«La mia guerra silenziosa»

Davide Campisi è uno sminatore della Brigata Folgore. È stato in tutti i teatri bellici degli ultimi anni. Storia di un uomo, un padre e un militare che non si è mai arreso.
04 Aprile 2019 | di

Avanza lento in mezzo al campo incolto. In mano un metal detector e un’asta di sondaggio. Poco più in là quello che, un tempo, era stato un parco giochi. Non ha fretta l’uomo che sussurra alle mine.

Da trentasette anni Davide Campisi, 54 anni, maresciallo della Brigata Folgore di stanza a Livorno e tutt’ora in servizio, ha ingaggiato una guerra silenziosa contro questi strumenti di morte.

 È uno sminatore, uno dei più esperti, richiesto persino dagli eserciti di altri Paesi. Non c’è teatro di guerra in cui non abbia lavorato in «missioni di pace»: dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Bosnia e Kosovo alla Somalia e Sud Sudan, fino al Libano da dove è appena rientrato.

Pensare che, all’inizio, si addestrava piazzandole le mine. «Il problema è che, in superficie o poco sotto una manciata di centimetri di terra, possono rimanere attive, dunque pericolose, per decenni. Per questo le guerre, anche se finiscono, non sono mai finite».

Ha ragione. Finché migliaia di mine antiuomo e anticarro se ne staranno inesplose in foreste, deserti, campi coltivati, prati, sarà impossibile mettere la parola fine. Ogni venti minuti, nel mondo, un uomo, una donna o un bambino saltano su una mina. Una guerra silenziosa innescata da armi subdole.

Ma se la mina è paziente e attende per anni prima di esplodere, Campisi risponde facendo lo stesso gioco dell’avversario: sa aspettare. «Quanti campi ho sminato? Non li ho mai contati. Quello che so è che uno sminatore rischia la vita sempre. In ogni campo, in ogni terreno. E pure gli ordigni sono ogni volta diversi. Esistono centinaia di modelli, li tengo a mente tutti come in un prontuario. Anche se alla paura non ci si abitua mai, io non mi faccio fermare e continuo ad andarmeli a cercare. Faccio solo il mio lavoro, non sono un eroe. Sapere che ho potuto salvare anche una sola vita, mi basta».

Non esiste conflitto peggiore di un altro. Campisi, che di guerre ne ha guardate molte in faccia, ne è convinto. «Anche quando credi di aver visto l’orrore più bieco, c’è sempre di peggio. In guerra, in tutte le guerre, non c’è davvero limite al peggio. Le mine uccidono ma, prima, sono gli uomini a farlo. 

La collina di Sarajevo

Il maresciallo della Folgore ha incontrato anche chi, pur in mezzo all’orrore, è rimasto umano. «Ero a Sarajevo. A finire sopra una mina tre bambini, saliti su una collina per giocare a guardie e ladri. La zona non era di nostra competenza, ma c’era bisogno di noi. Arriviamo: due bambini sono a terra, morti; il terzo si lamenta, il pianto sempre più flebile. Lo raggiungiamo in sicurezza quando ormai è troppo tardi.

Solo allora, ci accorgiamo: è una bambina; la testa di lunghi capelli neri, raccolti in una coda, riversa sull’erba. In quel momento un uomo sale di corsa. Nessuno riesce a fermarlo. “È mia figlia”, urla. Restiamo in silenzio. E quali parole possono esserci? Un padre non dovrebbe mai morire dopo i propri figli. L’uomo tiene il corpicino tra le braccia, lo stringe a sé. Prima di andar via, si avvicina. “Grazie”, ripete più volte. Non capiamo: non siamo riusciti a salvare la sua bambina, perché mai ci ringrazia? “Me l’avete restituita – sussurra –, ora almeno avrò un corpo da seppellire”».

Lucca, novembre 2010

È un giovedì sera, Campisi è a casa, a Lucca, con la moglie Grazia (che gli è accanto sin da quando erano ragazzi) e la figlia Erika, 20 anni. La tavola è apparecchiata. Lui va a prendere le pizze a due passi da casa. Con loro cenerà anche Andrea, coetaneo e fidanzatino dell’altra figlia, Federica, 16 anni. «Papà, stiamo arrivando – gli dice Fede al telefono –. Andrea e io siamo proprio dietro casa». Davide esce. Percorre un centinaio di metri, ma è costretto a fermarsi: un’auto è in mezzo alla strada, sull’asfalto un ragazzo. È Andrea. Campisi alza lo sguardo. Cerca Federica, prima a destra, poi a sinistra. Non la vede. La scorge d’un tratto sul ciglio della strada. Respira a malapena. È il primo a soccorrerla. Tenta di rianimarla, se la carica sulle braccia. Proprio come quel padre conosciuto anni prima a Sarajevo. Federica non ce la fa: morirà dopo pochi minuti; Andrea tre giorni dopo.

Un padre, un militare, un uomo

A Lucca tutti conoscono Davide e Grazia. E la loro storia, quella di due genitori che, dopo la morte della figlia, ogni sabato sera salgono su un’autoambulanza che porta stampati i nomi dei due ragazzi, l’orsetto di Federica e il pallone da basket di Andrea, e vanno a soccorrere le vittime delle stragi del sabato sera. Grazia è una donna spontanea, che mette allegria. «In verità, ho pensato che non ce l’avrei mai fatta. Ma Davide, Erika, ora la nipotina, il volontariato, mi danno la forza». 
La vita cambia in un attimo. «Sono, e rimarrò sempre, un militare – conclude Campisi –. Il mio compito è servire lo Stato, con o senza divisa. Mettendo sempre davanti, e prima, gli altri».

 

L'articolo completo, con la storia professionale e di vita di Davide Campisi, è pubblicato sul «Messaggero di sant’Antonio» di aprile 2019 e nella corrispondente versione digitale.

Data di aggiornamento: 04 Aprile 2019

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