diverso, fatto di complicità ma soprattutto di esplorazione dentro e fuori di sé. La libertà è terreno comune, ma è anche un campo personale in cui ci avviciniamo all’espressione di pari passo con il cambiamento. Il tema della libertà, quando si parla di una persona con disabilità, è naturalmente legato all’autonomia, alle occasioni di scelta, ma non solo, dipende anche dai servizi, dai diritti, dal contesto e dal tipo di disabilità…
 
Come può fare allora un padre a crescere un figlio libero? E a sentirsi libero? Se ne è parlato a lungo nell’ultimo numero monografico di «Hp-Accaparlante», storica rivista del Centro Documentazione Handicap di Bologna, dedicato questa volta al ruolo del padre con il divertente titolo «Astropapà – Il ruolo paterno tra stereotipi del passato e identità future».
A ben vedere, la prospettiva si può ribaltare. Dipende da che cosa intendiamo quando parliamo di libertà, al significato più profondo e «agito» che le attribuiamo. Cito a riguardo proprio le parole di un papà: «Che cosa è la libertà per me? Non è solo un concetto giuridico di matrice pseudo occidentale. La libertà passa per la ricchezza delle relazioni. Qualunque persona privata di relazioni non è libera, anche in un contesto nel quale potenzialmente sembra essere padrona delle proprie scelte. E la condizione biologica delle persone non è indice di potenziale poca libertà, anzi… È più libera una persona con disabilità gravissima, anche cosiddetta intellettiva, inserita in un contesto familiare o comunitario ricco di relazioni e inclusivo, o una persona che per anni è costretta a lavorare “liberamente” in un contesto non desiderato, umiliante, solitario, solo per poter sopravvivere?». Certo, queste sono domande che stimolano la riflessione e spingono il dibattito a un confronto provocatorio, ma le provocazioni aprono la mente.
Anche gli eventi con cui è cominciato il nostro nuovo anno hanno portato alla ribalta il tema, perché, di fatto, è il pilastro su cui, nel bene o nel male, si fondano le nostre vite. La disabilità ci obbliga a uscire dagli schemi e dalle definizioni e a metterci fisicamente di fronte al nostro pensiero di libertà. Una persona che non si può muovere o che non può parlare che immagine ci trasmette? Eppure la libertà, come ci racconta questo papà, non è un fatto d’immagine, ma una faccenda che riguarda l’azione, qualcosa che si muove, che è e che crea relazione. Perché, come dice Giorgio Gaber, «la libertà non è star sopra un albero / non è neanche avere un’opinione / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione» (La libertà).
E voi state sopra o sotto gli alberi? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
Lascia un commento